INCHIESTA/ Tasse e rigore non salvano l’Italia, ecco le prove

- Ugo Arrigo

Sono tanti i sacrifici a cui gli italiani sono stati chiamati in questo ultimo anno. Ma con quali risultati, oltre all’avere un po’ meno soldi in tasca? L’inchiesta di UGO ARRIGO

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Nell’ultimo anno gli italiani sono stati chiamati a consistenti sacrifici: la tasse sono cresciute sino a portare la pressione fiscale ai massimi storici, le prestazioni pubbliche sono state tagliate, i consumi sono crollati, il Pil è ritornato a dinamiche negative dopo soli due anni dalla precedente recessione, la disoccupazione è in rapida crescita e per i giovani raggiunge tassi elevatissimi, le famiglie fanno fatica a riempire il carrello dopo la metà del mese ma intanto han dovuto dare dei soldi al fisco anche per la casa in cui abitano. A cosa sarebbe dovuto servire tutto questo rigore? Solo a migliorare i saldi di finanza pubblica per accontentare i nostri rigidi controllori europei. Siamo sicuri che ne valesse la pena? Si ha in effetti l’impressione che l’intero paese sia divenuto ostaggio del suo settore pubblico, che l’intero settore pubblico sia considerato esclusivamente nei suoi impatti sul bilancio e che quest’ultimo sia visto solo nell’ottica dei suoi saldi, dell’agognato pareggio che nessuno si è sognato di perseguire nella congiuntura economica favorevole e che viene tenacemente e ottusamente perseguito nel corso di una recessione dalla quale nessuno ha la più pallida idea di quando e come ne usciremo fuori.

Ma almeno i saldi del bilancio pubblico sono migliorati secondo quanto auspicato? La risposta purtroppo è negativa: il grande rigore ha prodotto solo una grande recessione mentre l’aumento delle aliquote sembra per ora aver generato solo una riduzione del gettito. Tanto rigore per un risultato di segno opposto a quello voluto. Questo almeno è quello che si può desumere dall’analisi dei conti pubblici da poco pubblicati dall’Istat in riferimento al primo trimestre del 2012. Come si legge nel comunicato stampa dell’Istat del 4 luglio scorso “I risultati del primo trimestre 2012 hanno risentito, da un lato, dell’aumento della spesa per interessi dovuto alla salita nel corso del 2011 dei rendimenti sui titoli di Stato e, dall’altro, del calo delle entrate causato dall’andamento negativo dell’economia”. Insomma, nulla più di quanto si potesse prevedere con ampio anticipo. 

In particolare le entrate totali del primo trimestre del 2012 sono diminuite dell’1,0% rispetto allo stesso trimestre del 2011 mentre le uscite correnti sono aumentate del 2,6%, solo per metà compensate da un drastico calo (quasi il 20%) nelle uscite in conto capitale. Nel primo trimestre il saldo primario, cioè il disavanzo pubblico  (in termini tecnici indebitamento) computato al netto degli interessi sul debito è risultato negativo e pari a 11.5 miliardi di euro, corrispondenti a -3,0% in rapporto al Pil. Il saldo di parte corrente (risparmio pubblico) è stato pari a -22 miliardi di euro, in netto peggioramento rispetto ai -17.1 miliardi di euro del corrispondente trimestre del 2011, con un’incidenza sul Pil del -5,8%. Infine nel primo trimestre 2012 il disavanzo totale (indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche-AP), calcolato su dati grezzi, quindi influenzati dalla stagionalità, è stato pari all’8,0% del Pil, in peggioramento rispetto al 7% del corrispondente trimestre dell’anno precedente. Certo si tratta di un solo trimestre, tra l’altro quello peggiore da un punto di vista stagionale per la finanza pubblica, tuttavia è evidente come le tendenze volgano tutte al peggioramento dei conti.

Un modo interessante per far parlare i dati trimestrali di finanza pubblica è quello di sommare sempre quattro trimestri, osservando in tal modo un anno finanziario mobile. Si eliminano così gli effetti stagionali e si osservano le tendenza senza occhiali offuscati. L’ultimo anno finanziario così costruito è quello che comprende il II, III  e IV trimestre 2011 e il I trimestre 2012. I dati ad esso relativi possono quindi essere confrontati con quelli dell’intero 2011, con periodi precedenti e, aspetto di maggior interesse, con le previsioni economiche del governo per l’intero anno 2012 riportate nel DEF, il Documento di Economia e Finanza presentato poco meno di un trimestre fa, lo scorso 18 aprile. Questi dati sono riassunti nella tabella sottostante e ci permettono considerazioni molto interessanti.

 

Fonte: elaborazioni su dati Istat e DEF.

 

I dati delle diverse colonne sono confrontabili in quanto tutti relativi alla somma di quattro trimestri finanziari. Osserviamo dapprima le prime tre colonne, gli anni finanziari terminanti nel primo trimestre del 2010 e 2011 e nel IV trimestre 2011, in sostanza periodi nei quali la responsabilità della gestione della finanza pubblica è da imputarsi prevalentemente o esclusivamente al Ministro Tremonti. 

Come si può osservare, le uscite correnti totali sono sempre in crescita ma sino al IV 2011 vengono interamente compensate da riduzioni nelle uscite di conto capitale tali da rendere stazionarie le uscite totali. Nel I trim. 2012 questa compensazione non funziona più e la crescita di 4,5 miliardi su base annua nella spesa corrente si traduce per più di metà in incremento anche della spesa totale. Per quanto riguarda invece le entrate esse sono sempre in crescita sino al IV tr. 2011 ma nel I tr. 2012 tutte le principali voci (imposte dirette, indirette e contributi sociali) si caratterizzano per variazioni negative. La perdita su base annua è di oltre 1,5 miliardi per le entrate totali e di quasi un miliardo per le sole entrate fiscali. Come risultato l’indebitamento (disavanzo totale della PA) è in peggioramento su base annua di 4 miliardi di euro e il saldo primario di quasi un miliardo e mezzo.

Possibile che con queste tendenze la finanza pubblica sarà in grado di rispettare i numeretti che il governo ha scritto lo scorso 18 aprile nel DEF, il Documento di economia e finanza? Estremamente difficile. Nell’ultimo trimestre il saldo primario è sceso dal 15,7 a 14,3 miliardi di euro mentre nei prossimi tre trimestri  dovrebbe recuperare ben 43 miliardi per portarsi a +57 miliardi di saldo. Nello stesso tempo il disavanzo complessivo (indebitamento) dovrebbe migliorare di 37 miliardi per portarsi a un valore di -27 miliardi, corrispondenti a 1,7 punti di Pil rispetto ai 3,9 punti del 2011. Considerando che la spesa pubblica almeno in valori assoluti è ancora prevista in crescita (di 18 miliardi, di cui 10 per spesa corrente primaria e 6 per interessi sul debito), essa richiede un notevole incremento di entrate: 19 miliardi in più di imposte dirette, 25 di indirette e 4 di contributi sociali nei prossimi tre trimestri, per un totale di quasi 49 miliardi. Possibile ottenere tutto questo aumento di gettito in trimestri di recessione? Nonostante l’incremento attuato nelle aliquote esso sembra impossibile. Forse si otterrà un terzo dell’incremento di gettito, non certo tutto. Ma se così fosse il miglioramento del saldo totale risulterebbe marginale rispetto al 2011, certo molto distante dal permettere l’abbassamento all’1,7% indicato meno di tre mesi fa nel DEF. Più probabilmente ci collocheremo tra il 3 e il 3,5% di disavanzo. Ma questa sarebbe la dimostrazione che i numerosi sacrifici richiesti agli italiani si sono rivelati perfettamente inutili. Il governo si è rivelato disponibile a sacrificare la crescita sull’altare di un drastico rigore di finanza pubblica. E’ riuscito a perdere sul primo fronte senza guadagnare sul secondo.

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