FINANZA E POLITICA/ Le tre crepe pronta a far crollare l’Ue

Il Governo ha ceduto a un’Europa sempre più fragile. E si intravvedono i prodromi di una crisi piuttosto seria dell’economia reale

26.12.2018 - Giovanni Passali
Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, e Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea (LaPresse)

Più ci penso e più non riesco a capacitarmi della debolezza con cui il nostro Governo ha trattato con l’Ue per la Legge di bilancio, sulla quale dopo mesi di discussione e di modifiche (e incertezze sociali) alla fine si sta riducendo ad approvarla all’ultimo giorno a colpi di fiducia. Non riesco a capacitarmi di questa debolezza perché l’unico pericolo serio che può venire all’Italia non viene dallo spread, totalmente gestibile con l’aiuto della Bce e perfino senza. Il pericolo più grande potrebbe venire dalle agenzie di rating, le quali potrebbero mettersi d’accordo e declassare il debito italiano, il quale andrebbe deprezzato per questo motivo nei bilanci e quindi mettere in difficoltà le banche italiane.

Ma alla fine un Governo con gli attributi potrebbe affrontare anche questo problema, soprattutto perché il benessere dei cittadini e la relativa sovranità italiana non può dipendere da quattro agenzie di rating. E questo pericolo, seppur grave, non sarebbe nemmeno di facile attuazione, perché pure le agenzie di rating sono strettamente legate (o incestuosamente legate) con importanti fondi finanziari, i quali potrebbero non gradire un declassamento del debito italiano che magari posseggono in quantità non indifferenti.

Ma soprattutto non riesco a capacitarmi di questa debolezza nella trattativa perché l’altra parte, quella europea, si trova in una situazione di debolezza acuta e a trattare con simili personaggi si rischia di cadere insieme a loro, senza averne alcuna colpa. Si diventa in qualche modo “colpevoli” di aver dato retta a simili personaggi, di aver dato loro credito, di aver dato credito a posizioni politiche debolissime e a posizioni economiche sbagliate, che la storia giudicherà con durezza.

Sono ben tre i punti di fragilità dei potentati europei. Il primo è la fragilità interna, cioè la debolezza politica dei vari personaggi, che in patria continuano a incassare sonore sconfitte elettorali o a dover arretrare continuamente rispetto ai proclami elettorali. La seconda fragilità è la vicenda della Brexit, sulla quale hanno sbagliato e continuano a sbagliare i conti. D’accordo, la finanza viaggia a una velocità maggiore dell’economia reale, ma questa prima o poi si adegua e si mette in moto per cercare la soluzione migliore. E si muove magari negando quegli spazi alla finanza sui quali questa contava di speculare. E se finisce la speculazione, finiscono i giochi e si bloccano i profitti, con gravi conseguenze.

Stanno iniziando ad accorgersene in Germania, dove alcuni economisti stanno lanciando l’allarme: in caso di Brexit dura, senza accordi specifici, in Germania si perderanno circa 750 mila posti di lavoro, per mancate esportazioni, che verranno sostituite in Gran Bretagna da produzione locale. La grande forza esportatrice della Germania subirebbe così un colpo durissimo. Infatti, nei confronti di Londra, Berlino ha un surplus commerciale (spropositato) di 54 miliardi, un quinto di tutto l’export tedesco. E con 750 mila veicoli l’anno, si tratta del mercato di auto tedesche più grande. Una riduzione di questo mercato sarebbe un colpo durissimo non solo per le case costruttrici, ma anche per tutto il settore dei subfornitori. Al contrario le aziende inglesi in difficoltà potrebbero essere sostenute dal Governo: questo è il vantaggio di una esecutio non succube e della sovranità monetaria: ma sembra che i tedeschi, ottusamente chiusi nella loro ideologia dell’austerità, non ne abbiano tenuto conto. Loro rimarranno bloccati dalle ottuse regole europee, mentre gli inglesi saranno liberi di agire.

Il terzo punto di fragilità è quello che io precisamente vado sostenendo da circa dieci anni (e da otto anni con i miei pezzi sul Sussidiario): siamo in guerra. Questa negazione della realtà porta a non considerare gli effetti devastanti delle ultime decisioni della Fed e della Bce: la prima continuando a rialzare i tassi di interesse (come ha fatto settimana scorsa, portando il tasso di interesse al 2,5%) come se ormai la ripresa fosse solida e se l’inflazione fosse un pericolo; la seconda promettendo di smettere col denaro facile dal primo di gennaio. In questo modo stanno preparando l’avvento della nuova inevitabile fase della crisi finanziaria, che ormai prenderà l’avvio nel 2019. E l’economia reale sta già presagendo l’inizio di questa crisi, con gli indicatori economici tutti in ribasso e con il Pil in arretramento. Come conseguenza gli indici di borsa di tutte le maggiori borse mondiali sono in pesante arretramento, con il Dax che ha perso circa il 30% dai massimi segnati quest’anno.

E la mancata consapevolezza che siamo in guerra porta a non comprendere il fatto che le mosse delle banche centrali sono l’inizio della guerra dei poteri monetari contro l’economia reale. Una guerra che sta facendo vittime anche illustri. La maggiore banca tedesca, Deutsche Bank, è al collasso e potrà essere salvata solo con un pesante intervento pubblico. E Bankitalia ha operato in extremis per il salvataggio della fallita Carige.

La crisi non è passata, la medicina usata è esattamente il veleno che ha causato la crisi e che per un po’ di tempo ha nascosto il problema senza risolverlo: il problema della produzione di moneta debito per coprire il problema oggi (il problema dell’eccessivo debito privato) e spostarlo nel futuro. Si parla tanto del debito italiano, ma il mondo intero ha un debito pari a oltre il 200% del Pil mondiale. A questo non c’è soluzione, se non la catastrofe finanziaria. Esattamente quello che si sta affacciando all’orizzonte, complici le banche centrali.

Tutto questo accade mentre il nostro Governo si trastulla sui decimali di deficit e si mostra balbettante con l’Ue.

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