FINANZA/ Tasse e Pil, Renzi “consegna” il governo a Cottarelli

- Ugo Arrigo

Attraverso il Def, spiega UGO ARRIGO, tutta la politica economica del governo di Matteo Renzi, e dunque anche le sue sorti, è indissolubilmente legata alla spending review

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Matteo Renzi (Infophoto)

Un primo passo nella giusta direzione, dopo molto tempo. Questo è il giudizio più sintetico che si può dare sul Def, il documento di programmazione economico-finanziaria presentato dal ministro dell’Economia Padoan e dal capo del governo Renzi. Il bicchiere delle riforme non è certo pieno, ma è tutt’altro che vuoto e la direzione presa è quella giusta: iniziare a ridurre la pressione fiscale, partendo dalle famiglie con minor reddito, finanziandola con un quasi equivalente taglio di spese, reso possibile dalla spending review. La ricetta è molto semplice, ma è l’esatto contrario di quella errata e controproducente iniziata da Tremonti con la manovra straordinaria della primavera del 2010 e successivamente accentuata sino a limiti insostenibili con la tripla manovra di Tremonti e Monti della seconda metà del 2011. Si tratta pertanto di una svolta a 180 gradi di cui l’economia italiana aveva assoluto bisogno.

Ricordiamo brevemente gli errori del 2011. Per rassicurare i mercati internazionali e fermare lo spread furono attuate manovre nell’arco del triennio 2012-14 per un impatto complessivo di cinque punti di Pil e 80 miliardi di euro. Il rapporto deficit/Pil, che si era attestato al 3,6% nel 2010, avrebbe dovuto scendere a un quasi pareggio di bilancio nell’anno in corso. Nulla di tutto questo: nel 2012 si è ridotto solo di poco più di mezzo punto, scendendo al 3%, esattamente lo stesso miglioramento che si era ottenuto in ognuno dei tre anni precedenti senza mettere in campo alcuna drastica manovra, e nel 2013 è rimasto con molta fatica sullo stesso valore del 3%. Dove sono finiti dunque gli effetti delle maximanovre del 2011? Tutti o quasi nella seconda recessione economica: dal secondo trimestre 2011 al terzo 2013 abbiamo perso il 4,7% del Pil reale italiano, quasi come durante la maxirecessione di provenienza internazionale del 2009.

Era dunque urgente cambiare radicalmente rotta, ma né il governo Monti, né il governo Letta hanno avuto il coraggio di farlo. Questa volta sembra davvero quella buona. Il nuovo Def non è certo perfetto e alcune cose potevano anche essere migliori: volendo dare il segnale di ridurre le aliquote era meglio non aumentare quella sui rendimenti delle attività finanziarie, come già sostenuto in un precedente intervento; volendo sostenere in primo luogo le famiglie meno abbienti era meglio ridurre l’aliquota Iva sui beni essenziali prima delle detrazioni per i lavoratori dipendenti, dato che anche chi non ha lavoro o è in pensione ha necessità di consumare. Ma anche questo lo abbiamo già detto in una precedente occasione. E infine si poteva calcare la mano sui risparmi della spending review, accogliendo la versione massima suggerita da Carlo Cottarelli, dato che alcuni beneficiari della spesa pubblica ne hanno sinora beneficiato in maniera palesemente eccessiva, dando persino l’impressione che talune specifiche voci di spesa fossero intoccabili (e abbiamo ricordato al riguardo il caso emblematico delle ferrovie).

Ma come sappiamo spesso l’ottimo è nemico del bene e dunque accontentiamoci per ora del bicchiere del Def per due terzi pieno, senza peraltro rinunciare a continuare a stimolare il governo affinché dopo questo primo passo nella giusta direzione faccia in un futuro prossimo anche tutti gli altri che sono necessari. Qualcosa ci suggerisce tuttavia che dovrà farlo, che la prima mossa ne richiederà anche di successive conseguenti: la riduzione fiscale prevista è infatti finanziata per circa due terzi da entrate che sono tuttavia in gran parte transitorie. Esse sono una soluzione ponte in attesa che la spending review generi effetti assai più consistenti. Ma questa è un’ottima notizia: tutta la politica economica del governo, e dunque anche le sue sorti, è indissolubilmente legata alla spending review e pertanto non si potrà far marcia indietro su questo tema, come tutte le precedenti volte in cui l’analisi della spesa era stata fatta ma da essa non ne era conseguita alcuna riduzione e neppure razionalizzazione.

“Conoscere per deliberare” sosteneva Luigi Einaudi, ma nell’ultimo cinquantennio abbiamo oscillato in realtà tra due strategie differenti, entrambe di segno opposto: su un versante quella del “conoscere per non deliberare” come ha ricordato recentemente Nicola Rossi in un paper dell’Istituto Bruno Leoni , consistente nello studiare la spesa e le sue inefficienze per far finta di voler far qualcosa, ma in realtà senza voler fare assolutamente nulla; sull’altro versante quella del “perché conoscere se intendiamo deliberare senza tenerne conto?”, da cui la ripetuta soppressione di commissioni permanenti per lo studio della spesa e l’assenza di una pur minima analisi dei costi e dei benefici prima di prendere rilevanti decisioni di spesa pubblica. Stavolta c’è la “conoscenza”, grazie al lavoro di Cottarelli, ma iniziano a esserci anche deliberazioni conseguenti del governo. E da quando mi occupo di questioni pubbliche è solo la seconda volta, essendo stata la prima negli anni 1992-98, periodo in cui, data la gravità della crisi italiana, non se ne sarebbe potuto proprio fare a meno.

Ma forse la notizia migliore del Def è la previsione di un rilevante programma di privatizzazioni pubbliche: 12 miliardi all’anno sino a un totale di 40-48 miliardi da qui alla fine della legislatura. Esso implica a mio avviso la caduta di diversi tabù storici:

1) il carattere strategico assegnato alle imprese di cui non si vuole assolutamente perdere il controllo, e spesso neppure la maggioranza assoluta pubblica, dimenticando che in ogni settore è strategico il mercato, la presenza di una produzione nazionale adeguata per qualità e quantità, e non una singola impresa, pubblica o privata che sia;

2) il controllo di fatto storicamente esercitato da sindacati di riferimento nelle grandi utilities ad alta intensità di lavoro che ha portato a eccessi di personale e di costi, spesso accompagnati da deterioramento inaccettabile della qualità;

3) il protezionismo pubblico dell’inefficienza delle imprese partecipate che si è realizzato attraverso il monopolio prima e ostacolando l’arrivo della concorrenza dopo; esso ha avuto per conseguenza rilevanti costi pubblici, all’origine di una quota non piccola del nostro debito pubblico che eccede i limiti autorizzati dal trattato di Maatricht.

Ma sul tema delle imprese pubbliche, dei loro costi, e delle privatizzazioni necessarie sarà necessario tornare. 



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