SPY FINANZA/ Impennata dello spread, tutta colpa della Cina…

- Mauro Bottarelli

L’impennata di ieri dello spread non ha quasi nulla a che fare con la bocciatura da parte dell’Ue del Def, spiega MAURO BOTTARELLI. Ma non c’è molto da rallegrarsi

crollo borsa di milano coronavirus spread
(LaPresse)

Contenti dello spread alle stelle e delle banche a picco? D’altronde, il circolo vizioso ormai è viziosissimo, visto che soltanto i nostri istituti ormai comprano Btp, a meno di qualche salvifico fondo pensione statunitense come atto di buona volontà transatlantica, visto che il nostro Governo si è consegnato mani e piedi alla Casa Bianca, cessazione degli affari con l’Iran in testa, come certificato da Alberto Negri dell’Ispi (uno che a differenza di molti millantatori, certe dinamiche le conosce veramente). Ma cosa vi interessa, con questa finanziaria è stata abolita per legge la povertà! E poi sarà il cavallo di Troia con cui scardinare l’Europa delle banche (le stesse che, grazie ai loro acquisti di Btp, stanno evitando che lo spread sia già a 500). Avete voluto questa gente al governo? Tenetevela. E godetevela fino in fondo. Io dal basso del mio stipendio da reddito di cittadinanza, del mio conto corrente in rosso perenne e dell’assenza di qualsiavoglia proprietà o bene, me ne frego allegramente, tanto per citare il vostro amato ministro dell’Interno e il suo lessico istituzionale da Ventennio 2.0. 

Ora, tanto per farvi capire in quale contesto da piscina dei piranha si stanno muovendo i fenomeni al governo, mettiamo un po’ in prospettiva le cose. L’America dei record – Borsa alle stelle, disoccupazione ai minimi dagli anni Sessanta, Pil quasi cinese – su cosa sta basando la sua performance, oltre ai buybacks e al denaro a pioggia di anni di Qe della Fed? Una domanda che, in tempo di deficit come minimo comun denominatore di ogni discussione politica, è meno scontata di quanto sembri. Forse non lo sapete, ma il 30 settembre gli Stati Uniti hanno ufficialmente chiuso l’anno fiscale 2018 ed è stato tempo di bilanci, anche per il debito. Il quale ha voluto festeggiare il suo Capodanno con il botto, visto che il 28 settembre – ultimo giorno lavorativo – è cresciuto di qualcosa come 84 miliardi di dollari, portando il totale per l’intero anno fiscale a 1,271 trilioni di dollari e il dato generale lordo 21,52 triliardi. 

E attenzione, l’escalation è di quelle da record, visto che solo il 16 di marzo era stato superato il benchmark dei 21 triliardi e che a settembre 2017 si attestava “solo” a 20,1 triliardi di dollari. Insomma, Di Maio e Salvini sono due dilettanti. E quanto lo siano ce lo dicono questi due grafici, il primo dei quali mette appunto in relazione il deficit della discordia presentato nel Def con l’andamento storico di quello Usa: come dicevamo, roba da lattanti. Il secondo, invece, ci mostra un altro record legato al debito Usa, ovvero il raggiungimento dei 523 miliardi di dollari di interessi annuali per il 2018. Insomma, Donald Trump sta indebitando il Paese a un ritmo che nemmeno le più pessimistiche previsioni potevano immaginare. 

 

E attenzione, perché un altro problema è dato dai tassi di interessi tenuti artificialmente bassi finora dalle politiche espansive, le quali hanno ad esempio mantenuto il costo del finanziamento medio per i titoli di Stato Usa a 10 anni attorno al 2,3% per tutto il 2017. Già oggi, con la Fed in operatività da “falco” e l’esplosione dei rendimenti obbligazionari globali della scorsa settimana (un qualcosa che, pur passato sotto silenzio, ha bruciato qualcosa come 876 miliardi di dollari di valore di mercato), quel costo è salito al 3,23% sulla scadenza benchmark, un +39%. Quindi, se continueranno rapidi movimenti al rialzo sulla curva dei rendimenti, a ogni emissione si registrerà un aumento delle spese per interessi. E anche se, paradossalmente, il Tesoro Usa non necessitasse di aste incrementali, solo nel secondo trimestre di quest’anno le necessità di finanziamento statunitensi sono di 770 miliardi di dollari, un +60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. 

E, forse per solidarietà con il presidente o per patriottismo atavico, gli americani stanno seguendo l’esempio federale, visto che nel mese di agosto sono tornati a fare ciò che riesce meglio loro: spendere soldi di cui non dispongono. Il credito revolving – ovvero l’uso delle carte di credito – ha infatti conosciuto un balzo di 4,8 miliardi di dollari, l’incremento mensile maggiore da maggio e il secondo più alto del 2018, portando il totale al record assoluto di 1,042 triliardi di debito su carte. Ma anche il credito non-revolving, ovvero prestiti scolastici e per acquistare automobili, ha visto un incremento di 15,2 miliardi, portando il fardello totale a 2,894 triliardi di dollari. Insomma, un’enorme bolla di debito. Statale e privata. E questo grafico ci dice che gli americani impegnano il loro denaro, anche quello che occorre chiedere alle finanziarie, anche per altro, visto che il livello attuale di possesso di titoli azionari (34,3% sul totale di assets finanziari) come investimento retail è il secondo da quando vengono registrate le serie statistiche, scalzato soltanto dall’ubriacatura collettiva del 1999-2000 con la bolla dot.com. 

 

E attenzione, perché stando alle ultime metriche, il paragone con la crisi di diciotto anni fa, calza proprio a pennello. Oggi, infatti, il titolo azionario medio a Wall Street viene trattato a una valutazione che è del 73% superiore al suo prezzo storico! Una distorsione del genere è avvenuta solo altre due volte prima di oggi: subito prima della Grande Depressione e proprio nel 1999, nella fase di gonfiamento finale della bolla tech. Ma non basta, visto che – anche su queste pagine – l’America di Donald Trump viene presa non solo a modello da seguire, ma anche come caposaldo della lotta politica contro le burocrazie e le élites: dai minimi del marzo 2009, l’indice Standard&Poor’s è andato in rally del 334%, la cosa rialzista maggiore e più lunga dalla Seconda guerra mondiale. C’è da festeggiare? A mio avviso, no. E nemmeno ad avviso di un eminente sconosciuto come Robert Shiller, premio Nobel per l’economia e professore alla Yale University (istituzione educativa minore rispetto a certi atenei e campus italiani che esprimono il fior fiore del pensiero economico del governo penta-leghista, lo ammetto), il quale intervistato dalla CNBC ha detto chiaramente che la situazione attuale del mercato azionario Usa è assolutamente simile alla stagione di eccessi degli anni Venti che portò al crash di mercato dell’ottobre 1929, come ci mostra questo tranquillizzante grafico.

 

Tanto per fare un ripassino, dall’inizio del 1928 al Black Thursday del 24 ottobre 1929, lo Standard&Poor’s 500 crebbe di quasi il 50%, salvo perdere il 23% nei cinque giorni successivi all’inizio della correzione autunnale. E anche all’epoca, aveva raggiunto i massimi record un mese prima del crollo. Ma tranquilli, tutto andrà a posto. E come? C’è un unico modo, quello che vi dico da mesi ormai: o la Fed si ferma o i cinesi cominciano di nuovo a pompare liquidità come non ci fosse un domani, altrimenti il sistema grippa. E il bagno di sangue obbligazionario della scorsa settimana è stato solo un trailer indolore del film cui ci toccherà assistere, se le dinamiche in atto non cambieranno. 

E attenzione, perché l’impennata di ieri dello spread non ha quasi nulla a che fare con la bocciatura da parte dell’Ue del Def. Purtroppo. E dico purtroppo perché la dinamica che lo sottende è molto peggiore. Come vi dicevo, proprio ieri sono tornati operativi i mercati cinesi dopo la settimana di chiusura per la festività della Repubblica e, proprio in ossequio alla riapertura, domenica la Pboc ha comunicato l’ennesimo taglio dei requisiti di riserva per le banche, tale da liberare nel sistema liquidità per 1,2 triliardi di yuan. Un po’ come gli istituti di credito che, dopo un ponte lungo e di prelievi generalizzati, ricaricano i bancomat prima di riaprire. Bene, il mercato non ha letto così quella mossa, bensì come un segnale di preoccupazione per il continuo aumento – ormai record – del numero di default obbligazionari legati al ramo immobiliare, nascosti in quel casinò legalizzato che si chiama sistema bancario ombra. 

Pechino ha dato vita a una politica di contrazione monetaria proprio per sgonfiarlo in maniera controllata, ma l’operazione pare non riuscire. Anzi, sta inviando scossoni in senso contrario ai mercati mondiali, già in fibrillazione per la politica criminale della Fed che sta facendo esplodere i rendimenti obbligazionari globali e schiantando le valute dei mercati emergenti. Insomma, un cocktail potenziale devastante. Ora, pregate che io abbia ragione e che tutto questo sia propedeutico unicamente al raggiungimento di un caos tale a livello globale da giustificare un nuovo round di politiche espansive. Altrimenti sono davvero guai seri. Altro che spread. Altro che Def.

Ecco il modello che vi spacciano come vincente e liberatorio, rispetto al rigore europeo fatto di buon senso, conti in ordine e vincoli di bilancio. Magari eccessivi e un po’ miopi, vedi la Grecia, ma qual è l’alternativa, il default globale? Pensateci, soprattutto quando vi dicono che siamo nel pieno di un complotto di mercati e autorità europee per far cadere il Governo. Si tratta d scegliere se indebitarsi a morte o tirare la cinghia, dicendo qualche “no” ai figli per senso di responsabilità: voi cosa fareste, se parlassimo della vostra famiglia o della vostra azienda? Ne dareste in mano le sorti a Di Maio e Salvini? O a Borghi, magari? E ve lo dice uno che, lo ripeto, da un’eventuale nuova crisi finanziaria non ha proprio nulla da perdere, né da guadagnare a livello economico, politico o di carriera. Altri, chissà. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori