LEGGE DI STABILITÀ 2017/ Così l’Ue fa pagare la Renxit agli italiani

- Sergio Luciano

Dopo la vittoria del No al referendum, l’Ue chiede all’Italia di rispettare il Patto di stabilità, quando ancora la manovra non è stata approvata. Il commento di SERGIO LUCIANO

Palazzo_Chigi_R439
Lapresse

Solo il “futures” decennale sui Btp è caduto in Borsa, nel giorno della “Renxit”: a riprova che, come IlSussidiario aveva facilmente pronosticato, è scattato sui mercati il cordone sanitario della Banca centrale europea; e anche a dimostrazione che l’asserita forza del governo Renzi non era considerata di così buona lega, nel mondo, da lasciare oggi sgomenti gli osservatori internazionali di fronte al suo dissolversi. Che il quadro politico italiano fosse e restasse precario, riforme o non riforme, con un parlamento tripolare condannato ad accordi di maggioranza innaturali, era chiaro e resta chiaro: ma è quel che va bene al mondo.

La favoletta della comunità – europea e sovra-europea – di Stati concordi e solidali sul benessere comune non la racconta più nessuno, e da quei pochi che insistono nessuno la beve. L’Unione europea, in particolare, dove sta montando il nazionalismo gollista e dove la Merkel si è rincandidata, non può permettersi un’Italia ridotta alla stregua della Grecia, ma neanche la vuole forte. Vuole solo spolparla, “mors tua vita mea”, portar via a due euro i pezzi migliori, dal privato e dal pubblico, in un mondo stressato dalla competizione globale, dove un presidente eletto decisionista come sarà l’americano Trump sta già ricostruendo i muri più resistenti che possa volere un nazionalista, quelli dei ricatti commerciali sui beni e sui servizi di cui un Paese forte ha la privativa: “Volete la nostra tecnologia? Pagateci un prezzo che finanzi il nostro benessere”.

E dunque, in questo quadro di tensioni, cosa vuole l’Europa, cosa vogliono i mercati, da noi? Grigia acquiescenza ai trattati europei. Trattati stupidi, come disse Romano Prodi che pure concorse fortemente a scriverli, ma “in vigore”, più che mai, sotto il tacco dello stivalone tedesco, perennemente ossessionato dai suoi fantasmi, dal rimorso incancellabile di aver partorito la bestia nazista: la superinflazione di Weimar, la spesa pubblica hitleriana. Fantasmi che diventano lingotti, favorendo un surplus commerciale eccessivo, ai sensi di quegli stessi trattati, eppure indiscusso e capace di arricchire la casta degli industriali di quel Paese. I fantasmi tedeschi, inflazione e la spesa pubblica, sono le due bestie nere di quella teoria – l’ordocapitalismo – che i tedeschi scolpirono nella loro Costituzione dopo la sconfitta e che si ritrovano pari-pari nel trattato di Maastricht e nella sua estrema conseguenza, il demenziale Fiscal compact.

“L’Italia prenda le misure necessarie per rispettare nel 2017 il patto di Stabilità”, hanno scritto i ministri finanziari dell’Eurogruppo, riuniti senza l’assente giustificato Padoan, nella bollente mattinata del dopo Renxit. Una manovra correttiva rispetto a una legge di Bilancio non ancora approvata, per far votare la quale nell’odiato Senato Mattarella ha preso per un orecchio Renzi facendolo risedere sul suo scranno di spine da presidente del Consiglio dimissionario. Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ripete come un mantra: “È impossibile chiedere adesso all’Italia di impegnarsi in misure aggiuntive, la tempistica dipende dall’Italia, anche l’Eurogruppo e la Commissione aspettano un nuovo Governo”. Cioè: un governo che dica sì.

Al di là dei suoi tanti errori, e soprattutto di quella protervia che gli ha rivoltato contro tanti elettori italiani, Renzi è stato bruciato anche dall’aggressività di cartapesta dimostrata negli ultimi tempi contro le istituzioni europee, un’aggressività montata – si direbbe – più per motivi elettoralistici interni, cioè per contendere l’elettorato di destra agli slogan antieuropei di Salvini & C. – che per convinzioni profonde (ammesso che ne abbia, oltre a quella di essere un dio). Renzi, intendiamoci, ha avuto ragione da vendere a “dirgliene quattro” all’Europa dei Trattati, ma aver ragione in astratto non significa avere le carte in regola per rivendicarla, non significa avere la coscienza a posto che può avere solo chi ha ben governato la spesa pubblica o la macchina della Pubblica amministrazione, allo sbando sotto le mani di politici improvvisati ma istruiti a bypassare le tecnostrutture ministeriali, forse ree di burocraticismo ma se non altro esperte della materia.

Quella lobby di poteri forti europei che sembravano condividere il renzismo efficientista della prima fase del governo non hanno affatto gradito il suo crescente berlusconismo narcisista. E gliel’hanno fatta pagare, senza dubbio. Il rischio è che oggi la bolletta vera la paghi però l’Italia, che al 60% non è con Renzi, ma non lo è per certo neanche al 40%, perché si sa che ogni trasposizione politica automatica del voto referendario su quello partitico è arbitraria.

Dunque, rispetto all’Europa è come se questi mille giorni, non privi di buone realizzazioni – sia pur meno brillanti di quelle decantate dall’ultimo spot di palazzo Chigi – abbiano lasciato l’Italia, purtroppo, debole in Europa quanto prima. Tutto da rifare, ma tra gollismi e populismi internazionali, stasi economica e leader italiani inconsistente, bravo chi capisce sulla base di quale progetto e con quale progettista.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori