CARRON/ 5. Riotta: alle imprese serve meno individualismo e più educazione

- int. Gianni Riotta

Gianni Riotta, direttore del Sole 24 Ore, interviene nel dibattito sulla lezione La tua opera è un bene per tutti di Julián Carrón. La crisi? «Siamo un paese più coeso di quello che ci immaginiamo»

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«Siamo davanti a due strade possibili: o il ritorno alla persona, ciascuna con la sua singolarità e dignità, oppure avanzare ognuno per conto nostro. È la deriva dell’individualismo, che solo un’educazione può sconfiggere». Gianni Riotta, direttore del Sole 24 Ore, interviene nel dibattito sulla lezione La tua opera è un bene per tutti di Julián Carrón. La crisi? «Siamo un paese più coeso di quello che ci immaginiamo».

Agli imprenditori convenuti per l’assemblea nazionale della Compagnia delle Opere, Julián Carrón ha detto che viviamo in un contesto culturale nel quale la risposta alla sfida del rapporto tra l’io e la comunità è l’individualismo. Condivide?

Sì. Il ’900 dal quale siamo appena usciti è stato per eccellenza il secolo della massa: è stato così nel lavoro, nella società, nella comunicazione, nella produzione della cultura, nella politica. Siamo invece entrati in un secolo in cui conta il “personal”, l’individuo. Abbiamo davanti due strade possibili: quella che mi pare indichi Carrón, cioè il ritorno alla persona, ricordandosi che anche quando le persone sono aggregate in una massa sono singolari, restano ciascuna con una sua autonomia e dignità. E quella dell’individualismo, che rappresenta una deriva della prima: cioè io avanzo per conto mio, conto solo io e basta.

C’è un paradosso: da un lato la modernità incoraggia l’individualismo, dall’altro è costretta a moltiplicare le regole per imbrigliare il nemico – secondo il principio homo homini lupus – che ognuno di noi si rivela potenzialmente essere.

Viviamo in un tempo segnato dalla contraddizione. Pensiamo al paradosso della privacy: mai come oggi la privacy è nominata, ambita. Oggi rivendichiamo la privacy, ogni nostro gesto è controllato, riprodotto, timbrato, autorizzato. Per la nostra sicurezza abbiamo accettato tutto questo, ma il risultato è che nessuno di noi ha più alcuna privacy. Lo stesso accade nella politica: la controparte della riservatezza è lo scandalo. La modernità assume un valore e lo contraddice subito in pratica.


In questa situazione che cosa bisogna fare?

Agire in questo tipo di contesto è difficile. I legislatori si chiedono solo cosa convenga loro dire oggi, i banchieri e i finanzieri in cosa convenga loro investire oggi. Abbiamo tutti perso l’ambizione ad uno sguardo più ampio, a guardare le cose in un periodo più lungo. È il male della fine del secolo scorso e di questo all’inizio: il nichilismo, l’idea che vero e falso, bene e male non si distinguono, che tutto è la stessa cosa e non cambierà mai nulla.  Mai come oggi occorre dare la priorità all’educazione, ad una riforma della società, dei costumi. Vale anche per la politica.

Il nostro paese sembra meno colpito di altri dalla crisi, ma prevale lo spaesamento, gli imprenditori denunciano di essere lasciati soli, non riescono a mettersi insieme, a pensare oltre il proprio particolare. Come vede la situazione?

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Mi ha molto colpito il sondaggio che pubblichiamo oggi sul Sole 24 Ore. Si chiede: secondo voi il nostro paese è in crisi? E la risposta è: sì, profondamente. Al che si replica: ma lo siete anche voi? E la risposta è sorprendente: no, noi no. Siamo soddisfatti. Ecco, l’italiano vede che il sistema è in crisi, però si rifugia nel suo privato e si sente soddisfatto.

 

Ma questo perché? Cosa offre il privato, un’illusione o qualcosa di reale?

 

La famiglia rimane un punto fermo. Così il lavoro e la comunità di riferimento. La nostra azienda si è mostrata molto meno propensa a sbaraccare di quanto si poteva pensare all’inizio. È in sofferenza ma non ha licenziato, non ha messo subito tutti in cassa integrazione ma si è mostrata aperta al dialogo, alla ricerca di soluzioni comuni e condivise. Questo lo si vede soprattutto nelle piccole imprese, dove ci sono perfino legami familiari tra datore di lavoro e dipendente. Siamo un paese più coeso di quello che ci immaginiamo.

 

Fanno discutere le tesi di Alberto Alesina e Andrea Ichino. Secondo loro la famiglia italiana è una delle cause del mancato sviluppo del paese in termini di welfare, competitività e ricchezza. Che ne pensa?

Credo che osservare questo tipo di fenomeni sia sempre straordinariamente delicato. Occorrerebbe farlo guardando da vicino e da lontano al tempo stesso. Pensiamo però al successo della comunità asiatica negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. Sarebbe stata impensabile senza un welfare familiare forte. Come familiare era, ed è, la conduzione delle loro attività commerciale, dei loro spacci, delle loro imprese, che non si sono mai sparpagliate, ma hanno fatto corpo, restando collegate le une alle altre sulla base di legami personali e non soltanto economici.

 

Dunque Alesina e Ichino hanno torto?

 

No: condivido la loro preoccupazione liberista quando ammoniscono sul pericolo che la coesione freni la dinamica sociale: quella per cui il figlio del presidente diventa presidente anch’egli, e chi è figlio di un amministratore delegato prende il suo posto. Questo è un disvalore.

Quello che ha detto dei legami familiari vale anche per il nostro sistema di pmi?

 

Certamente.

 

 

 

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