PRODI & L’ULIVO/ Sapelli: ecco chi ha svenduto l’Italia a Germania ed eurocrati

- Giulio Sapelli

Per capire l’attuale situazione economica italiana, spiega GIULIO SAPELLI, è molto utile ricordare cosa avvenne 20 anni fa con l’Ulivo e le sue scelte di politica economica-monetaria

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Romano Prodi (Infophoto)

Son vent’anni dalla nascita dell’Ulivo, e forse non è inutile fare il punto su quella che fu la sua politica economico-monetaria. Una politica che si inserisce nel grande percorso di trasformazione mondiale capitalistica ancora in corso, ma che iniziò ad apparire visibile esattamente alla metà degli anni Novanta del Novecento.

È ormai diffusa la quasi stucchevole affermazione per cui dalla crisi economica mondiale in corso stia emergendo una nuova formazione economico-sociale capitalista. In questo in verità non vi è nulla di nuovo, gli andamenti delle forze produttive sono sempre intimamente legati alle forme della produzione e quindi ai rapporti sociali e istituzionali. Anzi, molto spesso nella storia capitalistica questi ultimi hanno avuto un ruolo determinante nel pre-formare le stesse forze produttive, che ben poco hanno di meccanico e deterministico.

Ecco ora giungere, come aveva previsto Hansen nel 1939, la deflazione, che conduce alla stagnazione secolare: trappola di liquidità, sindrome giapponese; tutte malattie che nascono nell’Europa dell’euro ordoliberista. C’è di più, tuttavia. La finanza si incontra con nuove tecnologie che cent’anni fa non avevamo previsto. Schumpeter parlava di distruzione creatrice: nuove tecnologie, nuove imprese avrebbero distrutto le tecnologie e le imprese incapaci di adattarsi ai nuovi cambiamenti, e dalla crisi si sarebbe creato nuovo plusvalore generato dall’espropriazione del pluslavoro attraverso la riproduzione allargata del meccanismo del capitalismo. Si distruggeva ma si creava. E non solo variando i tassi di interesse, come aveva in mente Keynes, ma facendo circolare merce contro merce come aveva in mente Piero Sraffa, nel suo “Produzione di merci per mezzi di merci”, che rimane il più bel libro di economia del Novecento.

Ora le cose sembrano cambiare. Perché il nuovo ciclo Kondratieff che si avvicina come uno tsunami ha talune caratteristiche prima sconosciute. Pone all’odine del giorno la creazione diffusa di sistemi naturalmente complessi e stratificati quanto a tecnologie di intelligenze artificiali che producono a loro volta intelligenze. È come se si elevasse l’Itc all’ennesima potenza. Le stampanti 3D, con la meccanica per diffusione e non per estrusione che ne deriva grazie all’uso del laser, sono solo l’inizio. Il seguito saranno i robot isomorfi, omeostatici tanto con il corpo umano quanto con il mutare delle macchine e dell’ambiente in cui sono immersi.

Tutto questo è avvenuto in Europa grazie alla politica economico-monetaria dell’Ulivo, che ha disarmato le menti e nel mentre ha armato nuove classi economico-politiche cosmopolite (i Padoa Schioppa ne sono l’esempio più sconcertante), a cominciare dai Ciampi e dai Draghi e per finire con i Monti costruiti dai quotidiani e dai poteri situazionali di fatto filo-teutonici e anti Usa, che già Gramsci aveva ben descritto, seguendo Machiavelli e parlando del “cosmopolitismo”, ossia del servilismo internazionale degli intellettuali italiani. Immaginiamoci che cosa accade quando al posto di intellettuali ci troviamo dinanzi ragionieri del mondo affascinati dal mito umiliante che narra che gli italiani nulla san far da sé e hanno quindi bisogno per bene agire di choc esterni: l’ordoliberalismus teutonico appunto, mito che in qualsivoglia altra nazione farebbe sfidare a duello colui che accusa il suo interlocutore di sostenere tale tesi.

