UE vs APPLE/ Tim Cook “evade” a Dublino, Fca lo fa in Olanda…

- Sergio Luciano

Bruxelles ha chiesto a Dublino di esigere da Apple una penale pari a 13 miliardi di euro di tasse, frutto di un trattamento fiscale agevolato dall’isola. SERGIO LUCIANO

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Apple (LaPresse)

Con i “leviatani” della tecnologia la prudenza non è mai troppa e — come insegna Evgeny Morozov, il sociologo bielorusso autore del best-seller Contro Steve Jobs — ogni punto perso da essi nella pretesa allucinante di permeare il mondo e pervadere le coscienze dei popoli è un punto vinto dall’umanità.
Ma questo non basta a fa cantare vittoria e a farci dire “ben gli sta” di fronte alla notizia dei 13 miliardi di dollari di multa fiscale inflitti dalla Commissione europea alla Apple per non aver pagato le giuste tasse all’Irlanda. Se l’Europa Unita fosse una struttura “di pensiero” e non di burocrazia, la pur sacrosanta iniziativa di quell’autentica ammazzasette che è la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager avrebbe alle spalle un “pensiero”, anzi una visione di politica economica (e socio-culturale!) che invece non ha… Quindi, a prescindere da ogni distinguo di merito e da ogni futuro grado di giudizio, forense o politico che sia o che sarà, alla Apple “ben gli sta”, ma all’Europa non basta una stangata ogni tanto ben assestata sulle robustissime spalle di un “big” per riprendere in mano il governo delle proprie confusioni regolatorie e legislative e per rientrare in corsa nella competizione tra i mercati globali.
Cerchiamo di capirci. Se la Apple — come anche Google e Facebook o Amazon o Twitter — da anni e anni fanno, a spese dei contribuenti europei, il bello e il cattivo tempo, se vanno tutti in Irlanda a pagare due lire di tasse sull’intero fatturato sviluppato in Europa, la colpa non è tanto loro quando dell’Europa che glielo ha lasciato fare. Le asimmetrie fiscali tra i Paesi membri dell’Unione a 28 ma anche, incredibilmente, tra quelli dell’Eurozona sono clamorose e clamorosamente inspiegabili. La crisi bancaria ha messo l’Irlanda sul lastrico quanto e peggio della Grecia, ma i Lorsignori di Bruxelles hanno commissariato la nazioncina e l’hanno confermata nel ruolo di paradiso fiscale sdoganato per tutti i sedicenti contribuenti onesti. Gli faceva troppo comodo. Poco diverso il discorso del Lussemburgo, in un differente mix di convenienze fiscali e legislative…
Guardiamo in casa nostra per capire meglio: la celebrata Fca (Fiat Chrysler Automobiles), come si chiama la vecchia e gloriosa Fiat dopo l’acquisizione della Chrysler, ha preso già da due anni la residenza fiscale a Londra perché paga meno tasse, e lo può fare legittimamente. Poche settimane fa la holding di casa Agnelli, Exor — che controlla Fca — ha preso residenza fiscale in Olanda (societaria ce l’aveva già), perché ci paga la metà delle tasse che pagava in Italia. A pagare le tasse in Italia c’è rimasta — vedremo per quanto — la Dicembre, società torinese in cui il “ramo Elkann” della famiglia proprietaria controlla la sua fetta di Exor e intasca i suoi dividendi.

Probabilmente esterovestire la Dicembre è troppo rischioso e trasferirsi materialmente all’estero per portare con sé la holding, pagandone i relativi costi, è — per l’allampanato John e i suoi rampolli — esistenzialmente noioso.
L’elenco delle società italiane, anche di grande lignaggio, che hanno scelto la libertà fiscale espatriando nei “Paradisi possibili” potrebbe continuare: soprattutto perché il vecchio criterio, ovvio e anzi lampante, secondo cui le tasse si pagano nel Paese in cui si sviluppano i profitti, è ormai calpestato ovunque, e nessuno finora diceva niente.
Poi l’Europa si è svegliata perché Apple ha strafatto, ha esagerato; e adesso la casa della mela paga pegno, forse perfin troppo: ma se ci ricordiamo che comunque proprio la Apple aveva dovuto pagare 318 milioni all’erario italiano come risarcimento per il fiscal-dumping perpetrato qui, addentata alla caviglia dai coriacei ispettori dell’Agenzia delle Entrate, dobbiamo riconoscere che gli eccessi prima o poi vengono puniti e che gli eredi (pallidi) di Steve Jobs una bella coda di paglia ce l’avevano da tempo.
Tutto bene, dunque? Neanche per sogno. Niente di bene per l’Italia, che con un “global tax rate” che veleggia verso il 50% dei redditi, è e sarà sempre fanalino di coda di qualunque graduatoria fiscale; e poco di bene anche per l’Europa, che se permette simili asimmetrie e scompensi tra Stati membri smonta, anziché porre, le poche premesse sopravvissute ad un’autentica integrazione economica e civile del continente. E attenzione: niente di bene per l’Europa anche in senso genericamente geopolitico. Il governo americano si è ferocemente schierato a difesa degli interessi della Apple: anche perché la decisione di Bruxelles capita a due giorni dalla pernacchia con cui la Germania — infischiandosene di ogni concertazione europea, tanto in Europa comanda lei — ha definito chiusa la trattativa sul Ttip.
Ora, la storia insegna che nel mondo invece comandano gli Stati Uniti, in un modo o nell’altro. Va avanti così fin dalla reazione vincente degli americani a quel remoto affondamento del piroscafo Lusitania, che segnò la discesa in campo degli Stati Uniti a fianco della Gran Bretagna e contro la Prussia nella prima guerra mondiale. Poi hanno salvato il mondo da Hitler, nella seconda. Poi l’hanno salvato — per ora — dalla terza guerra mondiale, impedita solo dal deterrente nucleare, che hanno “inventato” loro. Insomma, gli Usa sono un’armata compatta, l’Europa sembra una compagnia di ubriachi.
Morale: difendersi dalle arroganze americane, compresa quella di pagare le tasse dove gli pare e dove costano meno, è giustissimo. Invece, trattare a pesci in faccia un Paese dal quale economicamente persino la Germania dipende, è un po’ imprudente. Dignitosi sì, imprudenti no. Non fu Tangentopoli a seppellire Craxi, fu la schiena dritta che l’ex leader socialista mostrò schierando i Carabinieri contro i Marines a mitra spianati sulla pista di Sigonella. Si è visto com’è andata a finire.
La partita fiscale Usa-Ue è appena agli inizi. E non è solo fiscale.

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