MODE/ Quell’astinenza ridotta a “jogging” senza un traguardo

- Marcella Manghi

MARCELLA MANGHI spiega perché la castità prematrimoniale di cui parla la Chiesa è una cosa ben diversa dall’astinenza sessuale in cui si esibiscono certe star per far parlare di sé

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Cristiana Capotondi (Fonte Infophoto)

In una società bulimica di sesso, che macina miti e stereotipi per crearne subito di nuovi, l’astinenza sessuale parrebbe una rinuncia per persone che non sanno godersi la vita. Ed è per questo che la confessione di tale digiuno da parte di una nota attrice di cinema e tv, è stata subito ripresa da parecchie testate affamate di novità. E’ Cristiana Capotondi a rivelare di aver rinunciato per un anno, d’accordo con il compagno, ad avere rapporti sessuali. In un mondo che ancora respira aria di Sex and the city e in cui il sesso è innalzato a strumento di affermazione sociale, una posizione del genere è certamente controcorrente. Anche se Cristiana non è la sola a vederla così. Di recente, anche Sophie Fontanel, una delle firme più autorevoli del settimanale francese Elle, ha proposto la castità come una nuova rivoluzione sessuale. E’ R. a mettermi al corrente di tutto questo; un gran parlare che, sulle prime, mi pare un po’ l’attitudine a una moda.

Al di là dell’ostentazione che gira intorno al voyeurismo mediatico, vorrei che mi spiegasse meglio. Premetto che R. è un’amica di vecchia data, single impenitente e devota praticante (e quando dico praticante non intendo il senso cattolico del termine). R. è ben propensa alla conversazione sull’astinenza e aggiunge subito che c’è di più: con un repentino cambio di rotta, vuole essere della partita.

Adesso sembra ardere tutta dal desiderio di abbracciare questa nuova forma di “attività espressiva, creativa, rigeneran…”. Su queste sue testuali parole, la interrompo brusca: “Scusa, forse mi sono persa. Attività espressiva? Ma stai parlando di un corso di teatro? Riprendiamo un attimo: i due teledivi ci fanno sapere – se mai ci fosse qualcuno che se lo domanda con tormento ogni mattina – di non fare sesso tra loro per un anno. Ok, ma… non tra di loro?? Già m’immagino la fila dei fan dell’attrice…”. R. sbuffa stizzita. “Ok, ok…” riprendo la parola “d’accordo, questa era cattivella. Ma se devo dirti la mia, a pelle mi par un po’ un’esternazione figlia di esibizionismo pubblicitario. Sul contenuto però parliamone”.

“Appunto, parliamone. Pensavo tu fossi contenta, di questa mia – chiamiamola così – ‘conversione’. Proprio tu che prima di sposarti manco volevi sentire nominare certe cose” continua con atteggiamento progressista “non ti sei sempre schierata contro il sesso?!?”. “Senti, non volevo smontarti. L’intuizione è giusta, per carità. Ma NO: non sono contro il sesso! Sono piuttosto contro il significato che si dà al sesso, come merce di scambio o puro piacere. Ti dirò di più: fosse per me – e non solo – nella giusta prospettiva, più sesso per tutti!”.

Sull’ultima esclamazione di capitalismo amoroso, R. drizza le orecchie. “La giusta prospettiva? In questa società – lo ammetto – schiava dell’eros, la prospettiva della castità è appunto riuscire in un’attività liberatoria…” cerca di spiegare. “Tipo suonare un tamburo, lanciare cuscino e scrivere poesie?” la incalzo.

R. si sforza di chiarire meglio: “Ma no, è qualcosa di più: un esercizio che dà forza, fa crescere le donne e ridona loro una consapevolezza di libertà”. “Adesso, credo di aver capito. Una sorta di corso d’autostima. Ma se lo scopo è questo, allora non è la stessa cosa se ti iscrivi a un corso di power-yoga, segui la dieta-del-cocomero, non ti trucchi per un mese…? Arrivare a un migliore possesso di sé va benissimo, ma poi devi canalizzarlo verso qualcosa; come il potersi donare in maniera esclusiva”.

Credo d’averla un po’ spazientita. Mi tira in ballo l’attesa insita nell’astinenza. “D’accordo” devo risponderle “ma qui mi pare che più che attendere, si tratti di giocare col proprio desiderio. Un conto è avere come traguardo il matrimonio, un conto è aspettare come se fosse una scommessa. Bel premio, per carità, alla fine; ma se riduci l’attesa alla sola negazione, lo appiattisci a un valore monco, frutto di un titanico volontarismo”.

“Adesso non parlare troppo difficile” mi redarguisce. “Ma scusa, non ci si dovrebbe amare di più dopo l’astinenza? La distanza accresce l’amore!”. Ohibò. E dove l’ha letta? Qualcuno deve averle regalato dei Baci per San Valentino. “La distanza accresce il desiderio semmai, questo è vero. Tu giochi col tuo desiderio per un anno, un mese – quel che è – e dopo sei certamente più eccitato, voglioso. Su questo non ci piove; ma non è che ci si ami di più, così. Il rischio è che dopo due settimane torni tutto come prima. Non puoi usare l’astinenza come fosse un’alchimia misteriosa che ti rende un rapporto più solido, allo stesso modo con cui aggiungi la colla di pesce alla panna cotta. Non è una tecnica di self-help! L’astinenza è piuttosto: ti rispetto perché ancora non mi appartieni. E mi apparterrai, nel nome di Chi ti ha donato a me, nella modalità da Lui indicata, ovvero nell’obbedienza matrimoniale”. “Lo sapevo che saresti arrivata lì, mia cara… Ma allora, questo amore – se non con la distanza – con cosa aumenterebbe? Sentiamo”. “A quanto ne so, e posso confermare, l’amore nasce e si alimenta con la conoscenza. Non a caso, la stessa Chiesa con del gran sano realismo, invita caldamente marito e moglie a non stare lontani l’un dall’altra…”.

Prima di lasciarci sulle note di una marcia nuziale, la mia amica R. mi ha assicurato che quest’anno nessuno le ha regalato dei Baci al cioccolato. Meglio così, ha asserito; vuole mettersi a dieta. Ha deciso di partire per gradi: inizia con l’astinenza da zuccheri. Quanto al resto, ci deve pensare ancora un po’.

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