SPY FINANZA/ Cina e Francia, doppio allarme per l’Italia

- Mauro Bottarelli

La deflazione si sta diffondendo in Europa, che rischia di pagare le manovre cinesi contro il debito. Non una buona situazione per l’Italia. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Accidenti a me e al mio pessimismo, viziaccio e postura ideologica che non mi consente di vedere la strabiliante ripresa che sta vivendo l’eurozona e il nostro Paese in particolare. Ieri ne ha attestato la portata anche l’Eurostat: il mercato del lavoro europeo resta in stallo, con il tasso di disoccupazione nella zona euro rimasto stabile al 12,1% a novembre su base mensile, mentre è lievemente cresciuto su base annua dall’11,8%. In compenso, la disoccupazione giovanile si è fermata: peccato che lo abbia fatto attestandosi al 24,2%. Il numero di persone fuori dal mercato del lavoro nell’area della moneta unica si è attestato a 19,241 milioni di unità. Nell’intera Ue il dato su base mensile è rimasto stabile al 10,9% di ottobre e anche in questo caso su base annua è cresciuto di poco dal 10,8% di novembre 2012.

L’Italia ha registrato l’aumento più cospicuo su base annua del tasso di disoccupazione in tutta l’Ue, secondo solo a quello di Cipro: evviva, c’è la ripresa, viva Saccomanni! Nel dettaglio, a novembre 2013 i disoccupati nella Penisola erano il 12,7% del totale della forza lavoro a fronte dell’11,3% del novembre 2012. Ancora una volta la disoccupazione giovanile è risultata in forte crescita, ai massimi dal 1977, ossia dall’inizio delle serie storiche: secondo le stime provvisorie dell’Istat, il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è stato pari al 41,6% a novembre, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4 punti nel confronto tendenziale.

Beh, che risultati ragazzi! Ma non sono preoccupati solo quelli che non trovano lavoro. Stando a un’indagine Coldiretti-Ixe, ben sette italiani su dieci si sentono minacciati dal pericolo di perdere il lavoro. La percentuale di quanti sono pessimisti per il futuro e pensano che la situazione peggiorerà è il 35%, al contrario sono il 51% coloro che ritengono che non ci saranno cambiamenti, mentre sono solo il 14% quelli convinti che ci sarà un miglioramento. Sarà sicuramente colpa dei miei articoli, visto i fenomeni che abbiamo al governo, come dimostra la vicenda del rimborso degli insegnanti. Peccato che stando agli economisti di Intesa-Sanpaolo «permane un’ampia dispersione all’interno dell’area euro, specialmente tra paesi periferici e paesi core, dove la ripresa rimane troppo debole per lasciar sperare in una riduzione apprezzabile della disoccupazione nei prossimi 12 mesi». Alla faccia della ripresa.

Lo ripeto per l’ennesima volta: siamo in deflazione. Punto. Cominciano a prendere in esame l’ipotesi anche gli analisti di Credit Suisse, i quali ritengono che l’Eurozona possa scivolare nella deflazione solo nel caso in cui il Vecchio Continente si ritrovi nuovamente in recessione. Tuttavia, puntualizzano gli esperti, «ci sarà un certo numero di mesi quest’anno nei quali l’inflazione potrebbe essere abbastanza bassa da spaventare i mercati. Una politica monetaria aggressivamente più accomodante da parte della Bce potrebbe aiutare a eliminare questi rischi e la Banca centrale ha diversi strumenti che può eventualmente utilizzare».

E se i soloni della ripresa fanno la ola con il dato dell’uscita dalla recessione della Spagna nell’ultimo trimestre del 2013 (scordandosi di dire che in base ai dati di ieri, Madrid ha il più alto tasso di disoccupazione giovanile d’Europa, avendo superato la Grecia e attestandosi al 57,7% contro il 54,8%: fidatevi, comprate titoli e bond spagnoli, c’è la ripresa e poi a dicembre la disoccupazione era scesa del 2,4% stando ai dati taroccati dei simpatici iberici..), sottolineo sommessamente che sta entrando in recessione/deflazione la Francia, seconda economia dell’Unione. Quindi, o Draghi oggi decide di fare qualcosa di serio e risolutivo oppure prepariamoci a una bella stagione giapponese per l’Ue, con tanto di “lost decade”, poiché la deflazione, minando il fatturato delle imprese, finisce per contrastare le loro capacità di investire e creare occupazione. Quindi, anche con i risparmi derivanti dallo spread relativamente basso, il ciclo produttivo non riparte.

