LEGGE DI STABILITÀ 2017/ Lo scambio Governo-Ue che non conviene agli italiani

Per MARIO BALDASSARRI, il governo aveva promesso che avrebbe azzerato le clausole di salvaguardia anche per gli anni a venire. Ora invece si trova costretto a disattivarle solo per il 2017

20.10.2016 - int. Mario Baldassarri
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Immagini di repertorio (Foto: LaPresse)

“Con la legge di bilancio 2017 il governo Renzi smentisce se stesso. Pochi mesi fa aveva promesso che avrebbe azzerato le clausole di salvaguardia anche per gli anni a venire. Ora invece si trova costretto a disattivarle solo per il 2017 in quanto buona parte delle coperture derivano da misure una tantum”. E’ il rilievo mosso dall’economista Mario Baldassarri, ex viceministro dell’Economia e delle Finanze, senatore per due legislature e attualmente presidente del centro studi Economia reale. Dopo la presentazione della legge di bilancio 2017, la Commissione Ue ha individuato alcuni punti deboli dando al governo Renzi una settimana per correggerli. In primo luogo il rapporto deficit/Pil va riportato dal 2,3 al 2,2%. Inoltre occorre intervenire sulle coperture che sono in larga parte basate su misure una tantum, perlopiù dipendenti da entrate una-tantum incerte e legate al condono delle cartelle esattoriali ed all’emersione di capitali.

Che cosa ne pensa della richiesta fatta dalla Commissione Ue di aggiustare il rapporto deficit/Pil?

E’ un dibattito ridicolo e surreale. La quantità dell’aggiustamento che si richiede sul deficit è del tutto irrilevante: lo 0,1% del Pil. Si conferma ancora una volta la stupidità del trattato di Maastricht che obbliga la Commissione Ue a discutere esclusivamente dei saldi di bilancio e non del livello e della composizione della spesa pubblica e del prelievo fiscale. Lo 0,1% di aggiustamento sta a fronte di 820 miliardi di spesa pubblica e 780 miliardi di entrate pubbliche. Data la stupidità del trattato di Maastricht, la Commissione Ue sta discutendo dello 0,1% che corrisponde a 1,6 miliardi, discrepanze statistiche!

Quindi che cosa dobbiamo fare?

Dobbiamo prendere atto del fatto sempre più evidente che con questa stupidità di Maastricht non si va da nessuna parte, né per quanto riguarda l’Unione Europea né tantomeno per quanto riguarda l’Italia. Perché la Commissione Ue non chiede conto al governo italiano di quei 30-40 miliardi di sprechi dentro la spesa pubblica su 820 miliardi di uscite e di quei 100 miliardi di evasione fiscale su 780 miliardi di entrate totali? Eppure sulla base del trattato di Maastricht, la Commissione Ue deve guardare soltanto al saldo composto dalla differenza tra spese ed entrate.

In ogni caso come si spiega che il rapporto deficit/Pil sia arrivato al 2,3%?

Questa è un’altra incongruenza. Nella nota di aggiornamento al Def di fine settembre è stato scritto che il governo aumentava il rapporto deficit/Pil dello 0,4%, dall’1,6% al 2%, e che ciò avrebbe dato un impulso al Pil dello 0,4% facendolo passare dallo 0,6% all’1%. L’ufficio parlamentare di bilancio è stato costretto a intervenire osservando che i conti non tornavano. Adesso paradossalmente tornano perché il governo aumenta il rapporto deficit/Pil dello 0,7-0,8%, mentre conferma il Pil al +1%. Lo 0,8% in più di deficit determina uno 0,4% in più di Pil. Mi domando allora perché non lo abbiano scritto 15 giorni fa nella nota al Def.

Come valuta il rilievo dell’Unione Europea sulle entrate una tantum?

Sapevamo da sempre che l’Unione Europea vuole che a fronte di una spesa permanente ci siano coperture permanenti. Tra l’altro ciò ha determinato da parte del governo italiano una smentita di sé stesso. Pochi mesi fa il nostro esecutivo aveva detto che questa volta non solo avrebbe evitato le clausole di salvaguardia per il 2017, ma le avrebbe azzerate anche per gli anni futuri.

Invece che cosa è avvenuto?

Poiché gran parte delle coperture sono una tantum a valere sul 2017, il governo ha dovuto mantenere le clausole di salvaguardia per gli anni futuri. L’aumento dell’Iva non si fa nel 2017, ma contabilmente è spostato al 2018. Su questo quindi la Commissione Ue ha ragione, semplicemente per il fatto che c’è una regola di bilancio che impedisce di coprire spese permanenti con entrate una tantum. Tra l’altro c’è un particolare sulla rottamazione delle cartelle esattoriali che è sfuggito a molti.

 

Quale?

Dentro le cartelle esattoriali ci sono tutte le multe che sono soldi dei Comuni. Se il governo centrale con la voluntary disclosure decide di dimezzare le sanzioni, facendo pagare 500 euro a chi ne deve mille, chi darà la differenza ai Comuni? In gran parte inoltre questi Comuni potrebbero già avere messo a bilancio quelle entrate per il totale che risulta a loro. Quindi se vuole un giudizio complessivo, mi pare un gran pasticcio.

 

A questo punto il governo quali margini di manovra ha?

Assolutamente nessuno. Ormai l’impalcatura della legge di bilancio 2017 è definita. E’ una manovra irrilevante e chiaramente elettorale, con una distribuzione a pioggia delle risorse. Il governo correrà ai ripari con la diplomazia. Da un lato accetterà di ritoccare il rapporto deficit/Pil al 2,2% come richiesto dalla Commissione Ue, ottenendo in cambio il via libera sulle una tantum.

 

Con quali conseguenze?

La conseguenza sarà che dal 2018 le clausole di salvaguardia resteranno in vigore. Dal momento che negli ultimi tre anni la Commissione Ue ha accettato le clausole, le dovrà accettare anche per 2018 e 2019. Tutto si concluderà con uno scambio formale in cui il governo italiano si impegna a riportare il deficit al 2,2% e la Commissione Ue accetta le misure una tantum garantite dalle clausole di salvaguardia. Il messaggio quindi è molto semplice: “Addà passà ‘a nuttata”, come diceva Eduardo De Filippo. Questa volta “’a nuttata” è il 4 dicembre, data del referendum.

 

Secondo lei un’eventuale procedura d’infrazione arriverebbe prima o dopo il referendum?

Questo lo deve chiedere alla Commissione Ue, dipenderà dai reciproci rapporti di cortesia. Martedì abbiamo assistito per 24 ore a uno spot elettorale fatto da Barack Obama, senza che nessuno dicesse: “Ma scusi presidente Obama, lei che cosa c’entra con il referendum in Italia?”. Mi domando a che titolo la Casa Bianca abbia detto che bisogna votare Sì al referendum. E’ come se io andassi a New York per sostenere Donald Trump o Hillary Clinton.

 

(Pietro Vernizzi)

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