FISCAL COMPACT/ La partita dell’Italia in cui Renzi ha fatto “autogol”

- Sergio Luciano

Durante la Direzione del Partito democratico, Matteo Renzi ha detto che sul Fiscal compact va posto il veto da parte dell’Italia. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Si fa un po’ fatica a dirlo, ed è chiaro che – a prescindere da quel che pensi veramente – Renzi ha scelto questa linea anche per battere i Cinquestelle sul loro terreno; però la sua levata di scudi contro il Fiscal compact è sa-cro-san-ta. Ieri, il segretario del Pd, nel corso della Direzione del partito, ha tuonato contro lo strumento di tortura finanziaria messo a punto da tedeschi per egemonizzare definitivamente l’Europa a partire dall’Italia: appunto il Fiscal compact, ossia quel meccanismo perverso di obblighi in base al quale, in teoria, tutti gli Stati dell’eurozona avrebbero, dal 2018, solo 20 anni per riportare il rapporto debito/Pil sotto il 60%. Che per l’Italia significherebbe uno sproposito, visto che oggi questo rapporto è del 130%. In pratica, oggi il debito è di 2270 miliardi di euro, contro un Pil di circa (circa, in realtà è un po’ meno) 1740 miliardi. Ora, ammesso che il Pil cresca dell’1,5% all’anno, ottemperare a quest’obbligo significherebbe per l’Italia ridurre il debito di 1,5 punti percentuali all’anno, insomma di 33 miliardi all’anno, ossia – ancora – produrre un avanzo di bilancio primario (prima del pagamento degli interessi sul debito) di una cinquantina di miliardi di euro. Un miraggio, più che un obiettivo sfidante.

“Nella prossima legislatura l’Italia dovrà chiarirsi con i partner europei: serve un approccio diverso sul deficit e va posto il veto sul Fiscal compact nei Trattati”, così ha detto Renzi, sostenendo che “abbiamo vinto la battaglia sulla flessibilità perché in Europa, dopo le europee, abbiamo messo un diktat”. Questo è vero, proprio vero: l’Italia dei Prodi e dei Monti (e dei Padoan) si è sempre mossa in Europa come frenata da un complesso di inferiorità, è sempre andata a Bruxelles con il cappello in mano, pur essendo un contributore netto attivo dell’Unione (conferisce più soldi di quanti ne prenda). Un atteggiamento francamente inspiegabile, anche alla luce di quanto è accaduto sul fronte bancario dove ancora oggi, cioè dopo la tragicommedia delle due banche popolari venete, i soldi versati dallo Stato nel sistema creditizio sono una trentina di miliardi contro, ad esempio, i 300 spesi dalla Germania e gli oltre 100 spesi dalla Francia e dalla Spagna. Ma tant’è: guai ai vinti, ci siamo atteggiati come tali e gli altri ci hanno marciato.

Ora, la domanda è: Renzi, o chi per lui, potrebbe realmente spuntare di più in Europa senza avere alle spalle un appoggio politico, bipartisan, del Parlamento nazionale? Probabilmente no. Di qui il riferimento del ragazzaccio di Rignano a quando, dopo le elezioni europee stravinte, il suo partito ha goduto del massimo standing reputazionale a Strasburgo e lui è riuscito a fare la voce grossa.

Già: peccato che però, da quel momento in poi, sia stato il suo stesso governo, soprattutto a causa delle mattane del medesimo Renzi, a buttar via il biglietto della lotteria che si ritrovava in tasca, indebolendosi via via sempre di più con riformicchie inefficienti e risultati millantati, con rodomontate impopolari e pasticci burocratico legislativi, con tirate di insopportabile trionfalismo e inefficienza operativa. Tutti errori del suo capo, visto che in quella fase Renzi è stato davvero un uomo solo al comando.

Non a caso,è un po’ grottescamente, proprio nelle ore in cui Renzi parlava alla sua Direzione, il ministro Minniti incassava un sostanziale due di picche tra Bruxelles e Strasburgo sul tema cruciale dei migranti. Il commissario europeo all’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, ha escluso la possibilità di modificare il trattato di Triton, come chiede l’Italia, e solo dopo ha smorzato i toni assicurando che “l’Italia non sia lasciata sola”. Ma è chiaro: anche nei prossimi mesi, le decine di migliaia di migranti in arrivo approderanno solo sul suolo italiano.



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