SPY FINANZA/ Usa, in “gran segreto” la Fed torna a comprare titoli

- Mauro Bottarelli

Nel silenzio più assoluto proprio dei grandi media, occupati anche troppo dalle questioni greche, la Federal Reserve ha acquistato asset, spiega MAURO BOTTARELLI

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Janet Yellen (Infophoto)

La notizia è di quelle che meriterebbe la prima pagina dei giornali e un’edizione straordinaria dei tg, invece oggi penso che la leggerete solo su ilsussidiario.net. Nel silenzio più assoluto proprio dei grandi media, troppo occupati a bersi le bufale confezionate sui nuovi posti di lavoro creati negli Stati Uniti o sul Pil in accelerazione, durante i mesi di dicembre e gennaio sapete cosa ha fatto la Fed? Ha comprato ancora, visto che in quel lasso di tempo il suo stato patrimoniale è cresciuto di 186,7 miliardi di dollari, portando il totale a 4,02 triliardi, una netta inversione di tendenza rispetto al drenaggio di liquidità dal sistema occorso tra agosto e novembre dello scorso anno, quando furono ritirati 244,6 miliardi di dollari. In parole povere, la Federal Reserve è tornata – segretamente – a comprare assets: a vostro modo di vedere, questo significa che l’economia Usa va bene? Soprattutto perché il dibattito più in voga sui mercati è quando la Fed alzerà i tassi, giugno o settembre, mentre invece sta operando esattamente nella direzione opposta. 

E non pensiate che questo cambio di politica possa essere dovuto a un aggiustamento tecnico di fine anno, visto che il sistema bancario già nuota in un mare di 2,6 triliardi di riserve in eccesso, la ragione è una sola, anzi due: dollaro forte e mercato del lavoro che non è affatto stabilizzato come ci vogliono far credere. Certo, i progressi dell’America dal punto di vista del consolidamento fiscale dal 2009 a oggi sono stati enormi, visto che il deficit di budget governativo è stato tagliato per più della metà e ha raggiunto il 5,1% del Pil, mentre nell’anno in atto quel gap di pagamento dovrebbe andare in area 4% del Pil grazie all’aumento delle entrate. Al netto di questo, però, c’è qualcosa che non va, come ci ha confermato il balzo di 14 punti base del rendimento del Treasury a 10 anni registrato venerdì dopo la pubblicazione del dato sui nuovi posti di lavoro creati a gennaio. 

La Fed probabilmente ha preferito leggere quel dato come una reazione eccessiva del mercato, ma ricordiamoci sempre che il tasso di disoccupazione, tenendo conto dei lavoratori part-time e di chi è uscito dal computo della forza lavoro perché non trova un impiego, è già oggi il doppio del 5,7% ufficiale. Insomma, non ci sono stati progressi per quanto riguardo il numero di disoccupati di lungo termine, visto che a quota 2,8 milioni rappresentano ancora un terzo dei disoccupati totali. È questo che spaventa la Fed ma che non si può dire, le dinamiche occupazionali e salariali, e guardando agli ultimi dati del Pil statunitense non si può che essere d’accordo. 

Ad esempio, a fronte di credito a buon mercato e rinnovata volontà di prestito da parte di istituzioni bancarie e non, le spese private e gli investimenti residenziali nel 2014 hanno visto una crescita molto deludente rispetto a quella del 2013: basti pensare che il settore immobiliare lo scorso ha visto un aumento dell’1,7% contro il boom del 12% del 2013. E queste sono due componenti molto sensibili della domanda aggregata, visto che gli acquisti immobiliari muovono molta della spesa per consumi e i commerci relativi alle costruzioni a essa collegati. Insomma, se questo driver chiave della crescita Usa lo scorso anno ha stagnato, alla Fed devono aver pensato quanto segue: cosa succederebbe, in un contesto simile, se i tassi di interesse fossero portati al rialzo da ampi drenaggi della liquidità? 

