REDDITOMETRO/ Arrigo: l’ultima follia che “aiuta” gli evasori e punisce le famiglie

- Ugo Arrigo

UGO ARRIGO ci spiega quali sono i limiti e gli errori del redditometro che presto verrà introdotto nel nostro Paese. Uno strumento che sembra non poter contrastare l’evasione fiscale

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A cosa serve il nuovo redditometro? A stanare gli evasori fiscali oppure solo a far elaborare all’amministrazione fiscale una valanga di informazioni poco utili al fine di disturbare inutilmente una molteplicità di cittadini, i quali saranno interpellati dal fisco e chiamati a giustificare le fonti di finanziamento che hanno utilizzato per le loro spese?

Sulla base delle notizie che sono state sinora pubblicate circa il nuovo redditometro, che è in corso di elaborazione, propendo decisamente per la seconda ipotesi. Mi sembra infatti che vi siano alcuni rilevanti errori concettuali alla base del nuovo strumento e che l’esito, se esso sarà effettivamente adottato con le caratteristiche anticipate dalla stampa, sarà solo quello di distogliere il personale dell’amministrazione da attività molto più efficaci e di creare un sacco di grattacapi a molti cittadini che sono contribuenti onesti e che subiranno dei costi, in termini di tempo, preoccupazione e utilizzo di consulenti per rispondere ai rilievi dell’amministrazione fiscale.

Aggiungo, da economista liberale, anche gli effetti sulla privacy derivanti dall’acquisizione di una molteplicità di informazioni minute sulle scelte di consumo dei singoli contribuenti quando esse non sono assolutamente indispensabili per individuare gli evasori. Purtroppo il nostro fisco pensa che tutti i contribuenti siano evasori non ancora scoperti e quindi si è posto l’obiettivo di controllare proprio tutti sin negli aspetti più minuti. Ma così facendo si occuperà dei pesci piccoli, piccolissimi e microscopici con lo stesso impegno dedicato a quelli grandi e grandissimi. Secondo il lettore questi ultimi si preoccuperanno o saranno molto contenti di questo approccio?

Se la polizia nel perseguire i reati si comportasse come il fisco nel perseguire l’evasione si riterrebbe in dovere di indagare e di perquisire tutti i cittadini, non solo quelli per i quali vi sono sospetti e indizi che possano risultare coinvolti. Per nostra fortuna non è così e qualora la polizia sospetti un cittadino dovrà essere autorizzata da un giudice terzo a indagare e dovrà dimostrare che vi sono fondati motivi per farlo. Invece, il fisco può accedere senza chiedere il permesso a nessuno a una miriade di informazioni private di qualsiasi cittadino senza che via alcun indizio che possa trattarsi di un evasore. Non siamo evidentemente in uno Stato liberale che tutela i diritti fondamentali dei suoi cittadini.

Arrivo a questo punto al primo errore concettuale del redditometro: lo strumento censisce la spesa dei contribuenti, non il reddito. Il secondo errore consiste nel fatto che non individua il totale della spesa del contribuente, un dato che riveste un certo interesse, ma solo una serie, pur molto ampia, di voci di spesa specifiche. Il terzo errore è che è interessato alle singole voci e non se ne comprende il perché. Tra l’altro alcune di esse sono relative a consumi voluttuari e a spese facoltative, ma la maggior parte riguardano normalissime voci di un normalissimo paniere oppure spese obbligate (come i contributi previdenziali e gli alimenti al coniuge!). Con tutta sincerità non riesco a comprendere come l’articolazione della spesa possa interessare il fisco mentre allo stesso tempo si dimostra stranamente non interessato a conoscere l’ammontare totale della medesima. Se qualcuno è in grado di spiegarmelo gli sarò molto grato.

La persona fisica evade se nasconde al fisco reddito, quindi proventi da lavoro o rendite tassabili da ricchezza mobiliare o immobiliare, e su quel reddito evita le imposte. Cosa c’entra allora la spesa col reddito? Certo la spesa di un soggetto è solitamente finanziata dal suo reddito, tuttavia può essere finanziata anche dallo stock di ricchezza posseduto oppure dal ricorso al credito. E inoltre può essere finanziata da comportamenti altruistici di altri soggetti i quali impiegano parte del proprio reddito o delle proprie ricchezze per sostenere i consumi di persone care che non sono tuttavia anagraficamente censite nello stesso stato di famiglia. Due esempi per tutti: i nonni che finanziano la scuola privata dei nipotini (magari per evitare loro di frequentare le classi pollaio della scuola pubblica nelle quali dovrebbero portarsi la carta igienica da casa) o i figli che sostengono i costi della badante o dell’assistenza infermieristica dei genitori anziani per i quali non basterebbe la loro pensione.

In sostanza le possibilità sono un po’ più ampie rispetto a quanto sembra credere l’amministrazione fiscale. Proviamo a sintetizzarle con una formula, escludendo per semplicità che vi siano contributi finanziari di soggetti esterni alla famiglia:

Wt0 + Yt – Ct = Wt

Wt0 è la ricchezza totale di un contribuente o di un nucleo familiare (proprietà immobiliari, valori mobiliari, beni mobili registrati, ecc.) alla fine di un periodo, ad esempio al 31 dicembre 2011, mentre Yt è il reddito percepito dal medesimo nel 2012. Il reddito del periodo accrescerebbe lo stock di ricchezza solo che una gran parte di esso sarà speso in consumi (Ct), una selezione dei quali, ampia ma tutt’altro che esaustiva, sarà monitorata dal nuovo redditometro. La ricchezza iniziale più il reddito del periodo meno la spesa per consumi ci darà lo stock di ricchezza alla fine del periodo. La ricchezza finale sarà maggiore di quella iniziale se i consumi sono stati inferiori al reddito; sarà invece minore nel caso di consumi maggiori del reddito.

