SPY FINANZA/ La “tempesta perfetta” che arriva da Oriente

- Mauro Bottarelli

Lo stato di salute dell’economia e della finanza cinesi non è ottimale e il rischio, dice MAURO BOTTARELLI, è vedere nascere una crisi pronta a contagiare il resto del mondo

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È bastato un giorno ed ecco che i miei timori hanno trovato conferma. Lunedì il team tecnico di Citigroup ha infatti mandato un segnale chiaro sullo stato di salute del mercato azionario cinese e più o meno, dati fattori tecnici che vi evito per la loro complessità, l’attesa è quella di una correzione del 23% dai livelli attuali per lo Shanghai Composite, in caso il governo non riesca a forzare un deleverage controllato ma quantomai complicato. E c’è di più, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina: il margin debt del mercato retail cinese è a livello da spavento, tanto che Paul Singer sintetizza così la situazione: «Date un’occhiata a questa tabella, ma non prima di andare a letto, se volete evitare incubi. Ci sono somiglianze spaventose nei numeri rispetto alla situazione che portò gli Usa alla crisi del 1929. C’è infatti una credenza universale che funziona da sottostante ai mercati finanziari globali, ovvero che il governo cinese ha il completo controllo dell’economia e del sistema finanziario. Noi non possiamo sapere se la situazione reale riguardo la corruzione, i prestiti deteriorati e le dinamiche interne cinesi sia messa male, molto male o addirittura stia puntando verso il crac, ma la sola certezza è che qualsiasi sviluppo che metta in discussione il ruolo di controllo delle autorità cinesi sul mercato potrebbe portare uno shock di enormi proporzioni sui mercati globali». 

Insomma, come vi dicevo, lasciate perdere la pagliuzza greca, buona ieri solo per far schizzare al rialzo ancora un po’ le Borse e i rendimenti dei bond rifugio dopo la pantomima – durata meno di un’ora prima di essere di fatto smentita – della Commissione europea pronta a garantire un’estensione di sei mesi alla Grecia (la quale, ancora più pateticamente, aveva fatto sapere attraverso il ministro della Difesa che se l’Ue fosse stata troppo rigida, avrebbe cercato finanziamenti in Russia o proprio Cina) e guardate alla trave macro cinese, la quale ci fa scoprire e ci conferma molto altro. Ad esempio che, come ci mostra il secondo grafico, per il 34mo mese di fila i prezzi alla produzione cinesi sono scesi, anno su anno, calando del 4,3% contro le attese del 3,8%, il peggior calo dall’ottobre 2009, reso possibile dal -9,9% dei prezzi del carburante. Insomma, se non è deflazione è low-flation o bassa inflazione prolungata, la stessa patita dall’Europa prima di precipitare in negativo con l’indice dei prezzi. 

Questa situazione mi ricorda un libro di James Graham Ballard, “Il vento dal nulla”, dove un costante uragano sempre più forte e di cui non si capisce la natura distrugge tutto ciò che incontra sul cammino, ivi compresa la piramide che i sopravvissuti costruiscono con la speranza di salvarsi. Quando anche questa viene spazzata via, il vento comincia a placarsi. Insomma, mentre tutti guardano ai debiti insostenibili e alla pulce greca, l’economia mondiale è sull’orlo di una seconda crisi del credito, visto che esattamente come nella primavera-estate del 2008 è il mercato interbancario a dirci che il sistema di prestiti tra istituti sta grippando ancora, di fatto ponendo sulle spalle della Bce e del suo Qe la responsabilità enorme non di risolvere la situazione, visto che il programma è troppo piccolo e arriva troppo tardi ma di prendere ancora del tempo, sperando in un miracolo. 

Per Scott Summer, un noto economista specializzato nel mercato valutario, il pacchetto da 1,1 triliardi di euro svelato da Mario Draghi non sarà infatti sufficiente a ribaltare l’attuale situazione di declino dell’eurozona: «I funzionari europei non hanno imparato nulla dalle lezioni offerte dall’esperienza giapponese di prolungata stagnazione economica. Anzi, stanno compiendo gli stessi errori della Bank of Japan che hanno portato a due decadi di recessione e quelli fatti da Fed e Bank of England subito dopo l’esplosione della crisi finanziaria». Per Summer, che dirige il programma di politica monetaria della George Mason University, l’attuale programma di stimolo non è sufficiente a raggiungere l’obiettivo prefissatosi dalla Bce di inflazione attorno al 2%, visto che «questa manovra avrebbe avuto certamente maggiore effetto se compiuta uno o due anni fa. Moltissime persone hanno infatti definito la politica della Bce degli ultimi anni crescentemente espansionistica, ma in realtà la policy monetaria di Francoforte è troppo contrazionistica per permettere alla Banca centrale di aderire al proprio mandato». 

