CONTRO-MANOVRA/ Dal Pd sette “impegni” che non bastano all’Italia

- Ugo Arrigo

Il Partito democratico, dopo aver espresso un giudizio negativo sulla manovra del governo, ha presentato delle proposte alternative. UGO ARRIGO le analizza e le commenta per i nostri lettori

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Foto Ansa

Una manovra depressiva, poco credibile e ingiusta. Questa è la valutazione di sintesi che il Pd e il suo segretario Bersani hanno dato della manovra ter di Tremonti. La critica del primo partito di opposizione si rivolge in particolare a “l’anticipo della delega sull’assistenza, che facilmente si tradurrà in un drastico taglio degli sgravi fiscali, scaricando sulle famiglie una parte rilevante dell’intera operazione di riduzione del disavanzo pubblico, colpendo in modo particolare i nuclei meno abbienti”.

Viene messo in evidenza, in particolare, che la delega non precisa quali tipologie di interventi dovranno essere realizzati, fattore che genera incertezza sullo strumento e ne riduce la credibilità. Tremonti appare interessato solo a risparmiare soldi pubblici sull’assistenza, aggiungiamo noi, e il modo col quale potranno essere risparmiati sembra risultare del tutto indifferente. In maniera analoga, l’intervento della manovra sugli enti locali è molto duro dal punto di vista dei tagli ai trasferimenti e dei conseguenti tagli ai servizi che essi dovranno praticare se non riusciranno a compensare i minori trasferimenti con incrementi di addizionali, imposte locali e tariffe; è invece assolutamente insufficiente sul piano del riordino istituzionale degli enti territoriali, come testimoniano gli incerti provvedimenti sui piccoli comuni e le province.

Per il Pd, “in sostanza, la manovra del governo scarica il costo del rientro dal deficit pubblico sui ceti popolari e sugli onesti che pagano le tasse. È inoltre un intervento destinato a deprimere l’economia invece di rilanciarla e non prevede nulla di significativo per la crescita”. È un giudizio condivisibile, in linea con la nostra analisi della manovra di Tremonti. L’unica differenza di rilievo tra l’analisi del PD e la nostra sembra essere solo la maggiore pacatezza (della loro analisi, non della nostra).

In maniera corretta, come è opportuno e abituale nelle consolidate democrazie occidentali, il Pd formula anche proposte alternative al pacchetto Tremonti nella convinzione che “debbano essere adottare soluzioni più efficienti e più eque, che facciano pagare non chi paga già, ma chi non paga mai, che portino allo stesso risultato sul piano dei saldi di bilancio” e “che siano anche in grado di fornire un sostegno selettivo alla crescita”. Esaminiamole in dettaglio, mantenendo lo stesso ordine del documento propositivo del Pd.

1 – La prima proposta del Pd riguarda l’istituzione di un prelievo straordinario una tantum sull’ammontare dei capitali che, esportati illegalmente in passato, hanno beneficiato nel 2009 dello scudo di Tremonti e sono stati regolarizzati pagando solamente il 5% del loro ammontare, aliquota che non trova equivalenti in provvedimenti analoghi di altri paesi occidentali e che testimonia essersi trattato di un regalo del fisco verso gli evasori. Il Pd propone di assoggettare questi capitali a un prelievo aggiuntivo del 15%, in modo da portare la tassazione complessiva nei loro confronti al 20%.

Si tratta di una proposta ampiamente condivisibile, anche se ha il difetto di cambiare a posteriori le regole del gioco per chi ha scelto di aderire allo scudo. Bisogna però ricordare che questi capitali sono stati esportati in maniera illegale, quando era invece possibile farlo in maniera legale, evidentemente per sfuggire all’imposizione fiscale che era stimabile almeno attorno al 40%. Tassarli al 20% resta comunque un regalo di circa la metà nei loro confronti rispetto all’applicazione di quelle che sarebbero state le aliquote ordinarie. Si faccia allora e si usi il gettito per evitare i tagli a chi ha davvero bisogno dell’assistenza pubblica. Sul tema mi sentirei solo di consigliare un prelievo rateale, anche al fine di evitare l’effetto una tantum sul gettito: ad esempio, il 3% dei capitali scudati per cinque anni o il 4% per quattro anni.

2 – La seconda proposta del Pd è un pacchetto di misure contro l’evasione fiscale: a) tracciabilità dei pagamenti superiori a 1.000 euro ai fini del riciclaggio e soglie più basse, a partire dai 300 euro, per l’obbligo del pagamento elettronico per prestazioni e servizi; b) obbligo di tenere l’elenco clienti-fornitori, il vero strumento di trasparenza efficiente; c) descrizione del patrimonio nella dichiarazione del reddito annuo con previsione di severe sanzioni in caso di inadempimento. Su questo punto sono d’accordo sugli obiettivi e solo in parte sugli strumenti (non condivido, ad esempio, la descrizione del patrimonio nella dichiarazione fiscale, già troppo complessa così): il problema principale della finanza pubblica italiana è l’evasione fiscale, la quale ha sin qui richiesto come quadratura del cerchio, per evitare che tutto crolli come in Grecia, di far ricadere tutti i costi della macchina pubblica sui contribuenti tartassati. Bisogna quindi alleggerire con urgenza i tartassati, se vogliamo far riprendere la crescita, e iniziare a far pagare le tasse agli evasori.

Per farlo bisogna tuttavia rovesciare la strategia sin qui perseguita: non c’è bisogno di combattere l’evasione, di inseguire gli evasori dopo che le porte delle stalle sono state lasciate volutamente aperte, basta che si facciano pagare le tasse come negli altri paesi occidentali, nei quali l’evasione è tendenzialmente inesistente o fenomeno marginale. Bisogna in sostanza chiudere le porte utilizzate dagli evasori: una modalità è senz’altro la tracciabilità dei pagamenti, necessaria ma temo non sufficiente; una complementare consiste nell’obbligo di utilizzo da parte di professionisti, lavoratori autonomi e imprese di conti correnti dedicati che siano osservabili dall’amministrazione fiscale, come avviene in realtà quali quella statunitense e francese. I conti personali sarebbero invece protetti dall’occhio del fisco, ma tale protezione cadrebbe nel caso di movimenti finanziari non giustificati dai propri redditi dichiarati.

 

3 – La terza proposta del Pd prevede l’introduzione di un’imposta ordinaria sui valori immobiliari di mercato, fortemente progressiva, con larghe esenzioni e che inglobi l’attuale imposta comunale unica sugli immobili. Qui ritengo debba essere precisata meglio: a mio avviso, le tasse debbono avere per oggetto i redditi percepiti, non valori presunti o valori che non hanno ancora dato luogo a entrate monetarie. Ben venga quindi una tassazione più adeguata dei redditi generati dagli affitti e dei redditi da plusvalenze immobiliari (che si manifestano quando un immobile comperato, ad esempio, ad X euro viene rivenduto dopo qualche anno a un multiplo di X).

Questo incremento di valore, al netto dell’inflazione, deve essere oggetto di tassazione come già avveniva ai tempi dell’Invim. Ora, invece, è esente e questo regime crea una pesante distorsione ai danni delle attività mobiliari, il cui incremento di valore (ammesso che si verifichi in questi tempi di borse declinanti) non solo è tassato, ma lo è al lordo della componente inflattiva e indipendentemente dall’effettivo realizzo. In sostanza, nel caso della attività mobiliari sono tassati anche guadagni ipotetici, mentre nel caso delle attività immobiliari le plusvalenze sono esenti. Si tratta di un doppio regime iniquo e inefficiente.

4 – Un piano quinquennale di dismissioni di immobili pubblici in partenariato con gli enti locali (obiettivo minimo 25 miliardi di euro). Questa è un’ottima proposta, ma il Pd dovrebbe ritrovare il coraggio delle privatizzazioni anche delle imprese pubbliche, a partire dalle residue grandi imprese nazionali. Le migliori esperienze europee dimostrano che anche le poste e i treni sono privatizzabili, con positive conseguenze per i rispettivi mercati e per la crescita economica prima ancora che per le casse pubbliche. Negli anni ’90, anche i governi di centrosinistra privatizzarono massicciamente, prassi rapidamente abbandonata dal socialista convertito, ma statalista non convertito, Tremonti.

 

5 – Liberalizzazioni. Il Pd propone di realizzare immediatamente almeno una parte delle proposte di liberalizzazione già presentate in Parlamento: ordini professionali, farmaci, filiera petrolifera, Rc auto, portabilità dei conti correnti, dei mutui e dei servizi bancari, separazione Snam rete gas, servizi pubblici locali. Anche in questo caso vi è una totale condivisibilità e stupisce un po’ vedere la posizione del Pd sostanzialmente in linea con quella dell’Antitrust ed entrambe agli antipodi di quella sostenuta di fatto dal ministro dell’Economia di un governo di centrodestra. Il Pd è contro la privatizzazione forzata (delle imprese pubbliche locali, presumo), ma non contro le gare e la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Perfetto, bisogna tuttavia evitare che le gare siano gestite dagli enti pubblici che possiedono anche imprese che partecipano alle gara. Lo svolgimento e l’assegnazione delle gare va invece sottoposto in questi casi alle autorità di regolazione di settore.

 

6. Politiche industriali per la crescita. Ne ricordo solo una tra quelle citate dal Pd perché è sopra tutte le altre: alleggerire (in maniera consistente) gli oneri sociali. Con gli attuali carichi fiscali sul fattore lavoro è infatti più facile far volare un sommergibile che far crescere l’occupazione regolare e con essa l’economia.

 

7 – Pubblica amministrazione, istituzioni e costi della politica. Per il Pd la riduzione della spesa pubblica in Italia deve riguardare non tanto la spesa sociale, quanto l’area della Pubblica amministrazione (sostanzialmente intoccata da Tremonti, a parte i discutibili tagli orizzontali), le istituzioni politiche e i settori collegati. Il Pd propone il dimezzamento del numero dei parlamentari (lo ha fatto già attraverso proposte di legge specifiche). Propone analogamente anche per Regioni, Province e Comuni lo snellimento degli organi (anch’essi potrebbero essere dimezzati, mi sento di suggerire), l’accorpamento dei piccoli Comuni, il dimezzamento o più delle Province secondo l’emendamento presentato da Pd e Udc alla manovra di luglio o, in alternativa, la loro riduzione a organi di secondo livello delle Regioni (sono nettamente favorevole a questa soluzione e non alla sola riduzione numerica), l’accorpamento degli uffici periferici dello Stato, la centralizzazione e lo stretto controllo per l’acquisto di beni e servizi nella Pubblica amministrazione, la ripresa di un lavoro di spending review, che era stato avviato da Padoa Schioppa ma interrotto da Tremonti, nell’ottica di realizzare una politica industriale per la Pubblica amministrazione.

Quale giudizio di sintesi si può dare delle proposte del Pd? Si tratta di provvedimenti di buon senso e in molti casi anche di facile e rapida oltre che utile realizzazione. Può darsi che non siano sufficienti rispetto ai due obiettivi del riordino della finanza pubblica e del rilancio delle crescita. Tuttavia, sono orientati verso queste due direzioni e non le pongono in alternativa. La manovra di Tremonti va invece nettamente in direzione contraria alla crescita e, così facendo, non può andare neppure nella direzione dichiarata del risanamento effettivo (e non puramente ragionieristico) dei conti. Abbia il governo il coraggio di pescare tra queste proposte.

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