FINANZA/ La fine dell’euro? Comincia a Berlino ma finisce in Piazza Cordusio

- Mauro Bottarelli

La Bundesbank attacca la Bce, la Merkel nicchia e mentre Hollande e Monti vanno in ordine sparso l’Europa crolla. Intanto Deutsche Bank vuole papparsi Unicredit. MAURO BOTTARELLI

deutsche_bank_phixr
Infophoto

Tifo Milan ma anche un po’ Inter e, se è il caso, anche un po’ per la Juventus. E’ questo l’atteggiamento sposato da Angela Merkel in questi giorni di calma apparente sui mercati ma di guerra dichiarata all’interno della Bce, con i falchi tedeschi all’attacco di Mario Draghi e il governatore dell’Eurotower terrorizzato dall’ipotesi che circola nei report della City. Ovvero, preparatevi a una correzione dei corsi pesante tra settembre e novembre, motivata dal fatto che stando a molti analisti la Corte costituzionale tedesca dirà di no al fondo permanente Esm il 12 del mese prossimo, atto di cui in Germania sono già convinti e che quindi renderebbe il ping pong di dichiarazioni di queste ore niente più che una pantomima ad uso di politica interna.

Un esempio? Ieri la cancelliera tedesca ha appoggiato apertamente l’operato della Bce, ritenendo che l’Eurotower stia agendo nell’ambito del suo mandato per la stabilità dei prezzi ma allo stesso tempo ha sostenuto il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che ha definito l’idea che la Bce stabilisca i tassi dei bond “scabrosa”. «Credo sia un bene che Weidmann metta in guardia i politici in continuazione. Sostengo Weidmann e credo sia un bene che egli, come capo della Bundesbank, abbia molta influenza nella Bce» ha dichiarato Merkel in un’intervista alla tv Ard. Come dire, tifo per la squadra che vince. Subito dopo, l’opzione diplomatica: «Angela Merkel non prende posizione sull’ipotesi di un acquisto dei bond da parte della Bce per rispettarne l’indipendenza. Se Merkel prendesse una posizione a riguardo – ha risposto in proposito ieri il portavoce Steffen Seibert – le sue parole avrebbero una influenza politica su Francoforte e questo è esattamente quello che si vuole evitare nel rapporto fra le istituzioni europee».

Una presa in giro senza precedenti, visto che sostenere apertamente Weidmann e la sua politica, significa di per sé prendere una posizione. Chiara e netta. Ma non basta. In Germania è bufera anche sulla Csu bavarese dopo le durissime dichiarazioni sulla Grecia e su Mario Draghi, definito «il falsario d’Europa», del segretario del partito, Alexander Dobrint. A fare retromarcia e accusare Dobrindt di «chiacchiericcio provinciale» è stato il vice capogruppo della Csu al Bundestag, Max Straubinger, secondo il quale è «uno scenario dell’assurdo pensare che la Grecia con la dracma possa rimettersi in piedi più presto». Con una moneta svalutata Atene non sarebbe infatti più in grado di finanziare le sue importazioni, soprattutto quelle dalla Germania, ha spiegato Straubinger alla Passauer Neue Presse, sottolineando invece che «finora il cancelliere ha fatto un ottimo lavoro nella crisi dell’euro». Ad attaccare il collega di partito Dobrindt anche il capogruppo Csu al parlamento europeo, Markus Ferber, secondo il quale «adesso bisogna finirla con le chiacchiere che la Grecia deve uscire dall’euro. Chi può mai investire in Grecia se pensa che tra sei mesi può pagare in dracme ed ottenere tutto a metà prezzo?». 

Insomma, apparente guerra interna, con sullo sfondo l’ombra lunga delle elezioni del prossimo anno. In realtà, la Germania sa che questo atteggiamento è ciò che gli investitori che hanno scommesso sulla fine dell’euro vogliono: non a caso, sempre ieri la Germania ha collocato 1,957 miliardi di euro di titoli del debito pubblico a un anno con rendimenti negativi dello 0,0246%, contro il -0,054% del mese scorso con forte domanda. Non è cosa da poco, vista la poca attrattività dei titoli tedeschi nelle ultime settimane: andare in negativo su una scadenza così a breve è segnale chiaro di ritorno della logica di safe haven per Berlino e di rinnovata certezza sul fatto che l’eurozona ha i mesi contati. Sempre ieri l’indice Ifo, uno dei principali barometri dell’economia tedesca, che registra la fiducia delle imprese, è sì sceso ad agosto, attestandosi a 102,3 punti, dai 103,2 punti di luglio ma gli analisti si aspettavano una discesa più pronunciata a 102,8. L’indice sulle aspettative arretra da 95, a 94,2 punti e quello sulla situazione attuale avanza da 110,8 a 111,2 punti. 