Inoltre, gli indicatori di mercato riguardo l’inflazione stanno già segnalando cali delle aspettative, ovvero una già avvenuta perdita di fiducia nei confronti del Qe: i breakevens a cinque e dieci anni subito dopo l’annuncio di Mario Draghi erano a quota 1,8%, già oggi sono sotto l’1,6%. Tanto che per Eamonn Butler, direttore dell’Adams Smith Institute, «se la Bce non riesce a far funzionare il proprio piano, una rottura dell’eurozona è la logica conseguenza che dobbiamo attenderci». Già. Il problema, qui, è che il vento distruttore spira da tutte le parti. 

Ricordate cosa accadde nel 2007? Il collasso dei prezzi degli immobili negli Usa innescò la crisi prima dei mercati del credito e poi bancaria: certo, l’azzardo morale dei mutui subprime è da biasimare, ma quello non fu la causa della crisi, era solamente il sintomo di qualcosa di più serio, ovvero il credito facile, il basso se non inesistente rischio e la promessa di un sempre nuovo salvataggio se fosse stato necessario, il concetto malato di “too big to fail”. Il problema è che la colossale stamperia keynesiana che ha alluvionato il mondo nella speranza fallace di rimettere le cose apposto ha fallito, garantendo solo i rally azionari e ora il prezzo di quel fallimento si fa visibile: l’economia cinese cresceva del 12% nel 2010, salvo calare al 7,7% nel 2013 e al 7,4% lo scorso anno, il dato più basso degli ultimi 24 anni e per quest’anno le previsioni sono per un ulteriore rallentamento al 7%. 

Insomma, ciò che era un boom, quello immobiliare, ancora una volta sta tramutandosi in un bust, con il forte rischio che trascini con sé l’intera economia quando la bolla scoppierà del tutto. Come in una nemesi da contrapposizione dei blocchi, la seconda crisi globale del credito sta per svilupparsi a oltre 7mila chilometri da dove emerse la prima: dagli Usa, patria un tempo del libero mercato alla Cina, campione del mondo del capitalismo di Stato e della “mano visibile”. I bonds delle aziende cinesi del real estate stanno crollando come dei domino: Kaisa, il leader del settore nello Shenzhen e quotata a Hong Kong, era stata in grado in questi anni di finanziarsi sui mercati internazionali per 2,5 miliardi di dollarimì, ma la scorsa settimana è stata salvata dalla sua rivale Sunac, dopo aver fatto default sulle proprie obbligazioni. E la lista di chi sta per andare a fare compagnia a Kaisa, sempre che ci sia un “cavaliere bianco” pronto a rilevare quanto resta, si sta allungando giorno dopo giorno, con Glorious Property e Fantasia che stanno assistendo al crollo impietoso del valore dei loro bonds, di fatto vittime del contagio in atto. 

Come vi dicevo pochi giorni fa, le autorità cinesi hanno provato a intervenire per contenere la situazione, con la Banca del popolo che ha tagliato a sorpresa di 50 punti la Reserve Requirement Ratio per le banche, passata dal 20% al 19,5%, ma al di là della limitatezza di quanto questa mossa liberi nel sistema a livello di liquidità, il problema è che il sistema del credito in Cina è completamente insostenibile se non si crea dal nulla, ogni anno, nuova moneta per rifinanziare quella vecchia e in sofferenza. Serve un sorta di stamperia in servizio permanente effettivo: impossibile. E, come vi dicevo, questa situazione si sta riverberando già oggi su quella che nell’estate del 2008 fu la cartina di tornasole di quanto stava per accadere Oltreoceano: lo Shibor, ovvero il misuratore del credito interbancario cinese, è a livello molto elevati, sintomo che la paura delle banche cinesi di prestare soldi alle rivali sta salendo di giorno in giorno. 

E non pensiate che questo sia un problema isolato, errore che molti fecero anche nel giudicare la questione subprime negli Usa, per il semplice fatto che grandi banche internazionali come Hsbc e Standard Chartered dal 2008 hanno aumento rapidamente e di molto le loro operazioni di prestito in Asia. E come sapete, fare prestiti è facile, riavere i soldi indietro in una situazione di crisi un po’ più difficile: se quei prestiti diventano bad loans, ovvero inesigibili, quelle sofferenze vanno infatti scontate a bilancio dalla banca sul suo mercato di riferimento, nel caso delle due poco fa citate, il Regno Unito. Quindi, in linea teorica, il contagio può diffondersi rapidamente dal mercato immobiliare cinese a banche occidentali sottocapitalizzate e che non hanno mai messo piede in Asia, ma che scontano le criticità sistemiche innescate dalle loro colleghe più grandi ed esposte a livello internazionale. 

