I NUMERI/ Lo 0,1% di Pil che smaschera le bugie su deficit e riforme

L’Istat ha rivisto al rialzo il Pil del 2017, cosa che ha comportato una riduzione del debito/Pil nonostante l’aumento del deficit. Il commento di PAOLO ANNONI

22.09.2018 - Paolo Annoni
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Nella revisione dei conti nazionali per il triennio 2015-2017 pubblicata ieri dall’Istat, il Pil italiano del 2017 è stato rivisto al rialzo dello 0,1% e come conseguenza il debito su Pil è sceso dal 131,8% al 131,2%. Il deficit su Pil è peggiorato ed è stato rivisto al 2,4% dall’iniziale 2,3%. Ricapitolando: è bastata una revisione al rialzo del Pil dello 0,1% per far scendere il debito su Pil dello 0,6% nonostante un aumento del deficit su Pil. È più facile far scendere il debito su Pil agendo sul denominatore che sul numeratore. È questa la ragione ultima dell’andamento disastroso del debito sul Pil del 2012, quando l’austerity ha rovinato così tanto il Pil da determinare un peggioramento netto del rapporto. Oggi sull’austerity e i suoi effetti c’è un consenso popolarissimo sostanzialmente ovunque tranne che in Italia; tutti sanno che è stata una ricetta disastrosa che ha lasciato i Paesi molto peggio di come li ha trovati. Moltissimi ormai dicono pubblicamente che sia stata una opzione politica.

L’Italia è l’unica economia sviluppata in cui il reddito pro-capite è ancora sotto i livelli del 2007. Siccome negli ultimi dieci anni, in termini di riforme strutturali, l’Italia sta sicuramente meglio di dieci anni fa, non si capisce cosa sia intervenuto nel frattempo per determinare questo disallineamento senza precedenti. Non vogliamo sostenere che l’Italia abbia fatto tutti i compiti a casa, anzi, ma semplicemente che in termini di contratti di lavoro privati, in termini di surplus primario, in termini di pensioni, in termini di Iva e tasse l’Italia ha sicuramente fatto di più di molti altri Paesi ed è sicuramente “messa” meglio che nel 2007. Quindi in teoria, negli ultimi dieci anni, l’Italia si sarebbe dovuta comportare, più o meno, come gli altri visto che non sono caduti meteoriti. A parità di non riforme, l’Italia avrebbe dovuto performare più o meno come gli altri e non si spiega questo disallineamento.

La domanda in altre parole è: perché la performance economica italiana si è così disallineata da Paesi vicini e simili negli ultimi dieci anni? La risposta si trova nella crisi finanziaria del 2011, lasciata correre dalla Bce, e nell’austerity del 2012. Oggi è davvero unanime il consenso sulla follia economica dell’austerity dato che persino il Fondo monetario internazionale ha dovuto ammettere “l’errore” sui coefficienti usati in Grecia.

Qualcuno ci dirà che il debito è molto alto, quindi l’Italia è attenzionata e soggetta alla volatilità dei mercati. Ognuno faccia autonomamente un’indagine sull’evoluzione dei debiti pubblici e del deficit nelle principali economie globali negli ultimi dieci anni. Si scoprirà che l’esplosione del debito, prima del 2012, a livelli molto superiori di quello italiano, è il vero comune denominatore delle economie globali. La differenza è che all’Italia nel 2011 e 2012 è stata tolta la coperta della Bce ed è stata somministrata, in malafede, la folle medicina dell’austerity in una partita che non aveva niente di economico e che invece era tutta politica in una vera e propria guerra civile europea. Pensiamo a come si è mossa la proprietà di alcune importanti aziende italiane o a come si sono evoluti i rapporti geopolitici nel Mediterraneo o verso che lidi si sono mossi i risparmi degli italiani e avremo i colpevoli. È tutto talmente sotto la luce del sole che bisogna solo avere la pazienza di guardare.

Se oggi si parlasse di portare il deficit a livelli americani comprenderemmo la preoccupazione; se la discussione fosse su come l’Italia decide di usare il deficit concederemmo la buona fede a chi si preoccupa. È chiaro perfino a noi che spendere soldi per fare una metropolitana piuttosto che per un’infornata di dipendenti pubblici inutili non è la stessa cosa. Se questo fosse il livello della discussione saremmo messi molto meglio. Invece, ancora una volta, è passata l’idea che “per stare meglio” dobbiamo “fare l’austerity”; ma in questo modo l’Italia non si tirerà mai fuori, neanche tra un secolo, dalle secche in cui è finita e il “debito su Pil” potrà non solo peggiorare, ma, indebolendosi l’economia “sottostante”, cresceranno le inevitabili preoccupazioni sulla solvibilità di quel debito.

Critichiamo pure le proposte che vengono formulate senza pietà, ma usciamo da questo delirio collettivo secondo cui politiche restrittive o assenza di investimenti o fasce crescenti della popolazione sotto la soglia di povertà possano in qualche modo essere la risposta ai problemi economico-finanziari e di competitività italiani. Se lo fossero l’Italia negli ultimi dieci anni avrebbe seguito lo stesso trend dei dieci anni precedenti e avrebbe fatto persino meglio. Invece l’andamento si è disallineato in peggio. L’Italia scassata precedente al 2007 con tutti i suoi enormi, e colpevolmente irrisolti, problemi di burocrazia faceva meglio di quella del 2007-2018; in più abbiano fatto molte più riforme, per esempio, di Paesi come la Francia.

Se, anche con il più scassato e inaffidabile dei governi, la differenza tra 1,6% di deficit e 1,8% o 2%, dà origine a un’economia in sofferenza o meno, allora la risposta è abbastanza semplice e basta quanto scritto ieri dall’Istat. Peggio di spendere i soldi non nel migliore dei modi c’è solo l’austerity e la distruzione del “denominatore”. Sul meglio ci rendiamo conto di avere ampi margini. Se invece siamo condannati all’austerity perché se no la Bce si addormenta e lo spread va a 500, allora parliamo d’altro. Per esempio, in quale Paese ci convenga emigrare. Un problema non da poco visto che non è rimasto praticamente nessuno che ti apra le porte se non si parte con un lavoro già in tasca.

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