BANKITALIA/ Così lo Stato fa un “regalo” alle banche

- Giovanni Passali

Con la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, spiega GIOVANNI PASSALI, le banche private intascherebbero un bel gruzzolo, mentre allo Stato resteranno le briciole

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In queste giornate tormentate da un punto di vista politico, una notizia della massima gravità è passata senza che alcuno l’abbia commentata a dovere. Si tratta di una norma contenuta all’interno della finanziaria, una norma che dà il via libera alla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia. Poiché attualmente il capitale sociale di Bankitalia è di appena 156 mila euro ed è detenuto al 95% dalle banche italiane (con la bizzarra eccezione della Banca di San Marino), l’intento nobile è quello di fornire un po’ di ossigeno ai disastrati bilanci delle banche a costo zero, con una semplice scrittura contabile. E già qui viene il primo sospetto: possibile che ci sia un modo praticamente gratis di migliorare i bilanci delle banche? Possibile che sia un’operazione dove non ci perde nessuno?

Prima di addentrarci in una qualche valutazione, occorre rispondere alla seguente domanda: come mai il capitale sociale della Banca d’Italia è appena di 156 mila euro, cioè un valore insignificante rispetto al reale valore dell’oro detenuto e dei vari beni immobili? La motivazione è semplice: tale capitale non ha il compito di rispecchiare il reale valore di Bankitalia e dei suoi asset, ma è meramente simbolico e ha avuto solo il compito di essere il punto di riferimento per la suddivisione delle quote dei “partecipanti al capitale” della Banca d’Italia, che, ripetiamo, sono in mano a tutte le maggiori banche italiane, come si vede dal documento che appare sul sito ufficiale.

Anche questo aspetto singolare va chiarito. Come mai le banche italiane sono in qualche modo azioniste dell’istituzione pubblica (per statuto e per diritto) che dovrebbe controllarle? Non abbiamo qui un clamoroso conflitto di interessi? La domanda è tanto più pressante poiché abbiamo già avuto alcuni casi clamorosi (e il pensiero corre a Mps) in cui una banca si è trovata al centro di grossi scandali e ci si è chiesto come mai l’istituto vigilante non si sia mai accorto di nulla. E la questione è davvero spinosa se si tiene a mente che, fino al 2006, lo statuto di Bankitalia prevedeva espressamente che le quote fossero in maggioranza in mano pubblica, e che i soggetti privati che detenevano qualche quota non potessero cederle ad altri soggetti privati.

Il misfatto è accaduto durante le privatizzazioni: diverse banche pubbliche, passate in mano ai privati, hanno portato con sé la dote della propria partecipazione al capitale di Bankitalia. E nessuno al governo allora (e in seguito) provvide a costringerli a cedere di tali quote. Così ebbe origine la cosiddetta “anomalia italiana”, per cui un istituto di vigilanza di diritto pubblico era partecipato nel capitale dai soggetti che dovevano essere controllati, in clamorosa violazione dello stesso statuto (art. 3 del vecchio statuto: “In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici”).

Ma nel 2006 arriva Mario Draghi, che, a pochi mesi dalla nomina a Governatore, indice un’assemblea straordinaria che modifica lo statuto all’articolo 3 e cancella la frase incriminata che assicura “la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici”. A dir la verità, a sanare la bizzarra situazione ci aveva provato anche il Ministro Tremonti, che alla fine del 2005 aveva fatto approvare una legge per far tornare la proprietà in mano allo Stato, previa l’approvazione entro tre anni di un regolamento per il passaggio delle quote. Ma nel 2006 il centrodestra perse le elezioni e i tre anni passarono senza che tale regolamento vedesse mai la luce.

Alla scadenza dei tre anni, tuttavia, un articolo dell’allora rettore della Bocconi Guido Tabellini riaprì la questione. L’articolo è ancora oggi di grande interesse, poiché l’autore non è certo imputabile di teorie eterodosse e gli argomenti affrontati, come vedremo, sono di straordinaria attualità.

Così scriveva Tabellini: “Cominciamo dalla Banca d’Italia. Com’è noto, oggi essa è posseduta dalle banche. La legge del 28 dicembre 2005 (entrata in vigore il 12 gennaio successivo) prevede che entro tre anni la proprietà debba essere trasferita allo Stato o ad altri enti pubblici secondo modalità da definire. Ma quanto vale la partecipazione al capitale della Banca centrale? Nessuno sa rispondere, tant`è vero che ogni banca dà una valutazione diversa delle quote che possiede. Se ci si basa sul patrimonio della Banca d’Italia, la valutazione complessiva è intorno ai 20 miliardi di euro. Ma il patrimonio della Banca centrale è frutto del signoraggio passato e appartiene a tutti i cittadini, non può certo essere riconosciuto alle banche azioniste”.

Qui ritorna la questione del signoraggio bancario, già affrontato da me in diversi articoli su queste pagine. Sono considerazioni ovvie, di buon senso e totalmente da condividere. E qual era la proposta di Tabellini per risolvere la questione? “Quanto all’assetto proprietario della Banca centrale, è possibile ridefinirlo senza trasferire alcuna quota… basta fare un aumento di capitale della Banca d’Italia interamente sottoscritto dallo Stato o da un ente pubblico. Le quote possedute dagli azionisti privati sarebbero diluite e la proprietà sarebbe di fatto trasferita allo Stato”. Anche questa proposta è da condividere totalmente. Con un capitale di soli 156 mila euro, allo Stato basterebbe impiegare la modesta somma di 10 milioni di euro (per esempio) per ridurre la partecipazione al capitale delle banche a una percentuale complessiva dell’1,56% .

Ora, questa è la cosa gravissima che sta accadendo, nel silenzio generale, con l’attuale finanziaria: il governo sta prendendo la strada esattamente opposta. La soluzione di far rivalutare il capitale di Bankitalia con lo scopo di adeguarlo al suo valore attuale rende le quote di tale capitale non solo rappresentative della partecipazione al capitale, ma rappresentative pure del valore reale di Bankitalia. In altre parole, con una mossa apparentemente innocente, questo diventa il primo passo per trasferire il valore di Bankitalia dallo Stato, cioè da tutti noi, alle banche in questione.

Si tratta di un’azione della massima gravità, che comporta pure delle conseguenze gravi. Una di queste è la redistribuzione degli utili del signoraggio a norma dello statuto. Secondo tale norma, la redistribuzione dei dividendi deve avvenire su decisione del Consiglio Superiore (eletto dai “partecipanti al capitale”, cioè dalle banche) “per un importo fino al 6% del capitale” e poi “può essere distribuito ai partecipanti, a integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale” (art. 39 dello statuto). Quindi un totale massimo del 10% del capitale. Finché il capitale è di 156 mila euro, tale 10% corrisponde ad appena 15.600 euro. Ma con una rivalutazione del capitale, se questo diventa di 20 miliardi, allora il 10% vale 2 miliardi.

Ora facciamo una possibile proiezione di quanto potrebbe accadere prendendo i risultati finanziari del 2012. Ecco la tabellina finale a pagina 300 del bilancio.

 

Utile netto dell’esercizio

2.501.125.966

Riserva ordinaria (20%)

500.225.193

Ai Partecipanti (6% del capitale)

9.360

Riserva straordinaria (20%)

500.225.193

Ai Partecipanti (4% del capitale)

6.240

Allo Stato il residuo

1.500.659.980

 

E ora facciamo una ipotesi con il nuovo regime (capitale a 20 miliardi):

 

Utile netto dell’esercizio

2.501.125.966

Riserva ordinaria (20%)

500.225.193

Ai Partecipanti (6% del capitale)

1.200.000.000

Riserva straordinaria (20%)

0

Ai Partecipanti (4% del capitale)

800.000.000

Allo Stato il residuo

900.773

Quindi, anche rinunciando completamente alla riserva straordinaria, le banche intascherebbero ogni anno un bel gruzzolo di denaro guadagnato sul potere della nostra banca centrale di creare denaro dal nulla. E allo Stato rimarrebbero le briciole. Quindi si tratta di una manovra economicamente suicida per i conti già disastrati dello Stato. Ma, fatto ancora più grave, si tratta di un furto ai danni della popolazione italiana. Un furto morale e di fatto, ma non di diritto. Perché tutto si svolgerà nel pieno rispetto delle leggi vigenti.

Ma temo che il furto non si fermi qui. La valutazione di 20 miliardi del prof. Tabellini è del 2006. Oggi possiamo leggere nel bilancio della Banca d’Italia la valutazione delle sue riserve di oro, pari a oltre 83 miliardi di euro. E poi c’è tutto il patrimonio immobiliare. Che sia questo il vero bersaglio, insieme alla rovina dello Stato?

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