Per questo, infatti, le banche britanniche prendono in prestito miliardi di dollari in finanziamento a breve termine tra di loro, ma questo implica anche il rischio di contagio da parte del mercato real estate cinese. E in effetti il Libor, la cartina di tornasole rispetto alla volontà delle banche inglesi di prestarsi soldi a vicenda, sta salendo in maniera costante da nove mesi a questa parte: ovviamente, una parte di questo processo è salutare, poiché riporta a livelli di normalità la prezzatura del rischio dopo oltre sei anni di stimolo monetario eccezionale, ma quando il meccanismo di trasmissione del credito comincia a risentire in questo modo, la lettura che ne si può dare è anche contraria, ciò che dopo sei anni di risk-free e credito a costo zero le banche commerciali sono troppo dipendenti da quelle centrali per garantire che il sistema del credito riesca a reggere scossoni. 

Come vi dico da tempo, la lezione di questa crisi non ci ha in realtà insegnato niente: nata a causa di debito a basso costo, rischio quasi inesistente e salvataggi sempre pronti, ciò che abbiamo saputo costruire è un sistema ancora più dipendente e basato su debito ulteriormente a basso costo, concetto di rischio annullato e mano statale sempre pronta a intervenire. Come vi dicevo pochi giorni fa, l’ultimo studio della McKinsey&Co. è impietoso nel tratteggiare cosa sia accaduto nel mondo dalla crisi finanziaria a oggi, con il debito globale salito di 57 triliardi quasi a quota 200, il tutto garantito proprio da quei programmi che avrebbero dovuto rimettere in carreggiata l’economia e che invece l’hanno completamente devastata nei fondamentali macro: la Cina ha lanciato un pacchetto di stimolo da 4 triliardi di yuan (circa 400 miliardi di dollari), la Fed ha dato vita a tre round di Qe in grado di aumentare le sue detenzioni di assets di 3,7 triliardi di dollari, la Bank of England ha speso 375 miliardi di sterline, mentre il Giappone ha aumentato a 80 triliardi di yen (circa 470 miliardi di dollari) all’anno il suo volume di acquisti rispetto alla previsione di 60-70 triliardi. Ora, poi, è il turno della Bce con i suoi 1,1 triliardi di euro, senza contare i piani di salvataggio (con oneri condivisi) e il programma Smp di acquisto obbligazionario al culmine della crisi. 

Risultato? Zero. Anzi, no, quel denaro è finito dritto dritto negli assets che garantivano maggiori profitti, spedendo l’azionario Usa, britannico ed europeo ai livelli massimi di sempre: e come sempre accade nei momenti di mania da mercato rialzista, gli assets più sopravalutati sono quelli maggiormente sconnessi da valutazioni solide rispetto alla aspettative e al loro reale valore intrinseco. Facendo propria la formula del “questa volta è differente”, gli investitori in cerca disperata di rendimento, hanno pagato cifre folli per titoli di aziende con meno di 50 dipendenti che oggi come oggi capitalizzano come una grande impresa industriale: di fatto, il prodromo di un’altra bolla e della conseguente correzione che la Fed può soltanto rimandare nel tempo continuando a comprare ma non può evitare del tutto. Chiunque, grazie alla palude melmosa del Qe, ha potuto beneficiare e tramutarsi in un gigante, pensate a Bitcoin, la cripto-valuta. Bene, quest’ultima non ha una Banca centrale cui fare riferimento ed esiste solo online come moneta virtuale, quindi dovrebbe essere il rivale più classico della tradizionale valuta controllata dallo Stato e dei sistemi di pagamento classici. Invece no, bisogna proprio dire che anche questa moneta virtuale ha due facce come quelle tradizionali, visto che durante il periodo di Quantitative easing della Fed il valore di Bitcoin è esploso, arrivando a un aumento del valore di oltre il 700% nel solo 2013. Appena la Fed ha dato vita al “taper” e bloccato per un po’ la stamperia, Bitcoin è crollato, così come sono collassati i prezzi delle commodities come petrolio, acciaio e rame. 

Insomma, la seconda crisi del credito sta per svelarsi al mondo partendo questa volta dalla Cina e i soldi che la Bce metterà in circolo serviranno soltanto a combattere per guadagnare un po’ di tempo nel tamponare il contagio ai mercati del credito. La conferma mi è arrivata ieri da un trader londinese mio amico, contattato per scambiare qualche opinione al riguardo prima di scrivere questo articolo: alla mia domanda se il Qe dell’Eurotower fosse davvero un’opportunità, ad esempio per il mercato azionario, la sua risposta è stata “enjoy the party but dance near the door”. Unisciti alla festa ma balla vicino alla porta. Il vento dal nulla comincia soffiare. Da Oriente.

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