MANOVRE/ Così il nuovo asse Pdl-Lega sfida Tremonti

- Michele Arnese

Tra riforma fiscale e taglio delle tasse, spiega MICHELE ARNESE, la questione tributaria è ormai diventata un affare prettamente politico, e non più soltanto economico

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Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi (Foto Ansa)

Cercasi riforma fiscale, disperatamente. O meglio, altrettanto disperatamente, cercasi taglio delle tasse. “Riforma fiscale” e “taglio delle tasse” sono i due concetti chiave che animano, e dilaniano, la maggioranza di centrodestra. Due concetti spesso usati come sinonimi, mentre non sempre lo sono.

Tutti nel centrodestra vogliono, anzi esigono, una riforma fiscale, anche se spesso hanno le idee confuse. Altri – in primis il premier Silvio Berlusconi e adesso pare anche la Lega, dopo le parole del ministro dell’Interno, Roberto Maroni – invocano un taglio delle tasse. Però, dai documenti di finanza pubblica approvati dal consiglio dei ministri, e inviati alla Commissione di Bruxelles, non è scritto che il governo s’impegna a una secca diminuzione della pressione fiscale, ovvero la traduzione tecnica della vulgata sulla riduzione delle tasse. Bensì è scritto che l’esecutivo pensa che il carico tributario, in maniera graduale, deve essere spostato dai redditi e dal lavoro alle cose, ossia ai consumi. E che lo spostamento deve avvenire a costo zero per i conti pubblici: quindi le eventuali minori entrate devono essere compensate da altre entrate. Le finanze pubbliche italiane, che puntano a un sostanziale pareggio di bilancio per il 2014, non consentono manovre in deficit.

Insomma, si può pure pensare e dire – dietrologicamente – che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non voglia realizzare una riforma fiscale fino a quando non siederà lui a Palazzo Chigi. Ma la questione tributaria è ormai diventata un affare prettamente politico, e non più soltanto economico. Vediamo perché.

La sberla elettorale nelle amministrative per il centrodestra, in particolare a Milano e Napoli, ha indotto sia il Pdl che la Lega ad alcune riflessioni. Le riflessioni si sono concluse con una domanda: che cosa possiamo fare prima del 2013, quando si terranno le elezioni politiche, per evitare un’ipotetica sconfitta, visto il vento elettorale che tira?

Come dire, in altri termini, che con una manovra di tagli alla spesa pubblica da oltre 40 miliardi da approvare a breve, per incidere sui saldi di bilancio 2013 e 2014, è probabile che all’appuntamento elettorale del 2013 si arrivi con un’economia in crescita ancora asfittica, alle prese con ristrutturazioni aziendali e una persistente bassa domanda, e per di più fiaccata da robusti tagli alla pubblica amministrazione. I teorici dello stato minimo – posto che esistano ancora nel centrodestra – potrebbero pure sostenere che con gli ulteriori tagli alla spesa pubblica si raggiunge l’obiettivo liberale e liberista di uno stato leggero e non invasivo. Ma di certo con riduzioni da primato nella pubblica amministrazione non si guadagnano consensi.

La traduzione politica di questo scenario è la seguente, secondo l’interpretazione prevalente nel centrodestra, seppure non esplicitata: Tremonti con la sua politica flemmatica, ultraeuropeista e rigorista ci condanna a sicura sconfitta. Insomma, non basta più sostenere e ricordare – secondo la versione più consolidata nella maggioranza – che è un merito aver tenuto i conti pubblici in sicurezza, che con la cassa integrazione in deroga si sono evitati licenziamenti di massa, che la riforma all’insegna dell’efficienza della pubblica amministrazione è stata avviata, che le innovazioni strutturali nella scuola e nelle università hanno raccolto consensi anche tra osservatori indipendenti e non obnubilati da ideologismi, che è stato detassato il salario variabile nell’industria favorendo la contrattazione decentrata e che con il recente decreto sviluppo ora in discussione in Parlamento si sono varate una serie di deregolamentazioni e sburocratizzazioni che rispondono alle attese liberali di aziende e cittadini.

Tutto questo non basta più, non è più sufficiente ricordarlo, serve altro. Ovvero serve – è l’idea pressoché unanime nel Pdl a partire dal primo ministro – una frustata fiscale all’economia.

Cosa, buona e giusta, ovviamente, una riforma tributaria. Cosa altrettanto buona e giusta un taglio delle tasse, altrettanto ovviamente. Ma ci sono le condizioni? E c’è un reale consenso sulla prospettiva di ridurre qualche punto percentuale a un’aliquota dell’Irpef e di aumentare qualche punto percentuale a un paio di aliquote Iva, come si discute a livello tecnico finora al ministero dell’Economia? Incrementare l’Iva con un’inflazione in agguato e una domanda ristagnante può comportare effetti collaterali negativi maggiori di quelli, presunti, positivi. E poi, siamo sicuri che un taglietto fiscale così congegnato possa davvero essere una frustata all’economia? La frustata potrebbe arrivare solo con una robusta flessione della pressione tributaria complessiva.

Forse, invece di congegnare frettolosamente uno pseudo-taglietto fiscale, ci si poteva pensare prima. In entrambi i casi, le responsabilità potrebbero essere scaricate sul titolare del Tesoro, che in questi giorni è più confortato, e a volte osannato, dal centrosinistra che dal centrodestra.

La questione, come si vede, è più politica che economica, ormai.

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