BILANCIO UE/ Il nuovo “rebus” dopo il no del Parlamento europeo

- int. Emilio Colombo

Chiedere maggiore flessibilità sulle voci di bilancio e una maggiore indipendenza dalle risorse dei singoli stati, sottolinea EMILIO COLOMBO, sono condizioni giuste. L’accordo ci sarà

Bandiere_Europa_UeR439
Infophoto

Con 506 voti contrari, 161 voti favorevoli e 23 astensioni, il Parlamento europeo ha bocciato la proposta di bilancio Ue 2014-2020 per 960 miliardi di euro complessivi. Salta, dunque, l’accordo di massima che era stato raggiunto tra i capi di Stato e di governo durante il consiglio europeo l’8 febbraio scorso. La motivazione è riconducibile al fatto che, secondo gli europarlamentari, l’impianto “legherà le mani dell’unione per i prossimi sette anni, non può essere accettato”. L’europarlamento ha posto alcune condizioni perché questo venga accettato: dalla distribuzione delle risorse con maggiore attenzione alle politiche di crescita a una maggiore flessibilità delle voci di spesa tra i vari bilanci annuali fino ad un nuovo meccanismo di risorse che elimini i contributi nazionali. Tutto da rifare o quasi. Ilsussidiario.net ha chiesto a Emilio Colombo, docente di Economia internazionale all’Università di Milano Bicocca, di chiarire le dinamiche scaturite durante e a margine dell’assemblea del parlamento europeo.

Il parlamento europeo ha bocciato la proposta di bilancio Ue. Che segnale è questo?

La partita non è ancora chiusa, essendo una proposta. È, però, la prima volta che il parlamento boccia una proposta di bilancio e questo riflette due aspetti: il primo è il contrasto, già emerso in occasione della prima proposta, il secondo è quello che ha costellato l’intera vita dell’Unione europea tra il parlamento da una parte e i governi dall’altra.

In che senso?

Gli organi dell’Ue sono costruiti per contemperare due esigenze: da una parte la tutela degli stati nazionali (l’esempio di questo è il consiglio dei ministri dove negoziano in 27 e nel caso dell’approvazione del bilancio serve l’unanimità), dall’altra c’è l’anima federalista dell’Ue, rappresentata dalla commissione (i commissari europei non rappresentano i governi, ma l’Unione europea nel suo complesso) e soprattutto dal parlamento, dove gli italiani votano a secondo dello schieramento politico. Le ultime riforme hanno cercato di dare più importanza al parlamento per ribadire la necessità di arrivare a un’Europa dei cittadini (altrimenti viene meno il consenso sociale), ma i governi sono un po’ restii a lasciare il potere. È la prima volta che accade un veto sul bilancio europeo, ma in questo modo il parlamento sta cercando di affermare la sua centralità di fronte a decisioni che vengono prese dai singoli governi tenendo conto degli interessi campanilistici piuttosto che di quelli dell’Ue.

A questo punto cosà accadrà?

Questa proposta deve essere rivista, ci sarà una negoziazione che dovrà terminare entro l’anno altrimenti non potremmo approvare il bilancio pluriennale.

Quali sono le richieste del parlamento europeo?

Che ci sia un po’ di flessibilità tra le voci di bilancio perché la proposta prevede una serie di spese rigide. Poi che ci sia un maggior acceno all’uso di risorse proprie dell’Unione anziché il finanziamento del budget attraverso il bilancio dei singoli governi come avviene attualmente. Una delle ipotesi è quella di mettere una specie di Tobin tax europea i cui ricavati potrebbero essere utilizzati per finanziare il bilancio europeo in modo che non sia visto come una specie di ulteriore zeppa al di sopra dei bilanci dei singoli paesi.

Secondo lei, le condizioni dettate dal parlamento verranno accettate o bisognerà scendere a qualche compromesso?

Il parlamento ha votato a larghissima maggioranza, 90%, e questo è un segnale molto forte, ma il vero problema è che l’approvazione del bilancio europeo è una questione che devono risolvere i singoli paesi, è una questione che ha che fare con i governi. E con il sistema dei veti incrociati, perché nella misura in cui le decisioni sono prese all’unanimità è evidente che il vero potere non sta nella capacità di avere consenso: c’è dietro un gioco politico e di rapporti di forza. Non dimentichiamo che la decisione dovrà essere presa in un anno dove ci sono state le elezioni politiche in Italia, che dovrà affrontare anche la Germania, e questi discorsi fanno parte della campagna elettorale. Mi aspetto che non sia semplice trovare una quadra, come non lo è stato a febbraio. Ma penso che ci arriveremo perché tutti sono consapevoli del fatto che ultimamente sia conveniente mettere da parte i propri interessi nazionali per ottenere un risultato che vada bene per l’Unione europea nel suo complesso.

Possiamo vedere questa negoziazione come un’opportunità per migliorare il bilancio?

Assolutamente sì. Le osservazioni del Parlamento sono intelligenti, soprattutto quelle riguardanti la flessibilità; ricordiamoci che si tratta di un bilancio pluriennale: io penso che abbia poco senso legarsi le mani su singoli capitoli di spesa per tanti anni. Guardiamo cosa sta accadendo in questi anni, non avremmo mai pensato qualche anno fa di trovarci in una situazione così drammatica dal punto di vista economico. Quindi in un mondo che cambia così rapidamente è meglio avere maggior flessibilità nel bilancio, fermo restando che i saldi devono essere complessivamente quelli.

Questa frattura porterà delle conseguenze porterà sui mercati?

No. I mercati già scontano questa difficoltà complessiva. E sono sicuramente più interessati all’altra partita che si sta giocando, che non è del tutto scollegata a questa, che è quella riguardante i programmi di risanamento delle finanze dei singoli paesi e la conciliabilità di questi con la destinazione delle risorse opportune per sviluppare la crescita.

 

(Elena Pescucci)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori