SPOTIFY/ Il successo a Wall Street e la nuova rotta per l’economia digitale

- Sergio Luciano

Il successo di Borsa raccolto ieri al suo debutto a Wall Street da Spotify è qualcosa di più di una buona notizia di mercato. SERGIO LUCIANO spiega perché

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Spotify Free (foto LaPresse)

Il successo di Borsa raccolto ieri a Wall Street da Spotify è qualcosa di più di una buona notizia di mercato. È un segno dei tempi, una boa che potrebbe indicare una nuova rotta per l’economia digitale, migliore di quella fin qui seguita, anche perché peggiore è difficile. Cos’è, infatti – stringi stringi – Spotify? Per la cronaca, è la terza più grande quotazione hi tech mai registratasi in Usa, con un prezzo di 165,90 dollari per azione e una capitalizzazione di mercato di 29,5 miliardi di dollari, dopo Alibaba, che finì il suo primo giorno di scambi con un valore di 233,89 miliardi di dollari, e di Facebook (81,74 miliardi). 

Per la sostanza, Spotify è stata la prima app a riaffermare che un contenuto d’autore, qual è tipicamente la musica, ha un suo valore monetario indiscutibile che va pagato: o direttamente in denaro o, almeno, ascoltando gli spot se la si vuol ascoltare in streaming (e quindi senza scaricarla) e senza pagare. Il che, di questi tempi, di millantato credito pubblicitario, significa se non altro che il tracciamento di quel contatto non è presuntivo e non è collegato a tag e a big-data di incertissima sostanza, ma è certificato dal fatto che se gli interessati vogliono ascoltare il brano prescelto in streaming senza pagarlo, devono sciropparsi lo spot, senza “skipparlo” e senza ad-block. Vivaddio.

Ci sono 157 milioni di utenti in oltre 60 Paesi ad apprezzare questa formula mista di business lanciata da Spotify. E sono 71 milioni gli abbonati che pagano in cash per accedere a tutte le funzioni del portale. Non è affatto poco. In principio – non va dimenticato – fu il controverso ed eccentrico Steve Jobs a ritrovare un bandolo di business nella devastata prateria del peer-to-peer musicale, inaugurata alla fine degli anni Novanta da Napster e poi propagatasi come un liquido lubrificante per tutta la rete, con i pc degli under-venti pieni zeppi di file musicali che tutti si scambiavano gratis e non acquistavano più.

Ebbene Steve Jobs capì che, di fronte al valore affettivo e quasi iconico che un brano musicale del proprio autore del cuore può avere agli occhi di un fan, un piccolo prezzo in moneta sarebbe stato accettabile a fronte della possibilità di ottenere un file pulito e godibile in stereo. Fu così che nacque iTunes e nacquero gli iPod, gli assassini dei mangianastri, che hanno imperversato per un buon quindicennio, finché non sono stato soppiantati dagli smartphone, che sono in fondo dei computerini all-inclusive.

Il lancio di iTunes fu premiato dal mercato, e fu decisivo nell’avviare al successo i nuovi aggeggi che Steve Jobs creò per dedicarli ad esaltare la funzionalità del portale: dopo gli iPod, i tablet, i Mac e poi tutta la tribù degli iPhone. Oggi, Spotify non a caso si trova Apple Music come diretto concorrente, ma ha, rispetto a esso, circa il doppio degli utenti. Un successo straordinario.

Quali altri contenuti, oltre alla musica, potranno seguire la strada di Spotify e raccogliere le sottoscrizioni degli utenti, o almeno il loro convinto aderire all’offerta di pubblicità? Molti si chiedono, non solo negli Stati Uniti, se la risposta non sia: le news. L’adulterazione delle news ha raggiunto livelli di guardia. Tra sponsorizzazioni mascherate e fake news belle e buone, le news gratuite sono diventate sinonimo di inaffidabilità. Sarà mai possibile sviluppare una piattaforma pay per le news di tante fonti diverse che restituisca un filone di business indipendente e florico anche alle notizie giornalistiche?

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