FINANZA/ Le ultime furbate degli speculatori preparano nuove pericolose bolle

- Mauro Bottarelli

Su dollaro, petrolio e materie prime continuano le manovre speculative che mettono a rischio lo stato di salute della finanza globale. E a rimetterci, alla fine, saranno i risparmiatori

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L’Opec aumenterà la produzione per salvaguardare la ripresa dell’economia globale se il prezzo del petrolio tornerà a toccare i 100 dollari al barile. Lo ha dichiarato il presidente del cartello, l’angolano Jose Botelho de Vasconcelos, il quale ha affermato che un prezzo tra i 75 e gli 80 dollari al barile è sostenibile sia per i produttori che per i consumatori, mentre quotazioni più alte potrebbero frenare la ripresa.

 

Balle. Quel prezzo non è sostenibile per il semplice fatto che rappresenta una bestemmia nei confronti dei fondamentali: è tutta e sola speculazione over-the-counter, una strategia di hedging sul ciclico che non smetteremo di denunciare come suicida oltre che criminogena. Ma a preoccupare deve essere la promessa-minaccia dell’Opec: ovvero, aumentare la produzione se il greggio toccherà i 100 dollari al barile.

Come dire che ormai nelle segrete stanze si sa che l’oro nero raggiungerà quella cifra, addirittura Goldman Sachs si spinge oltre nelle previsioni: siamo agli avvertimenti in stile quasi mafioso di un cartello che di fatto non permette la nascita di un “mercato” del petrolio, piuttosto il perpetuarsi di una piattaforma concordata e blindata che non lascia margini di manovra se non quelli della speculazione che fa la gioia dell’Opec. Stiamo preparando il cappio con il quale ci impiccheremo alla logica di squeeze e corner, complimenti vivissimi.

Ma se il fronte petrolio porta soltanto brutte notizie, con i consumatori furibondi per i continui aumenti del carburante, nonostante in Asia il prezzo fosse sceso sotto quota ottanta dollari nella notte risalendo poi a ottantuno a causa anche della cronica debolezza del dollaro, quello bancario continua ad affossare gli indici azionari, Milano in testa, anche dopo la decisione annunciata ieri dal gruppo bancario e assicurativo olandese Ing di separare le attività di banca da quelle di assicurazione, per vendere nel tempo queste ultime e un aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro per rimborsare le iniezioni di liquidità fornite dallo stato olandese.

Un qualcosa che ricorda molto da vicino la proposta di “spezzatino” avanzata la scorsa settimana dal governatore della Bank of England, Mervyn King, bocciata dal premier Gordon Grown ma nei fatti unica possibilità di evitare futuri default. Se infatti, proprio in Inghilterra, Lloyds ha annunciato l’intenzione di lanciare un aumento di capitale da 23 miliardi di sterline per tagliare del tutto il supporto statale – e quindi le regole a cui bisogna sottoporsi per perpetuarlo – dall’America giungono nuove preoccupazioni per futuro, pesantissime speculazioni a causa dell’ultima moda sui mercati, ovvero un colossale carry trade garantito dalla debolezza del dollaro.

Cosa sia il carry trade è presto detto: è la pratica speculativa consistente nel prendere a prestito del denaro in paesi con tassi di interesse più bassi, per cambiarlo in valuta di paesi con un rendimento degli investimenti maggiore in modo sia da ripagare il debito contratto sia da ottenere un guadagno con la medesima operazione finanziaria.

Ora il carry trade, solitamente impostato su yen e franchi svizzeri, è concentrato invece in dollari, presi a prestito per acquistare assets: le scelte della Fed di stampare denaro a nastro con tassi di interesse a 0 rende conveniente questa operazione e gli stimoli pubblici posti in essere dal governo garantiscono ancora qualche tempo di speculazione serena. Solo che il dollaro non potrà restare così debole a vita e quando si paleserà l’inversione dei corsi monetari saranno lacrime non solo per chi ha investito, ma soprattutto per le banche.

 

Anche perché, nonostante la diversificazione posta in essere nell’ultimo trimestre, la Cina continuerà a mantenere il grosso delle sue riserve in Securities denominate in dollari, così come annunciava ieri il Monday’s Financial News, foglio pubblicato dalla Banca Popolare Cinese. I 2,27 trilioni di riserve cinesi, la cui composizione è di fatto un segreto di Stato, resteranno per una parte sostanziale denominate in dollari, anche perché Pechino si è vista costretta a continuare l’acquisto di biglietti verdi per mantenere basso il tasso di cambio della yuan a fini di politica economica interna ed export: inoltre, verrà cambiato il meccanismo di cambio della yuan per evitare pressioni sulla Banca centrale nell’accesso di inflows monetario straniero.

 

Insomma, il dollaro debole – il peggior dato da quattordici mesi – durerà ancora un po’ ma non per sempre: e sarà ancora la Cina a garantirne, per il tempo necessario, la sopravvivenza come denominatore di riserve globali. Occhio quindi all’ultima furbata della speculazione: in molti potrebbero scottarsi le dita, non ultime le sempre poco caute istituzioni bancarie.

 

In compenso, se il dollaro resterà il faro monetario, qualcosa si muove in altri contesti che segnalano manovre di disimpegno ben poco incoraggianti. Parliamo dei Treasury Bonds che, nella scadenza decennale, stanno registrando una vera e propria impennata dei rendimenti sul mercato secondario, segnale che starebbe a indicare vendite massicce.

 

I fari, ovviamente, si sono subito accesi verso i grandi detentori stranieri che starebbero operando alleggerimenti delle posizioni, operazioni che normalmente vengono accuratamente frazionate e diluite nel tempo ma che non sempre riescono a passare del tutto inosservate: soprattutto quando tradiscono fretta e preoccupazione, sentimenti che poco vanno a braccetto che l’euforia immotivata dei mercati e parlano invece la lingua di un paese, gli Usa, alla disperata ricerca di una exit strategy che la sua leadership non sembra nemmeno intravedere.

 

Ieri sui mercati i rialzi erano limitati a titoli legati a petroliferi e minerari, ovvero chi gode del rimbalzo della speculazione sulle commodities: occhio agli assicurativi, la nuova bolla sta per scoppiare. E la Gran Bretagna sarà l’avamposto di quella che, senza un altro tampone pubblico, si trasformerà in un’emergenza capace di erodere le pensioni e i risparmi – in piani di accantonamento privato – di migliaia e migliaia di cittadini. Mentre là fuori si gioca al carry trade, il segreto sulle reali perdite nelle pance degli istituti si perpetua: prima o poi, però, sarà reso pubblico. E non saranno belle notizie.

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