TASSE E POLITICA/ Totò, Renzi e la manovra “impossibile” per l’Italia

- Sergio Luciano

Tra Renzi e la minoranza del Pd si accende una polemica sulle tasse, ma resta da capire come il Governo opererà davvero sul piano fiscale. Di SERGIO LUCIANO

Entrate_Agenzia_TasseR439 Immagine d'archivio (LaPresse)

Chissà se l’aria di Capodichino, scalo aeroportuale obbligato verso Ventotene, ha ricordato a Matteo Renzi il mitico sketch di Totò in “Miseria e nobiltà” sul “paltò di Napoleone”. Per i pochi italiani cui la Rai non abbia (peraltro meritoriamente) inflitto una delle centinaia di repliche del film, ecco un breve memorandum. La famiglia di Totò è talmente povera che pur di sfamarsi deve impegnare tutte le suppellettili al Monte dei Pegni o direttamente dal pizzicagnolo. Terminati gli oggetti di sicuro valore, Pasquale, amico di Totò, si risolve a impegnare anche il proprio paltò, ovvero il cappotto. Chiede quindi a Totò stesso di impegnarlo, istruendolo sulla spesa da fare poi col denaro ricavato dal pegno: e lì la scena si dilunga per alcuni spassosissimi minuti con dettagli di prelibatezze e leccornie, finché Totò lo interrompe bruscamente per chiedergli: “Scusa Pasquale, ma qui dentro c’è il paltò di Napoleone?”.

Ecco, in questo dibattito sulle tasse da tagliare il governo e l’opposizione somigliano al film di Totò. Renzi strapromette – l’ottimismo non gli fa difetto, perché tifa per la “sua” Italia (cioè per se stesso come capo dell’Italia) e il tifo, come sanno anche i nostri campioni del volley, a volte deforma la visuale sulla realtà. Padoan ancora non lo modera, anche perché – tanto – è chiarissimo che ancora una volta l’ultima parola sui fatti nostri l’avrà la Commissione europea, cui abbiamo delegato la gran parte della nostra sovranità. E quindi sarà l’Europa a decidere “quanta flessibilità” concederci. Quindi discutere su “come spendere” questi margini ricorda la conversazione tra Totò e l’amico.

Perché una cosa è chiara, e neanche Renzi la nega: che cioè solo derogando ai vincoli di Maastricht e ritornando a sforare il rapporto deficit/Pil di oltre il 2% troveremo i soldi necessari per introdurre nella Legge di stabilità le misure soprattutto fiscali di stimolo alla crescita che tutti auspicano. Quanti soldi? Il Monte dei Pegni che dovrà giudicare quanto vale il nostro cappotto, cioè quanta flessibilità concederci, sta a Bruxelles.

Detto questo, e tornando nel cortile italiano, va pur segnalata l’ennesima polemicuzza mediatica diversiva tra l’inesistente sinistra Pd e il premier. La sinistra, per bocca di Roberto Speranza – un nome che è in realtà, per Renzi, non una speranza ma una certezza di potere eterno, dipendesse da costui – ha appunto polemizzato sulle nuove promesse di tagli alle tasse, alzando a Renzi una palla che nemmeno lo Zar del Volley avrebbe giocato meglio: “Una parte dei politici italiani pensa che ridurre le tasse sia un errore”, ha commentato il boy-scout di Rignano: “Esponenti della minoranza del mio partito…Non è fantastico?”. Uno a zero e palla al centro. Abbandonando ogni Speranza, torniamo alla realtà.

E qui, nella realtà, come stanno le cose? Sulla base di quanto palazzo Chigi (non l’Economia, dove Padoan tace e per ora acconsente) lascia trapelare sui giornali fiancheggiatori, la riduzione dell’Ires dal 27% al 24% nel 2017 risulterebbe confermata. L’Ires è quanto pagano le aziende sugli utili ante imposte. Tre punti di taglio non sono pochi. Incognita: non è che da qualche altra parte l’erario prepara il recupero del gettito che perderà da questa?È capitato molto volte. E poi: cosa resta alle aziende che utili non ne fanno, e che più di tutte avrebbero bisogno di pagare meno tasse sulle altre voci del bilancio (leggi: Irap e Imu)? Si vedrà.

Sempre molto gradite agli industriali – e al loro nuovo capo Vincenzo Boccia, che proprio ieri l’altro, al Meeting di Rimini, aveva a gran voce invocato il taglio delle tasse – altre due misure che vengono indicate come sicure: la proroga del cosiddetto superammortamento del 140% per chi investe sui costi di questi investimenti, che potrebbero consistere anche – lo chiede il presidente dei Giovani di Confindustria Marco Gay – in beni intangibili, come brevetti, programmi software, addirittura piani organizzativi. Poi il cuore delle richieste di Confindustria: la detassazione dei premi di produttività, già in vigore fino a 2.500 euro, da alzare a 4.000, insieme al tetto massimo di reddito per avvalersene, da 50 a 75 mila. Stipendi da quadri medio-alti, altro che operai e basta. Forse nemmeno Boccia in persona spererebbe di meglio.

