VACANZE & CRISI/ Bortolussi (Cgia): 7 milioni in ferie? Siamo ancora un popolo ricco…

Per GIUSEPPE BORTOLUSSI (Cgia Mestre) la stragrande maggioranza degli italiani continua ad avere un discreto gruzzolo da parte. Tuttavia, la crisi e le tasse potrebbero renderci poveri

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I Santi portano buone nuove. Pare. Durante il ponte, il numero degli italiani che ha deciso di trascorre almeno una notte fuori casi è leggermente salito rispetto all’anno scorso. Secondo i dati del Centro studi di Federalberghi, infatti, quest’anno sono 7 milioni. Certo, non stiamo parlando di cifre da capogiro, dato che nel 2012 sono stati 6,9 milioni. Sta di fatto che non è la tendenza che ci saremmo aspettati. La crisi è ancora in corso, le stime sulla crescita vengono continuamente riviste al ribasso, mentre l’imposizione fiscale continua a crescere. Allora, come si spiega il fenomeno? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre.

Come si spiegano 7 milioni di italiani in vacanza nonostante la crisi?

Beh, anzitutto, va fatta una considerazione: è come quando si afferma che i ristoranti sono pieni: bisogna vedere quanti posti ci sono a sedere. In ogni caso, è vero che, nonostante la crisi, di certo non si può dire che il disagio economico sia così generalizzato.

No?

In molti hanno conservato il posto di lavoro, hanno goduto degli scatti di anzianità retributiva, o sono in pensione con assegni dignitosi. Indubbiamente, buona parte di quanti ancora dispongono di una certa stabilità lavorativa, sono i dipendenti della pubblica amministrazione, gli statali. Le loro garanzie, attualmente, sono di gran lunga superiori a quelle dei dipendenti delle grandi aziende che, sempre più spesso, delocalizzano. Ebbene, in tutti questi casi, la propensione agli acquisti è contestualmente incentivata dalla tendenza deflattiva.

Cosa intende?

Costoro, in questa fase, sono agevolati dal fatto che acquistano i prodotti a prezzi decisamente inferiori al periodo pre-crisi. Come è noto, l’inflazione è molto bassa perché è calata la domanda. Di conseguenza, sono scesi anche i prezzi. Basti pensare alla riduzione del costo delle abitazioni o dell’erogazione di alcuni servizi nel campo, per esempio, dell’edilizia o dell’impiantisca: pur di lavorare, si abbassano le tariffe. C’è anche da dire che gli italiani, che difficilmente rinunciano alle vacanze, si sono ingegnati per farle in maniera meno dispendiosa.

Come?

Sempre più spesso, vanno da amici, da parenti, o in agriturismi. Va anche detto che, nonostante tutto, gli italiani continuano ad essere un popolo che dispone di una ricchezza privata decisamente superiore alla media degli altri Paesi europei. Certo, la contingenza economica sfavorevole sta iniziando ad eroderla. Ma la maggior parte dispone di un piccolo gruzzoletto messo da parte negli anni. Il problema è che, considerando l’attuale livello di tassazione, non so dire per quanto tempo ancora resteremo in questa situazione.

 

La ricchezza italiana rischia di essere definitivamente erosa?

Indubbiamente. E’ evidente, anzitutto, che il gruzzolo non è sufficiente per avere una prospettiva di stabilità. Occorre anche un reddito dignitoso. Come se non bastasse, chi ha risparmi da parte li sta sempre più spesso consumando a causa di imposte quali la Trise che, notoriamente, è un’Imu mascherata. E l’Imu, a sua volta, non è altro che una patrimoniale che non incide sul reddito, ma sulla ricchezza accantonata.

 

Oltre alle tasse, cos’altro mette a rischio la nostra residuale stabilità economica?

Il fatto che in Italia tutto viene pagato due volte. Mi spiego: prendiamo, per esempio, il servizio postale, o la sanità. Si tratta di funzioni dello Stato pagate con i nostri soldi, attraverso il prelievo fiscale. Eppure, il più delle volte, non ce ne possiamo avvalere, perché i servizi erogati non sono all’altezza, e siamo costretti a rivolgerci a spedizionieri e medici privati.

 

(Paolo Nessi)

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