DOPO L’IRPINIA/ Napoli, il “regno del possibile” che lasciò i sognatori a mani vuote

- Antonio Napoli

Il terremoto del 1980 rilanciò a Napoli la battaglia per la casa, già risalente agli anni 70. Tra alterne vicende, è un capitolo che arriva fino ai giorni nostri

napoli centro quartierispagnoli 1 lapresse1280 640x300
Napoli, quartieri spagnoli (LaPresse)

Con grande sorpresa il terremoto del 23 novembre 1980 non aveva buttato giù le vecchie case del centro storico di Napoli. Però le aveva colpite duramente. Lesioni e pericoli di crollo costrinsero ben presto ad avvolgere interi quartieri dentro un’unica, enorme impalcatura di tubi innocenti. Il barbacane divenne così per anni parte fondamentale del paesaggio urbano della città.

In una città popolosa come Napoli la casa era un bisogno primario difficile da soddisfare. Il sovraffollamento nei quartieri più popolari era una consuetudine, uno stile di vita più che una necessità, ed era difficile da estirpare. Un retaggio della Napoli capitale, che la nascita dello Stato unitario non aveva debellato. E poco avevano inciso le norme per il risanamento sanitario della città emanate nei primi anni dopo l’Unità.

La prima operazione di sventramento dei quartieri storici ebbe luogo dov’era esplosa l’epidemia di colera nel 1884 e portò alla costituzione della società pubblica Risanamento. Nacquero il “Rettifilo”, la nuova arteria della città sul modello dei grandi boulevard francesi, e la galleria, copiata da quella appena inaugurata a Milano. Ma l’affollamento abitativo e il bisogno di case non diminuì. Neanche il fascismo riuscì ad affrontare il problema, né con un piano di edilizia popolare in grado di spostare i ceti più poveri della città dal centro storico alla periferia, né nel 1929 quando su iniziativa del governo di Mussolini anche la città di Napoli, conglobando nei suoi confini le 11 cittadine limitrofe, superò il milione di abitanti.

La malnutrizione e le scarse condizioni igieniche derivanti da un patrimonio abitativo fatiscente segnarono il secondo dopoguerra. Migliaia di bambini divennero oggetto di un programma di assistenza e di cura e furono inviati nelle regioni del Nord. Ma in particolare fu nei primi anni 60 che si pose il problema – dopo i risultati di una commissione parlamentare d’inchiesta – di cosa fare degli oltre 65mila bassi (piccolissime abitazioni di una stanza senza luce e finestre, affacciate direttamente sulla strada) che davano riparo ad oltre 250mila abitanti nel centro storico.

Nel 1962 la legge 167 firmata dal ministro Sullo diede impulso ad un consistente piano di edilizia popolare. Nella solo Napoli furono realizzati rioni 167 in quasi tutte le periferie. I criteri per le assegnazioni furono l’occasione per la nascita di un consistente movimento per la casa, organizzato dal Pci e dal nascente sindacato degli inquilini, il Sunia. Un discreto serbatoio di voti che spinse i comunisti alla vittoria nel 1975.

Il terremoto cambiò rapidamente i programmi della nuova giunta Valenzi. Il piano periferie appena approvato e la volontà del Comune e del commissario di procedere alla realizzazione in città di 28mila alloggi, scatenò – come era successo per il movimento dei disoccupati – la corsa ad accaparrarsi un titolo di precedenza per ottenere una di queste abitazioni. Come ricorda oggi Nanà Brandi, una delle leader storiche del movimento per la casa a Napoli, nata nel quartiere Censi di Secondigliano, “solo quando iniziarono realmente ad aprirsi i cantieri ci si rese conto che il piano era vero e si scatenò una guerra ad acquisire una qualsiasi priorità”. Aggiunge Nanà: “premesso che si era attribuito al terremoto danni che non avevano niente a che fare con il terremoto, di conseguenza di terremotati a Napoli non ce ne erano proprio!”.

Iniziarono così le occupazioni. Tutto ciò che poteva essere utile per acquisire un titolo poteva andar bene: case private vuote, palazzi in costruzione, container. Gli stessi proprietari di casa trovarono conveniente farsi “occupare” l’appartamento. L’Agenzia delle entrate valutò infatti l’esproprio con criteri molto generosi e l’interesse dei proprietari divenne quello di farsi requisire l’immobile, arrivando addirittura a fingere le occupazioni abusive.

Racconta la Brandi: “Entrammo nelle nuove case nel 1984, i cantieri erano stati aperti nell’81, quasi subito”. Le case dovevano servire a liberare i quartieri oggetto della riqualificazione, ma il piano ben presto saltò. “Quando stavano per terminare i cantieri, furono promossi dai sindacati degli edili degli scioperi, non volevano chiudere i cantieri perché gli operai rischiavano di rimanere senza lavoro”. Ma non era l’unico punto di conflitto in città, quello tra operai e legittimi assegnatari. Nel momento critico del collaudo, le case vennero occupate da chi era indietro nella graduatoria o non ci era entrato affatto. Così tra lavoratori edili, legittimi assegnatari e occupanti abusivi si scatenò una vera e propria guerra tra poveri, trasformando quello che doveva essere un successo in una débâcle. Non fu un caso che nelle elezioni comunali del 1983 il Pci e Valenzi subirono una cocente sconfitta proprio nei quartieri della periferia, dove pensavano di aver investito di più.

Il 12 dicembre del 1986 si svolse alla Mostra d’Oltremare (con un titolo assai pretenzioso: “Il Regno del Possibile”) uno dei convegni più importante della storia recente di Napoli. Promosso dalla Confindustria e dalla Camera di Commercio, vi presero la parola ministri, intellettuali, imprenditori, professionisti, il gotha della città e del paese.

Il “cuore malato del centro storico di Napoli” come lo definì nella relazione Antonio Fantini, presidente Dc della Regione e commissario per la ricostruzione, “può essere guarito solo nella sua dimensione metropolitana”.  Il tema del convegno era quello di sempre, risanare la città concentrandosi sul centro storico – il più grande d’Europa – con un programma di recupero e di sviluppo, e con l’obiettivo di riqualificarlo per renderlo volano dello sviluppo urbanistico più ampio della città.

Il punto che il convegno non affrontava era che nel centro storico vivevano – male, ma ci vivevano – ancora 250mila napoletani poveri. Gli stessi che da secoli non mollavano, non se ne andavano, non accettavano di trasferirsi altrove. Il progetto del “Regno del Possibile” era stato messo a punto da Uberto Siola, preside della facoltà di Architettura, ex assessore della giunta Valenzi e gambizzato dai Nap perché accusato di voler deportare i napoletani fuori dalla città. Dunque Siola ritornava sui suoi temi preferiti, ma stavolta i suoi interlocutori privilegiati erano gli imprenditori, in particolare il presidente degli industriali di Napoli Enzo Giustino, il governo Craxi 2 al completo (oltre a De Mita, i ministri Formica, Galasso, Zanone), ma anche un pezzo del Pci rimastogli amico.

Enzo Giustino era un imprenditore moderno, colto (scriveva con regolarità sul Mattino) e dialogante. Aveva fondato da qualche anno il “Centro Studi Centro Storico” ed era l’anima del progetto. Giustino, nella sua relazione, parla da visionario e si chiede (eravamo nel 1986) se “Napoli sarà in grado di entrare nell’era tecnologica, se la subirà o la promuoverà. Oggi cerchiamo di rispondere alla domanda: saremo in grado di comportarci da soggetti attivi della trasformazione?”. Giustino sa i rischi che corre il suo progetto e cerca di allontanare i sospetti sui proponenti di ogni intento speculativo.

Al convegno prende la parola anche il nuovo segretario del Pci che ha sostituito Berlinguer nel 1984, Alessandro Natta. La partecipazione al convegno del segretario nazionale aveva scatenato una polemica furiosa nel partito napoletano. Nessuno ne sapeva niente, gli organizzatori avevano tenuto rapporti diretti con Botteghe Oscure, sospettando l’ostilità da parte del partito locale. Fece da tramite Gerardo Chiaromonte, dirigente di primo piano, amico di Siola e molto critico verso le posizioni oltranziste dei comunisti napoletani.

Bruno Vespa, che moderò il dibattito, pose subito la domanda cruciale al segretario del Pci: “ma voi siete d’accordo?”. Natta la prese assai alla larga. Riascoltandolo oggi (si trova ancora in rete una registrazione di Radio Radicale) si ha netta la sensazione che si sentisse in trappola e cercasse di sottrarsi a una situazione che lo avrebbe esposto sicuramente alle critiche interne. Parla di “governo democratico”, di rischi legati allo scarso controllo pubblico, alla tendenza ad accentrare i poteri, al pericolo di spendere altri soldi pubblici senza regole, di riforma dello Stato.

Il convegno ebbe un grande successo ma suscitò una reazione contraria almeno pari alle energie profuse per organizzarlo. In pochi mesi quello che sembrava un progetto in grado di dare continuità ai copiosi investimenti degli anni del post-terremoto fu percepito come un pericoloso progetto di speculazione immobiliare, fu descritto come le nuove “mani sulla città”, e venne ben presto accantonato.

Il Pci era finito all’opposizione dopo la sconfitta elettorale del 1983. Il Partito socialista lo aveva tradito e aveva ottenuto per Carlo D’Amato la poltrona di sindaco in cambio di una giunta omologa allo schieramento nazionale. I comunisti videro così nel convegno l’occasione per scatenare l’offensiva e rilanciare il proprio ruolo di opposizione.

Lo scontro fu aspro e da un lato riguardò la discesa in campo di tutte le forze che la sinistra riuscì a mobilitare, dal movimento per la casa ai sindacati, dai comitati per salvare i quartieri popolari ai tanti intellettuali, soprattutto architetti ed urbanisti, ostili a Siola e a chi si era impegnato nel progetto. Ma anche nel Pci ebbe luogo uno scontro molto aspro che portò all’esclusione dagli organismi dirigenti di tutti coloro che avevano assunto posizioni favorevoli al progetto.

Il “Regno del Possibile” ben presto fallì. Non se ne fece più niente e tutti i progetti di trasformazione urbana affondarono con il pentapartito e la tangentopoli napoletana. Ancora oggi è ricordato come un tentativo sbagliato, un progetto velleitario, concepito contro lo spirito della città. Riprova ne fu che alla fine degli anni 90, sindaco Bassolino, il grande centro storico della città ebbe uno sviluppo diverso, legato al turismo (ne è simbolo la rinascita della strada dei pastori), alla nuova domanda di alloggi per nuovi residenti, all’apertura di locali e di decine di ristoranti e pizzerie.

Cosa unisce la lotta per la casa degli anni 70 al terremoto dell’80, fino ad arrivare alle centinaia di bed&breakfast di oggi? Apparentemente niente, eppure qualcosa suggerisce che sarebbe necessario rivedere la storia urbanistica della città, rileggere scelte fatte e non fatte in questi decenni, e provare a riscrivere ancora una volta un progetto di risanamento della città. Forse è tardi per pensare a politiche di trasformazione urbana così come le hanno realizzate altre grandi città europee (Barcellona su tutte), nel senso che circa 200mila cittadini hanno negli ultimi 20 anni abbandonato la città, il centro storico è sostanzialmente spopolato e i giovani vanno a vivere altrove. E i turisti – fa male dirlo – amano proprio la città così com’è, tanto loro non devono viverci. Quando si gira per i quartieri ancora oggi è possibile scorgere qualche impalcatura in tubi innocenti, rimasta ancora lì dopo 40 anni, come un monumento a futura memoria per l’occasione persa, ma soprattutto come simbolo dell’incapacità di un’intera classe dirigente di promuovere lo sviluppo della propria comunità.

(6 – continua) 

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI



© RIPRODUZIONE RISERVATA