SPILLO/ Se anche una società di lingerie può farci pensare al mistero della vita

Suor MARIA GLORIA RIVA e l’emozionante campagna Beauty inside: il significato profondo della realtà contro la sempre più dilagante cultura del gossip “gratuito e cattivo”

16.02.2014 - Maria Gloria Riva
Immagine
My beautiful woman

Una volta ogni tanto scorrono lacrime sane: una commozione vera e non sentimentalismo a buon mercato per spillare soldi alla gente. Che sia una società di lingerie a realizzare una serie di cortometraggi sulla donna, la società thailandese Wacoal, lascia senza fiato. “La bellezza è più profonda della pelle” sono queste le testuali parole con cui sono pubblicizzati tre video, uno più bello dell’altro, realizzati con mezzi semplicissimi, sullo sfondo di scene quotidiane ambientate nelle caotiche città moderne. La campagna si chiama Beauty inside e questo già fa molto riflettere: la bellezza dentro. L’invito cioè a guardare oltre, a guardare dentro la realtà nel suo significato più profondo, contro una cultura – come quella che dilaga in Europa e, ahimè, in modo esponenziale in Italia – del gossip gratuito e cattivo.

E sono tre storie da gossip quelle che la Wacoal propone. Due delle quali fortemente giocate sull’equivoco. Il primo racconta di una ragazza in carriera, perfetta: gratuità sul lavoro, fedeltà agli orari. Viene sorpresa a dare soldi a ragazzini e si permette una sola volta di non arrivare al lavoro e di non rispondere al telefono. Scatta la calunnia: viene tacciata di pedofilia femminile e licenziata. Ma qui il colpo di scena: il datore di lavoro, senza darle nulla a vedere, anzi facendole credere di assecondare totalmente le dicerie, le allunga una busta di commiato mentre la congeda dall’attività. La ragazza, in lacrime, torna a casa e, aprendo la busta, scopre una lettera piena di umanità, dove il capo elogia la sua abnegazione sul lavoro, la ringrazia e incoraggia la sua attività fra i giovani allungandole un’offerta di oltre 17mila dollari.

Il secondo filmato vede in scena una ragazzina liceale. Siamo in pieno anno scolastico e tutti la scansano. Questa teenager è una ragazza madre, ha una bambina e non si comporta come le altre. Fuori da scuola scappa subito all’asilo a prendere la bimba, niente serate con gli amici, nessuna complicità con le compagne per quelle cose che normalmente occupano i discorsi di quell’età, in più giudizi cattivi pesano sulla sua testa. Forse poteva abortire, forse poteva pensarci prima… ci sono tanti mezzi per le maternità indesiderate!

È il dialogo con il maestro della figlia, uno che fa arte terapia, a far emergere pian piano la verità: “Perché lasciarsi giudicare così?” chiede il giovane maestro. “Meglio che giudichino me piuttosto che giudicare Juno, la bambina”. E anche qui, il colpo di scena finale. Siamo sul ciglio di una strada, forse una discarica improvvisata. È la liceale che ricorda quel momento di un passato non lontano. Lei si avvicina a buttare qualcosa, in attesa – forse – dell’autobus che la riporti a casa. 

Vede una borsa di pelle e, nella borsa, un neonato. Piange a dirotto, è una bimba. Un attimo di perplessità, la tentazione di fuggire poi ecco il prevalere della bellezza di un incontro: prende la bimba e la tiene con sé. Ora Juno è una bimba speciale che regala sorrisi pieni della consapevolezza di essere amata.

Quello che più sorprende dei video è che siano raccontati da uomini. Per una volta l’uomo afferma, senza condizionamenti culturali, quali siano per lui le donne bellissime. Sono donne contro corrente. Donne attorno alle quali tutto vive. Donne che guardano la realtà con gli occhi tersi di chi sa piangere per la verità e impegnare la vita per un altro. Non si nomina Dio. Mai. Eppure Dio c’è, traspare ovunque, come negli sguardi bellissimi del terzo video, dove una donna incinta scopre di avere un tumore e sceglie la vita del figlio. È il padre a raccontare la storia. Ma ciò che parla sono gli sguardi intensi, prolungati, colmi del mistero di una coppia che si apre alla vita e alla morte.

Termina il video e un turbinio di pensieri ti avvolge. Mi torna alla mente un dipinto di Klimt a me caro: la vita e la morte. Corpi aggrovigliati, luminosi, di giovani donne e bambini, di una coppia formata da un uomo e da una donna e, infine, il corpo di un’anziana: abbracci di vita stretti nella morsa di un albero. E, accanto, l’ombra spettrale della morte. Ecco, tradotta nell’arte, la riflessione cui ci costringe una società di lingerie: la cultura di morte in cui siamo immersi fabbrica croci e vuole sopprimere l’uomo, solo un abbraccio di vita ci può riscattare. Solo il gesto libero di chi decide di vivere per un Altro.

 

I commenti dei lettori