Il fisco vorrebbe conoscere con esattezza Yt perché esso rappresenta l’imponibile dell’imposta personale sul reddito e il suo occultamento genera evasione. Teme inoltre che il valore indicato dal contribuente sia non veritiero, ipotizzando appunto che vi sia evasione. Non avendo fiducia su Yt dichiarato, il fisco sceglie di monitorare attraverso il redditometro la variabile Ct. Questa scelta può avere un senso dato che in assenza di risparmio e di conseguente variazione della ricchezza, si avrà che:

Yt = Ct

Ma in tale ipotesi Ct interessa al fisco nel suo ammontare totale, non nella sua disaggregazione in singole voci, disaggregazione che accresce a dismisura le informazioni trattate senza assumere alcuna funzione ai fini del calcolo di Yt. Inoltre, serve proprio il totale di Ct, non basta la somma di voci parziali e non esaustive pur se molto ampie. Il redditometro prossimo venturo sbaglia quindi da un lato a interessarsi alla disaggregazione della spesa e sbaglia dall’altro a non interessarsi al valore totale della variabile. Inoltre, l’ipotesi che la ricchezza del soggetto sia stabile e che non vi sia mai risparmio, positivo o negativo, rappresenta un’ipotesi particolare. Nella maggior parte dei casi la ricchezza non sarà costante:

Yt – Ct = Wt – Wt0

E si verificherà una delle ipotesi seguenti:

1- La ricchezza cresce perché il reddito eccede la spesa: (Yt > Ct; Wt > Wt0 );

2- La ricchezza si riduce perché la spesa eccede il reddito: (Yt < Ct; Wt < Wt0 ).

In entrambi i casi assumere la spesa come misura del reddito porta a un errore, solo che nel primo caso si tratta di un errore di sottostima del reddito (il reddito effettivo è superiore alla spesa) mentre nel secondo caso porta a una sovrastima (il reddito effettivo è minore della spesa). È evidente che il redditometro che usa la spesa per stimare il reddito effettivo danneggia i contribuenti che si trovano nella seconda condizione mentre avvantaggia i contribuenti che si trovano nella prima.

Possiamo a questo punto identificare i contribuenti danneggiati dal redditometro in tutti coloro che si trovano nella necessità di spendere più di quanto guadagnano. Tra di essi rientrano, ad esempio:

1- Coloro che hanno perso il lavoro a causa della crisi o che si trovano in cassa integrazione;

2- I giovani ancora precari, quindi quasi tutti, che necessitano di sostegno economico da parte delle famiglie di origine;

3- Tra di essi in misura maggiore quelli che hanno deciso di metter su famiglia anziché continuare a fare i “bamboccioni” a casa dei genitori;

4- Tra questi ultimi ancora di più coloro che, pur essendo precari o a basso reddito, hanno scelto non solo di metter su famiglia ma anche di avere dei figli;

5- Coloro che hanno spese elevate a causa di uno stato di bisogno, ad esempio problemi di salute che richiedono cure costose non coperte dal settore pubblico o spostamenti in luoghi distanti per avere cure migliori (che fanno accrescere spese di viaggio e alberghiere, interpretate dal redditometro come spese turistiche), oppure anziani non autosufficienti che richiedono un aiuto permanente nelle attività domestiche e/o assistenza infermieristica.

Certo tutte queste categorie potranno uscire dalla procedure di accertamento fiscale, ma toccherà a loro dimostrare di trovarsi nella necessità di spendere più di quanto guadagnano e di non essere evasori.

Chi sono invece gli avvantaggiati dal redditometro? Ovviamente tutti coloro che possono permettersi di spendere meno o molto meno di quanto guadagnano effettivamente. E gli evasori dove si trovano secondo i nostri lettori? Nelle categorie sopra elencate o in quest’ultima? E come impiegano i redditi in nero i grandi evasori? Prevalentemente li consumano o prevalentemente li risparmiano? Ma se li risparmiano il redditometro non è in grado di accorgersi di nulla perché osserva solo la spesa. E detto questo sul redditometro non c’è più altro da dire.

 

Postilla. Mi aspetto tuttavia che il lettore si chieda (e mi chieda): ma allora non c’è nessun strumento per trovare, e tassare, i grandi evasori? Certo che esiste. Trovare i grandi evasori in realtà è molto facile, basta volerlo (ma il nostro fisco non dimostra di farlo). Se è vera l’ipotesi che i proventi in nero dei grandi evasori saranno prevalentemente risparmiati, allora se ne troverà traccia nello stock di ricchezza. Non bisogna osservare i consumi per stanare gli evasori, bisogna osservare l’evoluzione della ricchezza nel tempo. La crescita della ricchezza rappresenta, al netto delle rivalutazioni dei cespiti (ad esempio, l’aumento delle quotazioni degli immobili), il risparmio messo da parte nel periodo di osservazione. E il risparmio non è altro che il reddito effettivo meno i consumi.

Sommiamo dunque al risparmio del contribuente X, ottenuto come variazione di ricchezza, i consumi medi Istat della famiglia tipo alla quale appartiene. Otteniamo una stima del suo reddito effettivo. Quello dichiarato al fisco è simile o molto diverso? Se è molto diverso abbiamo trovato un contribuente sul quale fare verifiche approfondite. Ma si tratterà di un contribuente su 10. Gli altri nove possiamo evitare di disturbarli. Guardare ai consumi anziché guardare alla ricchezza è come girarsi dall’altra parte quando i buoi scappano dalla stalla.

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