DOPO IL DEF 2024/ Il problema irrisolto su cui l’Europa (e i mercati) non faranno sconti

- int. Guido Gentili

Con il Def 2024 il Governo è riuscito a evitare uno scontro con Bruxelles sul deficit, ma resta irrisolto il problema del debito in crescita

Meloni e Giorgetti Presidente Meloni con il Ministro dell'Economia Giorgetti a Palazzo Chigi con sindacati e imprese )(Ansa, 2024)

Complice la riforma del Patto di stabilità, con il cambiamento delle regole fiscali europee e l’incompleta definizione delle nuove procedure, il Governo italiano ha varato il Def 2024 contenente solo il quadro tendenziale e non quello programmatico, dove vengono indicate le linee di politica economica in vista della messa a punto della Legge di bilancio per il prossimo anno. Come evidenzia l’ex direttore del Sole 24 Ore Guido Gentili, «si tratta di una scelta formalmente corretta e concordata con la Commissione europea, che con tutta probabilità sarà adottata anche da altri Paesi membri. Va detto che all’incertezza sulle regole del Patto di stabilità si somma quella relativa al risultato delle elezioni europee, per cui non si sa bene quale maggioranza si potrà formare all’Europarlamento che dovrà ratificare la nomina del nuovo Presidente della Commissione».

Il Governo cosa guadagna con questa scelta?

Al Governo fa comodo non scoprire le carte in un momento in cui i dati della finanza pubblica non sono incoraggianti. Al di là degli effetti del Superbonus, sarebbe stato già di per sé molto complicato riuscire a indicare nel Def l’impegno per riconfermare le misure in vigore quest’anno, come il taglio del cuneo fiscale e la riduzione delle aliquote Irpef. Tuttavia, già dalle cifre del quadro tendenziale emerge un problema. Non mi riferisco tanto alle prospettive di crescita del Pil superiori alle previsioni sia della Banca d’Italia che della Commissione europea, quanto al trend di leggero aumento del debito pubblico su Pil, che va ad aggiungersi al problema del deficit eccessivo per il quale ci aspetta l’apertura di una procedura d’infrazione.

Il Governo è riuscito comunque a evitare lo scontro con Bruxelles proprio sul deficitche sembrava inevitabile.

Sì, in Europa c’è uno stallo per via delle elezioni, ma non attendiamoci carta bianca su tutto. Per esempio, sul Pnrr a inizio settimana c’è stato un botta e risposta tra Giorgetti e Gentiloni relativo alla scadenza del 2026. Sappiamo che la decisione spetta al Consiglio europeo, non alla Commissione, ma è un’operazione molto difficile da portare a casa. Non aspettiamoci dall’Europa solo una pioggia di sconti. Un conto è aver tamponato il problema del deficit, ma resta quello del debito in crescita. Questo ci creerà dei vincoli e dei problemi, soprattutto potrebbe crearceli sui mercati.

Dove già incombono i giudizi delle agenzie di rating. Si parte il 19 aprile con Standard & Poor’s e si finisce il 31 maggio con Moody’s.

Il quadro peggiore sarebbe quello di un giudizio negativo da parte delle agenzie di rating e dei mercati prima delle elezioni europee. Ma anche se si passasse indenni questo scoglio ci sarebbe poi una sorta di imbuto tra la fine dell’estate e l’autunno.

A cominciare, quindi, dalla presentazione del Piano fiscale strutturale che il Governo ha detto voler anticipare rispetto alla scadenza del 20 settembre.

Esattamente. Si tratta di una scadenza molto vicina a quella per la predisposizione della Legge di bilancio. Si tratterà di capire se al suo interno ci sarà o meno la proroga degli interventi su cuneo fiscale e Irpef, senza tralasciare la promessa di un ulteriore sgravio fiscale per il ceto medio. Una manovra che andrà trasmessa a Bruxelles con numeri messi nero su bianco: anche se avremo qualche margine sul deficit, tornerà a galla il problema del debito. E, come già l’anno scorso, tra metà ottobre e fine novembre sono in calendario le revisioni dei giudizi delle agenzie di rating.

C’è il rischio di dover mettere in campo qualche operazione straordinaria per ridurre il debito o qualche nuova privatizzazione, anche solo per dare un segnale ai mercati?

Difficile che si possa annunciare una qualche operazione straordinaria in campagna elettorale, quindi nel caso tutto sarebbe rimandato all’autunno. Sul piano della spending review forse qualche intervento andrà fatto, magari anche qualche sforzo in più sulle privatizzazioni, ma si tratta di un terreno minato dalle scadenze politiche.

Vedremo, quindi, una campagna elettorale in cui non si potrà sparare alto…

Sì, sia dal punto di vista delle promesse che delle bordate contro Bruxelles. Forse questo aiuterà a discutere di quale futuro si vuole per l’Europa. In questo senso non dimentichiamo che a novembre ci saranno anche le presidenziali Usa: il ritorno di Trump alla Casa Bianca avrebbe un impatto molto pesante per l’Ue.

(Lorenzo Torrisi)

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