DENTRO IL DEF/ Investimenti e Ue, ecco le scosse per l’economia studiate dal Governo

- int. Antonio Maria Rinaldi

Le stime di crescita del Governo sono giudicate troppo ottimistiche. Invece “il Def farà ripartire tutta l’Italia”. E con la Ue “serve un dialogo costruttivo”, dice ANTONIO MARIA RINALDI

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Luigi Di Maio e Giuseppe Conte (LaPresse)

Le 138 pagine della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (NaDef) sono state trasmesse alle Camere e a Bruxelles. Una manovra che vale complessivamente una quarantina di miliardi. Confermato il deficit al 2,4% nel 2019, per finanziare l’avvio delle principali misure della coalizione giallo-verde, dal reddito di cittadinanza al superamento della legge Fornero; poi il disavanzo sarà in progressivo calo nei due anni successivi. Deficit strutturale in peggioramento e rientro del rapporto debito/Pil nel triennio meno veloce del previsto. Poche indicazioni numeriche su tagli e investimenti. L’obiettivo del governo è rilanciare e rafforzare la crescita. In attesa della risposta della Ue, per ora i mercati ci credono poco (ieri tonfo a Piazza Affari e spread ancora sopra i 280 punti). Più convinto, invece, sulle possibilità di agganciare con questa manovra una “ripresa vera” è Antonio Maria Rinaldi, professore di Finanza aziendale all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Pescara ed economista vicino a Paolo Savona.

Professore, molti osservatori hanno fatto notare che i tassi di crescita stimati dal Governo sono troppo ottimisti. L’economia italiana sta rallentando, quella mondiale è in frenata, così pure il commercio internazionale. Perché il governo è sicuro di raggiungere un obiettivo di ripresa economica “ambizioso ma realistico”, anzi, Salvini ha detto che “è possibile fare di più”?

Perché ci sarà una forte componente di investimenti che dovrebbe rilanciare l’economia. Noi siamo, è vero, il fanalino di coda della Ue ed è necessario uno shock forte per invertire questo trend che da troppi anni sta tenendo legata l’economia italiana. Ben vengano, allora, delle iniziative come quelle proposte da questo Def. Il governo vuole puntare soprattutto sugli investimenti pubblici e privati e la chiave di volta è la volontà di operare una sburocratizzazione di tutte le procedure previste dal Codice degli appalti. In Italia esistono, anche a livello di amministrazioni locali, progetti pronti, già finanziati, ma non ancora esecutivi per problemi di “bollinature”. Se si riescono a snellire certe procedure, questi investimenti diventano tutti immediatamente cantierabili.

A proposito di investimenti, nel Def si parla soprattutto di piccole opere. Sappiamo tutti, infatti, che sulle grandi infrastrutture Lega e M5s hanno posizioni che non collimano…

Qui si tratta di far ripartire tutta l’Italia. Faccio un esempio: mettere in sicurezza il territorio significa cercare di fare quelle opere finora mai realizzate e di cui tuttavia esistono già progetti e risorse pronte, ma che non possono essere messe in esecuzione perché bloccate da intoppi burocratici. Anche così si dà un traino all’economia, non solo con le grandi infrastrutture. È una strategia che va spalmata a livello nazionale, non solo concentrata in due o tre grandi opere, che vanno sì realizzate, ma che da sole non risolvono il problema della scarsa crescita italiana.

Il pareggio di bilancio viene rinviato a dopo il 2021, quando la ripresa dovrebbe consolidarsi, visto che – dice il governo – stimoli annuali sono insufficienti. Eppure proprio nel 2021 la crescita rallenterà di uno 0,1% rispetto al 2020. Non le sembra strano e contraddittorio rispetto alle intenzioni e ambizioni del governo?

Innanzitutto, sappiamo che queste previsioni sono stime che man mano vengono aggiornate, diverse volte, quindi non prenderei per oro colato lo zerovirgola in più né lo zerovirgola in meno. Mi concentrerei di più sulle effettive capacità di questo Def di cercare di rimuovere alcune distorsioni che i governi passati non sono riusciti a sciogliere. E soprattutto – ecco il punto focale – sul fatto che si vuole superare il modello di governance europea che in questi anni non è riuscito ad andare incontro alle più che legittime esigenze non solo dell’Italia, ma anche degli altri Paesi, in termini di crescita, di occupazione e di lotta alla povertà delle fasce di popolazione più esposte alla crisi. Se questa manovra darà risposte concrete, va già benissimo; poi i numeri si aggiusteranno gradualmente. Vediamo cosa succede.

Un aiuto alla crescita potrebbe anche arrivare dal superamento – che è nei programmi del Def – del Patto di stabilità interno?

Certamente. Già abbiamo visto che lo stesso fiscal compact de facto è stato archiviato, tra l’altro già per volontà del precedente governo.

Perché?

Il fiscal compact non è nient’altro che un accordo intergovernativo, che non è stato inserito nel corpus dei trattati europei, cosa che sarebbe dovuta avvenire in cinque anni, ma questa scadenza non è stata rispettata e quindi non c’è stata la volontà di integrarlo. Evidentemente tutti hanno capito che è un freno a qualsiasi motore di crescita. E sono convinto che dal maggio 2019 ci sarà un cambiamento radicale del modello di governance dell’Europa: si procederà a una revisione profonda di regole, regolette e numeretti che in questo momento ci fanno penare. Vedremo un’Europa più sostenibile e più vicina ai cittadini e all’economia reale. L’Europa di oggi non lo è.

La manovra, complessivamente, vale più di 40 miliardi e nel Def si parla di tagli ai ministeri pari allo 0,2%. Si torna alla logica dei tagli lineari?

Non credo. Fare i tagli lineari significa diminuire risorse per la sanità e coperture sociali.

La sanità, così ha detto il ministro Grillo, dovrebbe avere in dote 2 miliardi in più rispetto all’anno scorso…

Appunto. Quindi non saranno tagli lineari, ma mirati là dove verranno individuate forme di risparmio o lotta agli sprechi. Ma tornando ai numeri e alle coperture, il 2,4% di deficit 2019 vale da solo più di 40 miliardi. E, attenzione, nel Def non è contenuta la previsione del gettito derivante dalla pace fiscale. Lì ci sono grosse aspettative.

Si parla di riordino delle concessioni, di privatizzazioni e di dismissioni immobiliari, che offrono “importanti potenzialità” in vista della riduzione del debito pubblico. Che ne pensa, daranno qualche risultato?

Quando si parla di dismissioni immobiliari da parte dello Stato bisogna stare molto attenti, è un campo di sabbie mobili. Finchè si tratta di dismettere le caserme, va bene, anche se gli introiti sono assai limitati. Ma se si tratta di cedere immobili di un certo pregio, appetibili, il più delle volte risultano occupati da amministrazioni pubbliche. Quindi il problema è il loro trasferimento, che magari richiede il pagamento di un affitto per un altro immobile. Alla fine il vantaggio potrebbe essere in gran parte vanificato. Ecco perché in passato difficilmente queste operazioni sono andate in porto. Sulle dismissioni di immobili pubblici bisogna verificare molto bene, caso per caso, i costi/benefici, altrimenti si rischia addirittura di avere un ulteriore flusso in uscita.

Il deficit strutturale, cioè l’indicatore che la Ue utilizza per valutare il miglioramento dei conti pubblici, peggiora dello 0,8%. Significa che il confronto con Bruxelles partirà in salita e sarà molto aspro?

Penso che con la Ue bisogna aprire un dialogo costruttivo. Del resto, il riposizionamento verso il basso del livello del deficit nel 2020 e nel 2021 è teso proprio a cercare di stemperare i toni, è un venire incontro alle regole europee. Credo però che anche Bruxelles debba fare lo stesso, andando incontro alle esigenze dell’Italia. Al di là dei proclami più o meno coloriti che stanno caratterizzando questi giorni, serve un dialogo costruttivo, dove ci stanno pure la critiche, ma non si può arrivare a mortificare troppo un Paese come l’Italia.

(Marco Biscella)

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