Bene, evviva. Qual è allora il problema? Oltre a quello già citato, di carattere generale, cioè che l’ampiezza di queste misure non la deciderà il governo ma il direttorio di Bruxelles, il problema economico è che queste misure tendono tutte a sostenere le aziende che guadagnano, non quelle che perdono soldi e hanno debiti. E da qualche anno le imprese che guadagnano appartengono solo a tre categorie: quelle che esportano; quelle di marca, anche se esportano poco; le utilities (e neanche tutte). Le altre, dipende. E fatalmente il quadro d’insieme che ne deriva dell’economia italiana agli occhi di noi cittadini, non è roseo, o almeno non lo è “a tinta unita”. È a macchie di leopardo. Per una buona notizia che arriva da un punto cardinale, da quello opposto ne arriva una pessima. Il clima complessivo, così, non migliora mai. E anzi fomenta ormai anche un po’ di astio intestino.

Lo ha fatto capire anche Boccia a Rimini, che in piccolo deve gestire come Renzi i suoi problemi di consenso. Il 20% delle sue aziende associate va molto bene ed è preoccupatissimo di ogni vertenza sindacale che possa scatenare scioperi, perché per loro un giorno di sciopero equivale a perdere utili. Il 20% di aziende che va male, è al contrario prontissimo a sostenere la linea dura contro qualunque richiesta sindacale perché se le maestranze scioperano, risparmiano quattrini e riducono le perdite. Al centro, un 60% di aziende che vanno “così così” e che sparigliano, ora schierandosi di qua ora di là, sulla base di mille variabili.

Più che il processo alle intenzioni manca dunque completamente nell’opposizione – sia interna che esterna – a Renzi una domanda-chiave non tanto sulla sostenibilità tattica dei tagli alle tasse, quanto sulle altre parti della manovra economica che sembrano latitare. Il gettito delle privatizzazioni difficilmente raggiungerà gli 8 miliardi previsti per quest’anno; di tagli alla spesa pubblica improduttiva non si sente più parlare; il costo del rinnovo del contratto degli statali resta un’incognita. E naturalmente la riduzione strutturale delle aliquote Irpef sembra fatalmente da rinviare – se va bene – al 2018.

La sensazione è che su questi temi la capacità esecutiva del governo si sia indebolita, stretto com’è tra la frenata imprevista del Pil, che ci risospinge sul banco degli imputati di Bruxelles, l’incognita del referendum e la (da essa accresciuta) necessità di non bruciarsi consensi con qualche “no” impolitico: l’apertura sul rinnovo contrattuale degli statali difficilmente può essere letta in modo diverso; la cautela sui tagli (pur annunciati, per carità, dopo decenni di rinvii) alle municipalizzate, idem; l’evanescenza degli impegni sui frutti contabili della spending review e della centralizzazione degli acquisti di beni e servizi sulle 35 piattaforme di e-commerce coordinate dalla pubblica Consip, anche.

Perché alla fine è questa la contraddizione in termini di Renzi e del suo governo. Fin quando la rottamazione era un modello promesso dall’esterno della cabina di regia, ha portato a Renzi il consenso dei malcontenti. Ora che lui è al governo e che la rottamazione è entrata fra le sue facoltà, esercitarla davvero a 360 gradi genera malcontenti di tipo diverso, che gli si possono ritorcere contro con più forza dei consensi suscitati presso altre fasce di elettorato; mentre d’altronde rinunciare a rottamare gli sottrae il consenso originario di coloro che auspicandola lo avevano votato.

Ben consapevole di tutto questo, Renzi – da giocatore d’azzardo – ha spinto l’acceleratore sul combinato disposto della riforma costituzionale e dell’Italicum, convinto di poter contare su una più lunga durata della sua popolarità per vincere le elezioni con un suo governo monocolore (grazie al superpremio di maggioranza) e in un Paese più facile da governare (grazie alla riforma). Ma le sue intemperanze che lo hanno reso antipatico a molti, la frenata del Pil e una serie di errori di comunicazione clamorosi gli si sono ritorti contro e ora Renzi rischia tutto in ogni caso: se perde il referendum, deve andare avanti (l’ha finalmente fatto capire, dopo aver ripetuto per un anno che in caso di sconfitta sarebbe andato a casa!) indebolito come un’anatra zoppa all’americana; e se lo vince e si torna alle urne con l’Italicum, rischia comunque di consegnare il Paese a un monocolore…grillino.

La storia di solito si fa beffe dei programmi dei lìder maximi. Ma chi ha buona memoria sa bene che di queste beffe della storia sono poi i cittadini a ridere meno di tutti.





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