Non ci vuole Einstein, ve lo garantisco. Signori, il tasso inflazione core, ovvero depurato da cibo e costi energetici, nell’eurozona è sceso allo 0,7% a dicembre, un livello più basso di quando la Bce decise il taglio dei tassi. Se non è deflazione questa, cosa serve? E, ripeto, il contagio sta per raggiungere un elefante nella stanza come la Francia: a quel punto, potrebbe non bastare nemmeno un quantitative easing, viste le dimensioni delle economie da salvare. Tanto più che lo stesso capo economista della Bce, Peter Praet, lo ha ammesso l’altro giorno: «I livelli attuali dell’inflazione ci garantiscono pochi margini di sicurezza da ulteriori shock avversi».

Qual è il problema, quindi? Il solito, la Bundesbank e la sua maledetta fobia dell’inflazione, quel fantasma di Weimar che per essere scongiurato reclamerà il sangue di mezza Europa. E attenti, perché il rischio più grosso di peggioramento della situazione per l’Europa è esterno, non interno. Ovvero, i timori di una crisi del debito in Asia, Cina in testa con i suoi 24 triliardi di dollari di prestiti allegri e un sistema bancario ombra che tramuta i casinò di Las Vegas in oratori. E sapete cosa significherebbe la deflazione per l’Italia? Ve lo dico subito: ogni punto percentuale di inflazione in calo costringerebbe il nostro Paese è un incremento del surplus extra di budget primario pari all’1,3% del Pil per stabilizzare il debito. E ho detto stabilizzare, non far calare. Tanto più che rischiamo di pagare anche il prezzo a un “tapering endogeno”, visto che le banche stanno dando vita al deleverage e i prestiti alle imprese sono scesi del 3,9% lo scorso anno.

Il bilancio della Bce è sceso a 2,3 triliardi di euro da 3 nel corso del 2013 – dal 31,8% al 23,7% del Pil dell’eurozona – grazie ai soldi che le banche stanno ridando all’Eurotower per le due aste Ltro, ma questa è chiaramente una forma di restrizione monetaria. La Bce deve agire, ora. E non basta una nuova asta Ltro, almeno non per l’Italia, visto che le banche devono ancora ripagare miliardi e miliardi alla Bce, quindi userebbero il contante fresco per saldare i debiti e non per finanziare l’economia reale. Serve davvero un’opzione stile Fed, perché come vi ho già detto c’è anche il rischio che la Cina possa decidere di far crollare lo yuan per tamponare l’esplosione della sua bolla del credito e contrastare la svalutazione dello yen in Giappone: ovvero, una ripetizione della guerra valutaria asiatica del 1998, peccato che all’ennesima potenza e con il mondo ancora alle prese con la crisi peggiore dal 1929.

La Cina è il vero epicentro del rischio globale, poiché vuole abbattere il debito nel pieno di un processo di profonde riforme strutturali: una contraddizione che potrebbe avere conseguenze a livello mondiale. E attenzione, perché il prezzo principale di una crisi asiatica lo pagherebbe l’Europa, visto che la Fed sta dando vita a un capolavoro, ovvero sgonfiare la bolla del QE facendo pagare il prezzo agli altri. E quale potrebbe essere la mossa che squassa la situazione? L’anticipazione da parte del mercato di un rialzo dei tassi, quindi la vendita anticipata di strumenti a reddito fisso per minimizzare le perdite, magari acquistando titoli sottovalutati. E come dimostra questo grafico da vendere al mondo c’è parecchio nel settore obbligazionario.

 

Se parte il “taper tantrum”, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, pensate che la tregua dello spread durerà ancora per molto? No e infatti alla Federal Reserve, dove sanno cosa significa essere una banca centrale – ovvero, manipolare i mercati a favore del proprio Paese – hanno già lanciato un segnale, attraverso il numero uno della Fed di San Francisco, John Williams. A detta del quale, «i titoli azionari Usa non sono sopravvalutati». Certo, verrebbe da chiedersi quale sia il price target della Fed per l’indice S&P’s 500 se i titoli Usa non sono sopravvalutati, ma queste sono discussioni accademiche, mentre in finanza ed economia servono fatti e numeri. Oltre all’istinto dello squalo nel sentire l’odore del sangue. Pregate il Signore che oggi Draghi annunci qualcosa e non si limiti alle solite promesse di intervento se necessario, perché altrimenti siamo davvero fritti. 

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