Si dovrà fare la storia dell’Ulivo che ne affronti la teoria economica prevalente. I testi di Lodovico Festa (anche l’ultimo apparso su “Studi cattolici” recentissimamente) offrono di già un’eccellente premessa. Ma certamente la politica monetaria di quegli anni va inserita nella specificità della vicenda monetaria italiana che è sempre stata — come sappiamo — determinata da un’oscillazione e da un intreccio continuo tra fiscal dominance eforeign dominance.

Sgombriamo subito il campo dal presupposto ipostatizzato mitologicamente che il problema centrale sia quello dell’indipendenza delle banche centrali. L’indipendenza delle banche centrali dal Tesoro (per dipendere da chi, se non dalle burocrazie o dalle euroburocrazie spartite in basi a criteri di potenza nazionale?) non incide sui temi della foreign dominance come nei consolidati manuali Cencelli politici, e nel caso dell’Ulivo: non è determinante.

Ciò che è e fu determinante a partire dai tempi dell’Ulivo (sino a oggi) è il fatto che l’indipendenza delle banche centrali europee dell’eurozona e quindi dell’Italia fu lo strumento più idoneo allorché si ritenne di potere e volere fare la volontà della nazione accettando, anzi, invocando, il dominio estero sulle nostre scelte di politica monetaria ed economica non in una condizione di condivisione ma, invece, di crescente sottrazione di sovranità.

La mia tesi è che l’Ulivo ha rappresentato l’acme della foreign dominance e l’ha reso pressoché irreversibile — almeno nel breve periodo — con l’entrata nell’euro e quindi con la definitiva perdita della sovranità monetaria. Ciò che è stata una delle fasi della foreign dominance, ossia l’egemonia tedesca sul sistema economico e su quello monetario in primis italiano grazie all’Europa a dominazione germanica, è ormai divenuta una delle caratteristiche della stessa nazione italiana.

Il nesso nazione-internazionalizzazione ha avuto una torsione e stabilizzazione definitiva, se l’Europa non muterà volto, ossia non si riscriverà il Trattato di Maastricht e non cadranno tutti i suoi presupposti. Essi hanno condannato alla decadenza l’Italia, come fu nella crisi del Seicento. I mezzi furono diversi, gli esiti saranno e già sono assai simili: de-industrializzazione, depauperamento del capitale umano con la sua emigrazione da un lato e la sua emasculazione emotiva dall’altro.

Come è noto, quando parliamo di fiscal dominance intendiamo il ruolo determinante del Tesoro nella creazione monetaria. Determinare la quantità di moneta e dei tassi d’interesse è un compito che rimane nelle mani della politica e delle istituzioni finanziarie: oppongono il principio di gerarchia a quello di mercato e allocano le risorse in questo con sistematica prevalenza. In questo senso il ruolo del mercato è subalterno e sottoposto al controllo politico anche in un contesto internazionale che può renderlo difficile Ma questa è stata fondamentalmente la condizione in cui l’Italia si è trovata a operare per la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro durante tutta la sua storia sino ai primi anni Novanta del Novecento. Proprio gli anni in cui inizia l’esperienza dell’Ulivo.

Naturalmente questa storia è stata contrassegnata da una diversità della foreign dominance anche in condizioni ben precedenti l’Ulivo e che ho richiamato precedentemente. Si possono scandire storicamente dei tempi ben precisi in cui tale foreign dominance assume colori diversi, dai tempi di Camillo Cavour, passando per il predominio inglese e francese e poi quello tedesco che fu decisivo per la creazione del sistema bancario italiano e per inverare poi durante il fascismo paradossalmente il predomino nordamericano, con un ruolo decisivo esercitato dalla banca Morgan e dal suo rappresentante in Italia.

Tutto ciò continuò nel secondo dopoguerra sino all’abbandono della politica di distacco da ogni ipotesi di sistema dei cambi fissi ben rappresentata dalla posizione di Paolo Baffi in merito alla non adesione allo Sme per la ragione che il nostro sistema produttivo non avrebbe potuto resistere neppure a un’anticipazione dei cambi fissi: figuriamoci a una moneta unica. L’adesione ci fu e dopo il crollo dell’Ursss ci fu l’unificazione tedesca e la creazione dell’euro e quindi l’inveramento assoluto della foreign dominance che ora ci distrugge, con tutta l’Europa del Sud.

Il paradosso vero di tutta la vicenda è quello per cui i protagonisti della vicenda, i più filo euro e quindi i più responsabili dell’ordoliberalismus dilagante, furono le forze socialiste e cristiano sociali europee. Da questo punto di vista la creazione dell’euro e l’adesione entusiasta di tutto l’Ulivo alla politica ordoliberista è stata il trionfo della considerazione teorica che è possibile dedurre in casi di scelte monetarie assunte in questo caso non da singole nazioni, ma da una burocrazia eurocratica dominante sui parlamenti nazionali che teneva e tiene sotto il suo controllo le nazioni. Ossia la considerazione che in presenza di creazione monetaria decisa dal mercato e quindi endogena, tali decisioni non sono mai libere, ma assunte nel contesto dell’equilibro di potenza internazionale che quei mercati costituisce.

Nel caso della Bce, il paradosso è bellissimo e strabiliante: il Trattato di Maastricht affida alla Bce la scelta del regime di cambio, per esempio, mentre in effetti tutte le variabili che interagiscono nella circolazione monetaria internazionale sono determinate da sovrastrutture che superano le stesse prerogative sia dei governi nazionali che della Bce: Wto, cross border currency e soprattutto, oggi in primis, derivati e tutti gli strumenti della finanza collateralizzata.

Il compito della Bce in effetti — e lo dimostrano anche le politiche controverse come il Quantatitive easing — è stato ed è quello di ricercare di condizionare la creazione endogena di moneta (e quindi dei mercati mondiali) indicando ripetutamente in quale modo si ritiene più opportuno affrontarla politicamente. Ma la spaccatura dell’Europa tra nazioni dominanti tedesco-vassallatiche da un lato e potenza francese emasculata dall’altro, ha provocato il collasso del sistema che pare abbandonato a se stesso, come dimostrano le ricorrenti crisi dell’euro sino a giungere alla crisi politica della minaccia della fuoriuscita dall’Ue dell’unica grande potenza non dell’aerea euro, ossia il Regno Unito.

Dinanzi a tutto ciò l’Ulivo non ha mai saputo né comprendere, né reagire. Anzi, ha applaudito ed è salito sul carro dei distruttori dell’economia e della società europea, culturalmente e antropologicamente intesa. Sconcertante poi la politica comunista. Basta leggere i discorsi di Giorgio Napolitano: ai tempi di Paolo Baffi, il quale come noto, da governatore della Banca d’Italia, era schierato contro lo Sme e non seguiva le indicazioni del potere situazionale dominante. In seguito giungemmo ai tempi di Guido Carli (che è ancora la figura enigmatica di tutta la vicenda), che aderì all’euro seguendo la vulgata dello choc esterno necessario e inderogabile, tutti sorprendendo. Giorgio Napolitano e con lui i comunisti nella stragrande maggioranza, seguirono la “nuova” Banca d’Italia come i ciechi del famoso quadro metaforico: perplessi e infine europeisti ordoliberisti entusiasti e come tale premiati dai poteri situazionali di fatto allora dominanti. 

Solo Luciano Barca spicca e spiccherà nella riflessione storiografica per la sua intelligente e indipendente visone in continuità con l’ispirazione di quella grande figura scientifica, umana, civile, che fu Paolo Baffi.

Dei socialisti è inutile dire alcunché, perché si posero nella scia di Tony Blair, il vero distruttore del socialismo europeo, scambiando innovazione e modernità con subalternità alla mitologia capitalistico-finanziaria che dominava il mondo. È un segno positivo dei tempi che l’ attuale gruppo dirigente inglese laburista si sia deciso a fare i conti con quella (e questa) sciagurata epoca. Ma dovremmo ora far storiografia e sociologia, insieme, di viltà personali e di battaglia delle idee, dove, come sempre, la moneta cattiva scaccia quella buona.

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