Insomma, la Germania sta attrezzandosi per il domani e lo sta facendo utilizzando il mitragliatore, non il fioretto. Il problema è che Draghi sta combattendo da solo, visto che sia Mario Monti che Francois Hollande stanno operando in ordine sparso, preoccupati come sono dalla situazione interna dei loro Paesi. L’idea degli spreads calmierati è in effetti inaccettabile, visto che sarebbe la negazione stessa del mercato ma l’operatività residua del fondo Efsf dovrebbe essere utilizzata da subito, visto che al netto del denaro stanziato per le banche spagnole – e che ancora non è arrivato a destinazione – restano in cassa 65 miliardi. Visto che i 100 miliardi europei fanno il solletico ai conti delle disfunzionali banche spagnole, tanto vale intervenire subito sull’obbligazionario sovrano, ottenendo due risultati: primo, limitare gli interessi da pagare per gli Stati e secondo attenuare la tensione sul comparto bancario, visto che la liability più grossa per gli istituti di credito periferici è la massiccia presenza in portafoglio proprio di titoli di Stato in deperimento.

La questione, però, a mio avviso diventa un’altra. Ovvero, per conto di chi la Germania sta devastando l’eurozona, mettendo a rischio svendita la Spagna e l’Italia? Chi è felice di vedere i titoli delle banche iberiche e del Belpaese finire a picco, tramutando grandi istituti in prede da conquistare a prezzo di saldo? Il fatto che sia lo scorso anno che questo, Deutsche Bank sia stato attore attivo sui mercati in chiave di destabilizzazione dei due grandi Paesi latini non mi pare una coincidenza, anzi. Il fatto che la Bundesbank stia attaccando Draghi in una maniera che non ha precedenti, poi, sembra un chiaro segnale di come si stiano muovendo gli eserciti per un’offensiva in piena regola, mentre il resto dell’Ue gioca ancora con i soldatini. La speculazione, quella anglosassone brutta e cattiva, questa volta potrebbe essere il mandante ma non il soggetto operativo dell’attacco, attende di salire in giostra una volta che il burattino tedesco avrà fatto il suo dovere. Caino sta preparando il suo piano con meticolosa precisione ma anche con rumorosa e spocchiosa platealità, segnale che non teme reazioni: attenzione, in questo contesto, a Unicredit. Come tutti i bancari, anche il titolo di Piazza Cordusio sta correggendo dopo il rally partito il 23 luglio scorso. Il comparto continuerà a essere soggetto a volatilità soprattutto in vista del ritorno dei volumi nelle prossime settimane, inoltre i titoli continueranno a muoversi in linea con l’andamento dei Btp, vista la massiccia presenza di questi nei portafogli delle banche.

La cautela dunque resta d’obbligo ma anche l’attenzione alle insidie. Il titolo, dopo il top a 3,32 euro, ha iniziato a correggere e il pull back ora si è arrestato intorno all’area di supporto di 3,04-3,05 che coincide con i massimi di inizio luglio, scenario questo compatibile con l’ipercomprato delle ultime sedute. Una correzione maggiore potrebbe però alimentare le vendite sino a 2,87-2,85, da dove potrebbero ripartire gli acquisti in maniera importante, mentre al rialzo un sfondamento dei recenti massimi farebbe lievitare il titolo sino a 3,70 euro.

Chi pensa in postivo, ha la certezza che eventuali risoluzioni positive in Europa sul tema Grecia, Spagna e Esm, possano riportare le quotazioni in area 4,20 euro. C’è però l’ipotesi opposta, quella alimentata dall’atteggiamento tedesco: senza nessuno sviluppo e anzi con il no della Corte di Karlsruhe, dove potrebbero andare a finire le quotazioni della principale banca italiana? A quel punto, siamo sicuri dell’identità di chi entrerà in scena per rastrellare? Ricordiamoci, infatti, che l’operatore di private equity britannico, Pamplona Global Financial Istitutions, ha acquistato il 5,01% di Unicredit. Il fondo già deteneva l’1,99% delle azioni ordinarie Unicredit e ha incrementato la propria partecipazione fino al 5,01%, mediante l’ulteriore acquisizione del 3,02% di azioni Unicredit. 

L’investitore con base a Londra è diventato così il secondo azionista di Piazza Cordusio, dopo il fondo di Abu Dhabi Aabar che detiene una quota del 6,5%. L’operazione è avvenuta tramite la controllata interamente partecipata Pgff Luxembourg ma Pamplona Global Financial Institutions Fund ha ottenuto un finanziamento a medio termine dalla filiale londinese della tedesca Deutsche Bank. L’operazione finanziaria con Deutsche Bank prevede opzioni put ed opzioni call su 290 milioni di azioni Unicredit, che potrebbero essere regolate in contante o mediante consegna fisica delle azioni a discrezione del fondo. Tali opzioni sono finalizzate sia a garantire un valore minimo delle azioni UniCredit, sia a consentire al fondo di trattenere eventuali incrementi del valore delle azioni fino ad un livello significativo al di sopra dell’attuale prezzo di mercato. Deutsche Bank nega interessi su Unicredit, ad ogni livello. Voi ci credete?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori