SPY FINANZA/ Usa-Russia, la “Guerra fredda” si sposta in Venezuela

- Mauro Bottarelli

Oggi l’opposizione scende in piazza in Venezuela. E quanto accade nel Paese sudamericano potrebbe dire molto sui rapporti tra Usa e Russia, spiega MAURO BOTTARELLI

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Nicolas Maduro (Lapresse)

Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Siria e Corea del Nord, per ovvie ragioni, oggi un nuovo vulcano geopolitico potrebbe ritornare prepotentemente sulla scena: il Venezuela. Stando a quanto riportato dall’agenzia Afp, infatti, dopo settimane di proteste sempre più violente, il presidente Nicolas Maduro ha ordinato all’esercito di presidiare le strade del Paese in vista delle manifestazioni attese per oggi e già battezzate dall’opposizione, «la madre di tutte le proteste». Nelle ultime due settimane, sono state almeno cinque le persone uccise nel corso di disordini e centinaia quelle ferite durante scontri tra dimostranti e polizia: ora, però, l’uomo forte schiera addirittura l’esercito. Perché tanto timore? Cosa può accadere oggi nelle strade del Paese che finora non si sia ancora verificato? 

Il leader dell’opposizione, Enrique Capriles, è stato di fatto messo fuori gioco con un bando che ha scatenato violente reazioni e la decisione di Maduro di esautorare il Parlamento dei suoi poteri è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso: proprio per questo, i leader contrari al governo ancora a piede libero hanno chiesto ai militari, di fatto l’ultimo bastione del potere di Maduro, di rivoltarsi contro il governo, ma finora i loro appelli sono caduti nel vuoto, tanto che il ministero della Difesa ha dichiarato che «l’esercito mostrerà il suo spirito combattente il 19 aprile», abbassando poi i toni quando ha ribadito che il dispiegamento delle forze è finalizzato unicamente al mantenimento della pace: «Non vogliamo un confronto di piazza». E la gente, invece, cosa vorrà?

Per capire l’importanza e la delicatezza della giornata odierna, però, occorre contestualizzare quanto sta accadendo lontano dai riflettori. Sul finire della scorsa settimana, infatti, il gigante energetico nazionale Pdvsa è riuscito, non con poche difficoltà, a onorare un pagamento da 2,2 miliardi per capitale e interessi su un bond in scadenza, evitando così il default per l’ennesima volta in quella che il vice-presidente, Tareck El Aissami, ha definito «una guerra economica senza scrupoli» scatenata contro il governo Maduro. Fin qui le buone notizie, almeno per il governo Maduro, ma questo grafico ci mostra come la stessa Pdvsa debba far fronte a pagamenti, tra capitale e interessi, per 62 miliardi di dollari nei prossimi anni. Insomma, il default potrebbe essere solo rimandato. 

Ma qui entra in ballo l’interesse geostrategico, quello che potrebbe caricare di contenuti extra-politici la giornata di oggi. Come riportato da OilPrice, la situazione del gigante energetico venezuelano sta facendo parecchio innervosire il Congresso Usa, visto che se dovesse non onorare i suoi debiti e fare default, la Russia potrebbe prendere il controllo degli assets di raffinazione statunitensi del gruppo, «portando a un maggiore controllo russo sul prezzo di gas e petrolio nel mondo, un qualcosa che colpirebe la sicurezza energetica degli Stati Uniti e minerebbe gli sforzi geopolitici di Washington a livello globale». A lanciare l’allarme con una lettera al Segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, sono stati due deputati, il repubbliano Jeff Duncan del South Carolina e il democratico del New Jersey, Albio Sires, ma la delicatezza della situazione ha visto crearsi anche un gruppo di senatori bipartisan che hanno chiesto loro stessi una risposta al ministro. 

Qual è il nodo del problema? La compagnia petrolifera statale russa Rosneft ha infatti operato un prestito da 1,5 miliardi di dollari alla Pdvsa, la quale ha postato come collaterale di garanzia fino al 49,9% della Citgo, una sua sussidiaria che detiene tre raffinerie negli Stati Uniti, oltre a pipeline e stazioni di servizio retail. I deputati hanno quindi il timore che in caso di default della Pdvsa sui propri debiti, la Russia tenterà la confisca delle raffinerie su suolo americano: «Il governo russo potrebbe diventare così il secondo più grande detentore straniero di capacity di raffinazione interna negli Usa, una qualcosa che porterebbe detrimento agli interessi americani. Per questo restiamo molto preoccupati per le implicazioni che questo avrebbe sulla sicurezza energetica e nazionale Usa». 

È davvero così? No e per questo si è portati a leggere in controluce questo allarme, traducibile come l’ennesimo casus belli che Washington potrebbe scomodare per mettere – più o meno direttamente – il naso nei destini politici del Venezuela: se infatti i due deputati sottolineano come la Rosneft potrebbe cospirare al fine di restringere la produzione per far salire i prezzi, sono le dinamiche del mercato a smascherare questa mossa per ciò che è. Pura propaganda. Certo, Rosneft è un’azienda a controllo statale, ma è anche un’azienda che non si diverte a perdere miliardi di dollari: se infatti dovesse prendere il controllo delle raffinerie della Citgo e operare una restrizione della produzione delle pipeline petrolifere, sicuramente gli automobilisti delle aree interessate patirebbero un danno, ma questo atto si tradurrebbe in una rovina finanziaria per le raffinerie controllate da Rosneft. 

Lo conferma alla Cnn anche John LaForge, capo della strategia Real Assets di Wells Fargo, a detta del quale «i russi non possono tenere in ostaggio gli Stati Uniti, anche perché se si arrivasse a operare una riduzione della produttività, altri soggetti della raffinazione sarebbero ben contenti di colmare il gap di domanda». Comunque sia, parlare di minaccia alla sicurezza nazionale statunitense appare un’evidente esagerazione: ma si sa, in un periodo in cui i rapporti tra Washington e Mosca sono ai minimi storici, come confermato sia da Putin che da Trump dopo la visita di Rex Tillerson a Mosca, tutto fa brodo nella tutt’altro che cristallina battaglia per il controllo di settori geostrategici. 

Insomma, il Venezuela oggi potrebbe tramutarsi nell’ennesimo Paese-proxy delle tante dispute in atto tra grandi players mondiali: una Siria senza bombe, ma con tre raffinerie che potrebbero tramutarsi nel più efficace dei capri espiatori per un ulteriore irrigidimento dei rapporti. Oltretutto, in un’area del mondo che, con la crisi dei Brics, rischia di diventare ancora più strategica negli anni a venire. E se al momento Pdvsa appare in grado di far fronte almeno alle scadenze di pagamento sul debito più ravvicinate, occorre guardare al quadro più ampio: ovvero, ai conti dello Stato, il quale proprio per evitare shock economici che diventino detonatori politici, sta priorizzando i pagamenti dei debiti obbligazionari, nonostante i pochi soldi rimasti in cassa. Come ci mostra questo grafico, prima del pagamento della scorsa settimana, lo Stato aveva in cassa riserve liquide per circa 10 miliardi di dollari, più altre in oro, quindi appare ancora solvibile, ma da qui a fine anno, quando saranno parecchie le scadenze da onorare, può accadere di tutto e un precipitare della situazione politica interna potrebbe accelerare la corsa di Caracas verso il default, sovrano o attraverso un’azienda controllata. 

Qualcuno potrebbe avere interesse a trascinare il Paese verso una ristrutturazione del debito da lacrime e sangue, capace di inasprire ulteriormente le già difficili condizioni di vita della popolazione e di far capitolare anche l’ultimo bastione di difesa del potere di Maduro, ovvero l’esercito schierato oggi per le strade? A oggi, il mercato dei credit default swaps prezza un default del Venezuela entro i prossimi sei mesi al 41% delle possibilità, un aumento notevole dal 34% di solo metà marzo. E con il governo di Maduro disperato nel tentativo di vendere assets petroliferi pur di racimolare denaro per rimpinguare le casse pubbliche, la lettera dei due deputati Usa che trasforma la gestione di tre raffinerie in un vero e proprio caso di Stato, che contrappone per l’ennesima volta Stati Uniti e Russia, porta con sé la forte puzza di bruciato del classico alibi geopolitico. 

In gioco c’è molto più del destino delle strutture della Citgo e il fatto che gli Usa stiano da anni cercando di porre fine all’esperienza (fallimentare) bolivariana nata da Hugo Chavez e ora perpetuata da Maduro per trasformare il Paese in una loro, di fatto, colonia è cosa nota: per le strade del Paese, oggi, ci saranno soltanto cittadini giustamente esasperati o anche qualcun altro? E l’esercito, a parole fedelissimo al governo, davvero manterrà la sua posizione od opererà un voltafaccia, utilizzando la scusa del non voler reprimere il proprio popolo con la violenza? 

Attenti a cosa accadrà oggi a Caracas, potrebbe essere un proxy interessante riguardo al reale stato dei rapporti Usa-Russia. 

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