FINANZA/ L’autunno bollente di Usa, Europa, Cina e Russia

- Mauro Bottarelli

Mentre la crisi va avanti, gli Usa mettono in dubbio la natura della Fed, l’Est Europa traballa sull’orlo del precipizio, la Russia si prepara a un inverno di ricatto energetico e la Cina continua a creare riserve

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Il board della Federal Reserve ha respinto le richieste del segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, di riforma della sua struttura e della sua governance. Lo rivela l’agenzia Bloomberg citando fonti vicine all’operazione. I membri del board avrebbero considerato le richieste del Tesoro come una potenziale minaccia all’indipendenza della banca centrale. Inoltre la Fed precisa di non aver ancora messo a punto nessun rapporto sulla base delle richieste di Geithner.

 

Non sono belle notizie, tira aria di normalizzazione statale dell’economia e del mercato e abbiamo visto finora a quali risultati abbia portato l’eccessivo protagonismo dei governi nei tentativi di risoluzione della crisi economica. Ma se gli Usa, al loro interno e cercando di far fuoriuscire il meno possibile, stanno ridiscutendo le basi stesse della prima democrazia al mondo basata sul libero mercato, altrove la situazione appare già ampiamente fuori controllo e non fa ben sperare per questo autunno dai toni già caldi.

I paesi baltici, già in passato messi sotto la lente d’ingrandimento per i loro rischi di default sul debito e per i sistemi bancari che rischiavano di mandare in tilt le troppe e troppo allegre esposizioni degli istituti dell’Europa continentale, stanno letteralmente implodendo. In Estonia i prezzi delle proprietà immobiliari sono crollati del 60% dall’aprile di due anni fa e di fatto la ricchezza netta della popolazione è scesa sotto il livello dello 0: a denunciarlo non è qualche allarmista di turno ma il professor Ulo Ennuste dell’università di Tallinn. Non era mai successa una cosa simile e la Lettonia pare in predicato di seguire il destino della cugina baltica.

Ma non è tutto: l’economia si contrarrà del 16% quest’anno, il doppio rispetto a quella della tecnicamente fallita Islanda, la produzione industriale del 27% e i disoccupati vedono scendere i loro benefit a 12 euro la settimana: il tutto mentre il governo sta varando l’ennesimo pacchetto economico basato sull’austerity per centrare l’obiettivo totemico del 3% di rapporto tra debito e Pil. Attualmente siamo al 5%, quindi il governo potrebbe scegliere un’altra via e negoziare con Francoforte una sorta di exit strategy temporanea dal fallimentare peg che lega la valuta locale all’euro, ma invece l’ortodossia di Maastricht sembra la regola aurea.

Ovviamente da più parti è cominciata la giubilazione del libero mercato, del modello thatcheriano che per quindici anni ha visto l’Estonia correre come una locomotiva: gioverebbe chiedere a lorsignori quando abbiano sentito la Lady di Ferro invocare come ricetta il fatto che un paese come l’Estonia trovi giusto farsi prestare soldi dalle banche svedesi per comprare macchine tedesche, come faceva notare domenica sul Sunday Telegraph il come sempre lucido Ambrose Evans-Pritchard.

 

Il problema è che entrare nell’euro così come nella Nato, nelle menti delle elites estoni, pare l’unico modo per mantenere le distanze di sicurezza dal Cremlino: a quale prezzo economico e sociale, però, stiamo per scoprirlo. Per Edward Hugh di Baltic Watch le quattro nazioni baltiche legate a un meccanismo di peg tra le loro valute e l’euro hanno un’unica via d’uscita: negoziare con Bruxelles e Francoforte una svalutazione dello stesso peg oppure veder crollare le proprie divise facendo esplodere il debito. Nessuno presterà ancora soldi a Stati ridotti in quel modo salvo il Fondo Monetario Internazionale, il quale però ha un’unica ricetta per tutti, dall’Estonia all’Ucraina allo Zimbabwe. Ovvero, prestiti a pioggia che con il tempo si trasformano in armi a doppio taglio.

 

I paesi baltici rischiano di essere i primi a conoscere gli effetti devastanti della deflazione ma non pagheranno da soli i costi: prima sarà l’Europa dell’Est a subire il contagio, poi toccherà a quella continentale che mentre ora vaneggia contro i danni del liberismo fino all’altro giorno investiva e prestava denaro a palate alle turbo-economie post-sovietiche senza porsi domande rispetto alle tenuta di modelli sociali di fatto incompatibili con soluzione di puro libero mercato. Le riserve della banca centrale estone, per capirci, garantiscono salvezza fino a Natale mantenendo questo tipo di politiche di peg: dopo, sarà default.

 

Nel frattempo la Cina continua a investire nei mercati di diversificazione e proprio ieri ha reso noto che sta valutando l’ipotesi di comprare l’oro offertole dal Fondo Monetario Internazionale – si parla di oltre quattrocento tonnellate, un ottavo del totale di riserva e qualcosa come 13 miliardi di dollari di valore -, il quale deve fare cassa per continuare a pompare soldi artificiali nel sistema: «Se il prezzo sarà conveniente e il valore di realizzo alto, compreremo», ha reso noto a Cnbc una fonte governativa cinese coperta dall’anonimato. Immediatamente il prezzo dell’oro all’oncia, sceso sotto quota 1000 dollari, ha rotto di nuovo la soglia psicologica.

 

Insomma, gli Usa mettono in dubbio addirittura la natura della Fed, l’Est Europa traballa sull’orlo del precipizio, la Russia si prepara a un inverno di ricatto energetico e la Cina continua a creare riserve mentre il Fondo Monetario Internazionale si trova costretto a fare cassa svendendo le sue: non sembra una delle situazione migliori da vivere. Anzi. Proprio il contrario.

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