SOCIAL LENDING/ La nuova minaccia via Internet “spaventa” le banche

Mentre le banche tradizionali faticano a rispondere ai requisiti patrimoniali, il credito avanza anche via internet, tramite il social lending. Di SERGIO LUCIANO

05.12.2015 - Sergio Luciano
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Ci sono in questo momento in Europa 6,4 miliardi di euro che circolano nelle tasche di centomila cittadini sotto forma di prestiti di “finanza alternativa”, ottenuti cioè attraverso la formula del “social lending”, o meglio del “peer to peer”, scambi di denaro tra privati che prestano e privati che prendono in prestito, attraverso Piattaforme internet. E stanno crescendo esponenzialmente. Si tratta di un fenomeno che potrà presto cambiare il volto al mondo del credito “al dettaglio”: lo fanno pensare i dati della Worldbank, incrociati con vari altri, che ha presentato qualche giorno fa a Milano Maurizio Sella – omonimo e lontano parente del banchiere biellese, fondatore e leader dell’unica piattaforma di social lending italiana, Smartika – in un convegno organizzato con la collaborazione della Sda Bocconi.

Il grosso di questa grandissima banca-ombra vive, per ora, in Gran Bretagna, una “massa” di 5,3 miliardi di euro. Si compone di puri prestiti personali “peer-to-peer”, ma anche di prestiti aziendali, su anticipo fatture o su crowdfunding, cioè “collette” on-line. Comincia a essere vivace anche in Germania, questo mercato, e sta crescendo bene (232 milioni) anche in Francia. In Italia c’è poco: 21,4 milioni di euro. Ma il bacino in cui potenzialmente pesca questo mercato e che attualmente è presidiato – si fa per dire – dalle banche tradizionali, è considerato dagli esperti quello del “credito al consumo”, cioè gli acquisti rateali, che ammontano alla bellezza di 46 miliardi di euro nel nostro Paese, e rappresentano già oggi un ambito di prestiti percepito, da chi prende i soldi, come “poco bancario” e quindi facilmente “trasferibile” fuori dalle banche. 

Già: ma in che modo? In un modo assolutamente semplice, anche se per diventare un fenomeno di massa è necessario che i tantissimi utilizzatori potenziali superino la diffidenza del prestare o prendere soldi in prestito al di fuori della filiale bancaria.

Chi ha voglia di investire i suoi soldi in quest’attività lo fa perché oggi può ricavare un 5-6% netto, che nessun titolo di Stato “regala” più. Si va sul sito di intermediazione e si dice quanto si vuole investire e che interesse si desidera prendere. Nel frattempo, tanti altri soggetti avranno inserito nella piattaforma la richiesta opposta, cioè l’incasso di un finanziamento di un determinato importo, durata e costo. Il ruolo della piattaforma è quello di incrociare domanda e offerta facendo sì che però ciascuna offerta di denaro venga utilizzata per soddisfare, poniamo, almeno 50 richiedenti, secondo l’obiettivo di rischio/rendimento di ciascun prestatore. In tal modo, il rischio che il prestito non venga restituito è frazionato e molto ridotto, e per di più Smartika sta preparando un fondo di garanzia che verrà alimentato con una piccola quota del denaro richiesto sulla piattaforma. 

Attenzione, però: perché questo strumento è molto competitivo rispetto ai piccoli prestiti bancari? Non solo perché è meno burocratico e molto più veloce nell’iter di istruttoria, non solo perché costa un po’ meno che in banca a chi prende i soldi in prestito, e rende molto di più a chi li presta anziché accontentarsi del nulla che ormai rendono gli investimenti sicuri, ma anche perché il rischio dei prestatori è preventivamente ridotto attraverso un rigoroso filtro di congruità sulle richieste di prestiti esercitato dalla “piattaforma”. Peer-to-peer sì, insomma, ma con molte garanzie. Tant’è che il tasso di default dei prestiti “social leding” in Italia è stato finora del 2,5% contro un 7% storico medio del tasso di default dei prestiti personali. 

Dunque, riepilogando: le banche tradizionali sono oppresse da una richiesta di rafforzamento patrimoniale che ormai per ogni 1.000 euro prestati impone loro di accantonarne 180. Sono impacciate da reti di filiali fisiche semivuote, con 300 mila esuberi solo in Italia previsti nei prossimi cinque anni. Sono gravate – le nostre – da 200 miliardi di sofferenze, coperte con accantonamenti per appena il 50%. Sono aggredite nel business verso le imprese dalla concorrenza del private equity internazionale e dei “credit funds” anglosassoni, peraltro benedetti e auspicati dalle autorità monetarie. E intanto rischiano di perdere clientela al dettaglio anche nella fascia bassa del mercato, quella dei prestiti personali.

Un’altra “disruption”, come quella delle agenzie di viaggio o delle biglietterie, generata dalla Rete. Può piacere o no, ma è sicura.

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