C’è poi il dollaro forte, il quale riflette l’eccesso di domanda nel mercato monetario mondiale: negli ultimi dodici mesi, il tasso di cambio del biglietto verde è salito del 15% e vista la prospettiva del Qe in Europa in molti, come vi ho detto negli articoli di sabato e domenica, prevedono che il rally rialzista proseguirà. Il combinato fra crescita e dollaro forte ha però fatto aumentare il gap sul commercio di beni nei primi undici mesi dello scorso anno, arrivando al 3,4%: gli Usa hanno i deficit commerciali maggiori con Cina (314,3 miliardi), Germania (67,4 miliardi) e Giappone (61,3 miliardi) e questo rappresenta un problema perché i dati preliminari ci dicono come questo deficit tagli le prospettive di crescita del Pil di circa lo 0,2% l’anno, ma con il forte rischio che questo impatto sia maggiore una volta che saranno noti i dati ufficiali dei quattro trimestri scorsi. 

Insomma, la Fed – a dispetto di quanto si pensi – continua a operare come il più grande prestatore di ultima istanza del mondo, nonostante il dollaro in aumento e la ripresa stagnante in Europa, ora aggravata dal caso greco. E per farvi capire quanto sia grave la situazione, ecco come Michael Ivanovitch, presidente dell’agenzia di ricerca economica Msi Global di New York, descrive quanto sta accadendo: «Alla luce di tutto questo, non gridate contro la Fed. È l’unica istituzione che sta tenendo insieme l’economia mondiale». E l’America sa quando c’è da intervenire: non lo dice ma lo fa, a differenza dell’imbelle Europa. Guardate i primi due grafici a fondo pagina: ci mostrano come da un lato negli ultimi sei mesi negli Usa ci sia stato un crollo degli ordini di beni durevoli, vista la divergenza di andamento rispetto all’indice Standard&Poor’s 500, storicamente correlata all’82% e dall’altro il Citigroup Economic Surprise Index parla la lingua di una divergenza nella direzione delle due serie mai vista negli ultimi dieci anni. 

Come vi dicevo prima, gli Usa agiscono in silenzio a livello ufficiale ma hanno comunque degli agit-prop che giustificano indirettamente verso i mercati e il grande pubblico quanto sta accadendo dietro le quinte. In questo caso si tratta di Goldman Sachs, la quale mentre tutti gli osservatori strepitavano per l’aumento dello 0,5% del salario giornaliero medio a gennaio mandava in tv il suo capo economista, Jan Hatizus, a smontare quei numeri, gettando l’allarme sul fatto che ragionando su base annuale e non mensile la crescita salariale negli Usa è ancora bloccata ai livelli minimi registrati durante la crisi finanziaria post-Lehman. Già, intervistato da Steve Liesman alla Cnbc, Hatzius ha caricato il fucile a pallettoni e ha sparato: «La ratio tra occupazione e livello occupazionale è ancora sotto del 4% rispetto a quanto era nel 2006 e anche se un 2% può essere spiegato dall’invecchiamento della popolazione, i numeri relativi ai salari ci dicono che non siamo assolutamente vicini, anche se ci stiamo avvicinando». 

Vicini a cosa? All’evento più temuto, ovvero che alla fine del Qe la Fed aggiunga anche la disgrazia dell’aumento dei tassi di interesse poiché l’obiettivo occupazionale è stato centrato, tanto che Hatzius pensa che «l’opportunità di mostrare pazienza sia ancora molto forte». E direi che il terzo grafico parla chiaramente la stessa lingua del capo analista di Goldman Sachs, il più importante corpo intermedio del potere Usa, prima che una banca d’affari. E sapete perché le dinamiche salariali, a dispetto dei numeri ufficiali alla Fausto Tonna, crescono poco: ce lo dice il quarto grafico, il quale mostra che la differenza tra lavoratori dell’industria manifatturiera, ovvero ciò che ha fatto grandi gli Usa nel mondo, e camerieri ha toccato a gennaio il minimo storico di 1,387 milioni, quando il 31 gennaio del 1990 era pari a 11,3 milioni. Insomma, a gennaio il numero di camerieri e baristi è salito negli Usa di 35mila unità, portando il totale a 10,946 milioni, mentre quello di lavoratori nella manifattura è salito solo di 22 mila unità, l’aumento minore da cinque mesi, che ha portato il totale a 12,330 milioni. 

