Federalismo solidale, ma trasparente

- Gilberto Muraro

A proposito di federalismo fiscale c’è il fondato timore che la solidarietà verticale nasconda i livelli e le forme dei trasferimenti. Ecco allora il “fronte del Piave” nella controversia sulla perequazione: l’assoluta trasparenza dei flussi, su cui tutti dobbiamo essere intransigenti

Sembra raggiunto l’accordo sul fondo perequativo che rappresentava il principale ostacolo all’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione. Si sa, infatti, che il federalismo italiano ha decentrato parecchie competenze, ha sancito il diritto-dovere di ciascun ente periferico di far fronte, con le sue entrate, ai compiti ad esso affidati e tuttavia, stanti gli squilibri economici nel territorio, ha dovuto includere tra tali entrate anche i trasferimenti di un fondo perequativo e questo è avvenuto all’insegna del federalismo solidale, che deve essere capace di aggiungere la solidarietà al binomio “autonomia-responsabilità”.
La solidarietà nazionale può essere alta o bassa, sia nella finanza centralistica che in quella federalista, ma le forme sono ben diverse. La finanza centralistica tende su questo piano ad essere paternalistica. Fa come il buon tutore che ha cura di un pupillo non pienamente affidabile: elargisce con diffidenza, su singoli canali di spesa vincolati, con mille controlli e raccomandazioni – anche se, alla fine, elargisce sempre. Nel federalismo, invece, tutte le regioni sono trattate come soggetti maggiorenni: la solidarietà si esprime nel dare la differenza tra fabbisogno e gettito locale normale, una differenza spendibile localmente con larga autonomia; dopo di che la questione perequativa è chiusa e quello che avviene in sede locale, dal momento che va bene agli interessati, va bene a tutti.
Sul piano applicativo la solidarietà nel federalismo implica due valutazioni tecniche – la misura del fabbisogno e la misura della capacità fiscale – e una scelta politica riguardante il rapporto tra le Regioni. In realtà, in mancanza di teoremi incontrovertibili, anche le valutazioni tecniche si risolvono in decisioni politiche; ma proprio sfruttando l’incertezza, non il concetto, che di per sé postulerebbe una semplice misurazione tecnica. Sul rapporto tra regioni, invece, è intrinseco il nodo politico della cosiddetta perequazione orizzontale rispetto a quella verticale. Per capire il problema immaginiamo che le regioni debbano spendere solo in sanità, con un fabbisogno noto a priori, da finanziare, ad esempio, mediante una partecipazione regionale all’Iva. Nella perequazione orizzontale, si calcola la percentuale del gettito nazionale Iva necessario per far fronte a tale fabbisogno, ad esempio il 30%. Se le regioni fossero ugualmente ricche e se quindi il gettito Iva pro capite fosse uguale in tutto il territorio, ogni regione riceverebbe esattamente il necessario, senza quindi bisogno di flussi perequativi. Ma, dati gli squilibri esistenti, tale percentuale uniforme produrrebbe in realtà un surplus nelle regioni ricche e un deficit in quelle povere: allora le prime dovrebbero dare alle seconde, creando, appunto, una perequazione orizzontale. Nel caso “verticale”, invece, succede questo: la percentuale di Iva da assegnare alle regioni viene messa al livello più basso, ad esempio il 10%, sufficiente a rendere autonoma la regione più ricca, nel nostro caso la Lombardia. Tutte le altre risulterebbero deficitarie, sia pure in misura molto diversa, e sarebbero finanziate dallo Stato con quel 20% del gettito Iva che esso non ha assegnato alle regioni ma che si è tenuto proprio per far fronte alla perequazione.
In astratto i conti tornano. La differenza sta in questo: che nella perequazione orizzontale è palese a tutti chi dà e chi riceve nella solidarietà interregionale; nel secondo caso, invece, tutti, tranne una regione, dipendono dallo Stato, e non tanto di solidarietà interregionale si parla quanto di diritti di cittadinanza che lo Stato garantisce ovunque con elargizioni differenziate. Chiari anche gli aspetti psicologici. La forma orizzontale esalta il controllo sociale e gli stimoli al buon governo, e quindi viene preferita dalle regioni che danno; ma appare odiosa ai beneficiari, che devono riconoscere di essere tali e di dipendere da ben precisi benefattori. Si potrebbe dire che fa parte della solidarietà nazionale anche il non esaltare psicologicamente la dipendenza altrui. E quindi è accettabile che sia prevalsa la solidarietà verticale, almeno per i trasferimenti che hanno a che fare con i servizi essenziali. Ma c’è il fondato timore, nel lungo solco di una finanza pubblica opaca, che la solidarietà verticale nasconda i livelli e le forme dei trasferimenti. In tal caso sarebbe il binomio basilare di autonomia e responsabilità che verrebbe indebolito, portando il federalismo a sicuro aborto. Ecco allora il “fronte del Piave” in questa controversia sulla perequazione: l’assoluta trasparenza dei flussi, su cui tutti, istituzioni e cittadini, dobbiamo essere intransigenti.



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