Eh già, perché il “miracolo” occupazionale del governo Obama e della Fed in iperattività onnivora si è sostanziato in questo, l’aumento degli occupati in due settori, sanità grazie al programma governativo Obamacare e i servizi legati alla ristorazione, il cui combinato ha garantito più del 60% dei posti di lavoro creati da quando Obama è al potere, gennaio 2009, occupazioni però di bassa qualità, stando alla definizione che utilizza la Gallup e di cui vi ho parlato la scorsa settimana. 

 

 

 

 

La sanità dà lavoro a 14,9 milioni di americani, su dell’11% negli ultimi sei anni, mentre bar, ristoranti e altri servizi per la ristorazione impiegano 10,8 milioni di persone, +14,6% negli ultimi sei anni. Inoltre, le agenzie per l’aiuto temporaneo hanno visto salire il tasso di occupati del 52,5% durante l’Amministrazione Obama, poco sotto i 3 milioni. Più o meno nel medesimo lasso di tempo, però, il debito totale dell’economia reale è salito di 16 punti percentuali negli Usa, al 233% del Pil nonostante il debito Usa sia considerato bene rifugio e con rating AAA, mentre il debito privato è calato del 18% e quello corporate del 2%: insomma, la crescita del debito pubblico dal 2007 a oggi ha ampiamente annullato gli effetti benefici del calo nel settore privato, stando a dati McKinsey. E sappiamo tutti a cosa fa riferimento quell’aumento del debito, ovvero proprio alle politiche per cercare di far ripartire l’economia: un po’ dura però con oltre il 60% di nuovi posti di lavoro creati in settori non di alto profilo, visto che quegli impieghi low level potrebbero a breve far i conti con una nuova recessione ciclica. 

E ancora, tanto per dimostrare quanta sia la preoccupazione della Fed rispetto a queste tematiche: il numero di giovani uomini e donne che vivono ancora con i genitori lo scorso anno è salito a un livello record, a causa sia del mercato immobiliare al rialzo a livello di dinamiche dei prezzi, sia a causa dei debiti scolastici, il nuovo bubbone pronto ad esplodere in stile subprime. Nel 2014, i ragazzi tra i 25 e 34 anni costretti a vivere con i genitori è salito al 17,7%, mentre per le donne pari età dell’11,7%, i massimi di sempre per entrambi i sessi. E quelle dinamiche di prezzo per il mercato immobiliare ci confermano anche altro, ovvero che l’America non solo è già oggi in deflazione ma che, come dimostra questo il grafico a fondo pagina, utilizzando la metodologia europea di calcolo, l’indice dei prezzi core Usa non solo è peggiore di quello Ue, ma è di fatto negativo. L’indice Cpi statunitense infatti è basato sugli affitti (7% del totale Cpi) e sull’equivalente dell’affitto per il proprietario occupante (il cosiddetto Oer, che copre ben il 24% del Cpi), un qualcosa di completamente artefatto visto che chi è proprietario e vive nella sua casa non paga nulla per farlo, ma che viene giustificato col fatto che questa misura si intende come affitto implicito, ovvero ciò cui si va incontro vivendo nella propria casa invece che affittandola, quasi una sorta di lucro cessante per dirla con il diritto privato. 

E visto che l’inflazione per questa componente sarà probabilmente in rallentamento anche quest’anno, ecco che si svela la sottostante minaccia deflattiva: comunque la si voglia vedere, infatti, l’Oer non è parte del calcolo sui prezzi nell’eurozona e se si vuole comparare i due indici, Ue e Usa, in maniera like-to-like questo va eliminato: il risultato è che, anno su anno, l’inflazione Cpi statunitense è la stessa dell’eurozona, ma se guardiamo il cambiamento a 6 mesi nell’inflazione core Usa (sempre usando i metodi di calcolo europei e quindi escludendo l’Oer) questa è già in negativo, a differenza delle serie nell’eurozona. Insomma, chi ha il problema deflattivo peggiore? Stati Uniti o Europa? Vi siete risposti da soli e vi ha, di fatto, risposto la Fed con la sua silenziosa scelta di riattivare ancora un po’ la stamperia tra dicembre e gennaio. 

D’altronde, non c’è da stupirsi, io nel mio piccolo ve lo dico da mesi che la vulgata degli Usa in ripresa era soltanto una bufala a uso e consumo dei mercati, i quali hanno bisogno di di certezze, ma anche di bugie per sostenere rally creati sul denaro a costo zero e di fatto insostenibili dalle sottostanti dinamiche macro. Ma questa non è una novità, è una questione che era messa in conto da tempo: «Se i tassi di interesse andranno in negativo, il Bureau of Engravind and Printing del Tesoro Usa sarà con ogni probabilità chiamato a stampare molta altra moneta, visto che cittadini e piccole imprese sostituiranno il cash per almeno alcuni dei loro bilanci bancari». 

 

Sapete chi ha pronunciato questa frase e quando? Kenneth Garbade e Jamie McAndrews, membri della Fed di New York, il 29 agosto del 2012 in un articolo pubblicato proprio dal sito della Federal Reserve nella sezione “Liberty Street Economics”. E se vi ricordate, la scorsa settimana vi dicevo che, calcolando il dato a livello mondiale, bonds sovrani per un controvalore di 3,6 triliardi di dollari, il 16% dell’indice JP Morgan, già oggi sono tradati con rendimenti negativi. Bene, da ieri abbiamo una certezza in più riguardo al fatto che, nonostante la promessa del 2013 di una rinormalizzazione delle loro politiche, le Banche centrali siano ancora l’unico motore immobile del mercato: guardate il primo grafico a fondo pagina preparato da Morgan Stanley, ci mostra come non solo le emissioni obbligazionarie governative nette nel 2015 saranno al livello più basso di sempre, ma, per la prima volta in assoluto, addirittura negative. Ovvero, per la prima volta nella storia, le Banche centrali stanno monetizzando il 100% delle emissioni globali di debito sovrano. Date retta a me, lasciate perdere la Grecia, la notizia vera è questa e che la Fed è tornata a comprare, un qualcosa che non deve farci stare affatto tranquilli. Atene può certo essere il detonatore, ma il problema serio sono le cariche di esplosivo collegate e quello sono Usa e Cina, con il Giappone pronto a dare il suo contributo all’instabilità finanziaria globale. Anzi, comincio a pensare che il trambusto greco sia uno straordinario diversivo per catturare l’attenzione del mondo e per distorgliela proprio da quanto sta succedendo negli Stati Uniti a livello economico e finanziario. Attenzione alle cortine fumogene: ce ne sono dappertutto in questi giorni di confusione e tensione.

 

P.S.: Quasi dimenticavo. A confermare il quadro di recessione globale che vi dipingo da giorni e di fatto a giustificare implicitamente il cambio di policy della Fed, ieri è arrivato il dato aggiornato sul Baltic Dry Index, sceso al minimo storico di 554 dopo aver inanellato cali per 47 degli ultimi 51 giorni. E visto il dato sul collasso di import ed export cinese di cui vi ho parlato ieri, ancora da incorporare del tutto, preparatevi a stabilire un nuovo record al ribasso al giorno, da qui a quando la Fed romperà gli indugi e tornerà a stampare in grande stile. Non manca molto, rendimenti in caduta libera, prezzo del petrolio basso, dollaro forte e dinamiche occupazionali/salariali che deludono sono tutti ottimi pretesti da utilizzare quando il punto di non ritorno si avvicinerà. E, come vi ho dimostrato, negli Usa in quanto a creatività nella compilazione ad hoc dei dati non sono secondi a nessuno.

 

 



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