STOP A UBER-POP/ La sentenza che ci riporta ai tempi del piccione viaggiatore

- Ugo Arrigo

Una sentenza ha bloccato in tutta Italia il servizio Uber-Pop: è stato quindi accolto il ricorso presentato da alcune associazioni di taxisti milanesi. Il commento di UGO ARRIGO

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Immagine di archivio

È possibile che un’attività economica del tutto lecita sia considerata illegale in un determinato Paese? Logica e razionalità porterebbe a escluderlo. Infatti, se il prodotto o servizio offerto è grado di offrire beneficio ai consumatori che lo domandano e un reddito ai produttori che lo offrono mentre nessun altro soggetto è danneggiato dalla produzione e vendita del medesimo, perché mai i pubblici poteri avrebbero motivo di stabilire norme che ne ostacolano o impediscono del tutto la disponibilità sul mercato?

Nelle aule delle Facoltà di Economia un concetto fondamentale che viene spiegato già nei corsi del primo anno è quello di efficienza paretiana, dal nome di Wilfredo Pareto, economista e sociologo italiano che il fu il primo a introdurlo. Se si applica il criterio di Pareto si osserva che ogni attività di scambio economico, così come quella di produzione che la precede, che si verifica liberamente tra soggetti razionali e ben informati è in grado di migliorare il benessere di ambo le parti e, se non crea effetti di benessere negativi su terzi non coinvolti nello scambio, migliorerà anche il benessere della società nel suo complesso.

Più semplicemente, se io sono disponibile a spendere 5 euro per un panino imbottito all’ora dello spuntino ciò significa che quel panino per me vale di più, o comunque non meno, dei 5 euro che spendo. Magari sarei stato disponibile a spendere 6 euro. Nello stesso tempo, poiché non è per benevolenza e altruismo che il barista ce lo offre ma per il suo legittimo desiderio di guadagno, è certo che offrire quel panino gli sarà costato meno di 5 euro, ad esempio 4. Di quanto è migliorato il benessere sociale se quello scambio avviene? Esattamente della differenza tra il valore di quel panino per il consumatore, abbiam detto 6 euro, e il costo di produzione per il barista, abbiamo detto 4 euro. Dunque di 2 euro.

Ed è in questo modo che le società in cui la produzione e lo scambio sono liberi vedono il benessere dei loro membri prosperare e il loro prodotto accrescersi. Naturalmente la domanda e soprattutto l’offerta sono destinate a mutare nel tempo. Può darsi che si affacci sul mercato qualcuno in grado di offrire lo stesso bene o servizio a un prezzo minore oppure di qualità superiore. In tal caso i consumatori avranno vantaggio ulteriore, ma i produttori non smetteranno di guadagnare, dato che non offrono per altruismo. Forse si accontenteranno di un guadagno minore o più probabilmente staranno trasferendo ai consumatori sotto forma di minori prezzi i vantaggi del progresso tecnologico.

La concorrenza tra produttori e il progresso tecnologico sono i due motori fondamentali dello sviluppo economico e della crescita del benessere. Quanti prodotti e servizi sono scomparsi dal mercato per effetto del progresso tecnologico? Chi invia più, ai tempi della posta elettronica e degli smartphone, telegrammi, telex o anche solo fax? Chi utilizza ancora le macchine da scrivere o le calcolatrici da tavolo? Chi noleggia più ingombranti videocassette o ascolta musica nei grammofoni, nei mangiadischi o anche solo nei walkman? Chi noleggia più un calesse trainato da cavalli per spostarsi da un luogo a un altro?

L’ultimo esempio ci permette di arrivare al vero obiettivo di questo articolo: parlare della sentenza di ieri che ha vietato il servizio UberPop dell’omonima azienda americana, accogliendo un ricorso di associazioni di taxisti milanesi. Chi ha ragione, chi ha torto? I taxisti, dato che hanno vinto il ricorso? Oppure hanno torto i taxisti ma con loro anche i magistrati, che magari hanno travisato le norme? Oppure hanno tutti ragione ma ha invece torto il legislatore che quelle norma ha scritto sbagliata o si è scordato di modificare quando è divenuta obsoleta?

Per dirimere l’ingarbugliata matassa conviene però fare un passo indietro di diversi secoli e chiederci da dove arriva la parola taxi. Da chi i tassisti hanno preso il nome che campeggia su tutti i loro veicoli e che identifica un’attività che non desiderano sia svolta anche da sigle estranee?

Non tutti sanno che taxi deriva da un cognome che in tedesco fa Taxis, anzi per la precisione Von Turn und Taxis, ma in italiano solo Tasso, anzi Della Torre e Tasso. Alla fine del Quattrocento, dunque oltre mezzo millennio fa, Francesco Tasso da Cornello, provincia di Bergamo, realizzò un efficiente sistema di posta nei domini dell’imperatore d’Austria Massimiliano I, tra i quali principalmente la Borgogna e i Paesi Bassi, allora inclusi nei possedimenti del di lui figlio Filippo il Bello. Nella prima metà del Cinquecento i Tasso furono al servizio dell’imperatore Carlo V, figlio di Filippo e nipote di Massimiliano, estendendo il loro servizio a un’ampia porzione dell’Europa, dato che Carlo aveva nel frattempo ereditato dai nonni materni, i re cattolici Ferdinando e Isabella, l’Aragona e la Castiglia, dunque una buona parte della Spagna odierna. Il servizio postale aveva per oggetto le corrispondenze ufficiali, ma trasportava anche corrispondenze private e le diligenze a cavallo utilizzate allo scopo accoglievano ovviamente anche persone. È proprio da qui che il nome è rimasto a indicare il trasporto persone. La qualità del servizio era eccezionale per l’epoca e i tempi di percorrenza non sfigurano neanche ai giorni nostri: nei primi decenni del Cinquecento due giorni da Bruxelles a Parigi, quattro a Lione, sette a Burgos, dieci a Roma e Toledo, quattordici a Napoli, quindici a Granada, da poco sottratta al dominio arabo.

Il lettore di questo articolo noterà subito tre piccole differenze tra il 1515 e il 2015. I taxi hanno infatti conservato inalterato il nome ma: (1) non sono più, né loro né i loro colleghi tedeschi, al servizio della famiglia Von Turn und Taxis, una delle più ricche di Germania, che ai tempi operava ovviamente in monopolio; (2) non operano più impiegando diligenze trainate da cavalli bensì automobili a motore; non trasportano più la posta. Queste tre differenze sono il frutto di altrettante evoluzioni: di carattere organizzativo la terza, tecnologica la seconda, legislativa la prima. Semplicemente a certo punto è caduta la titolarità del monopolio in capo a questa famiglia (e nei diversi paesi) ed è caduto il monopolio stesso, ma non altrettanto rapidamente per tutti i segmenti allora congiuntamente offerti. Infatti, i servizi postali sono stati completamente liberalizzati in Europa solo da pochissimi anni.

A differenza dell’evoluzione normativa (oltre 500 anni per liberalizzare il mercato postale), l’evoluzione tecnologica è stata molto più robusta e rapida: alla comunicazione privata scritta si è affiancata quella orale via telefono fisso, via telefono mobile, e poi nuovamente la comunicazione privata scritta via SMS, e-mail, messaggistica via smartphone; le diligenze sono state sostituite dai treni, dalle auto e bus e dagli aerei. I taxisti su calesse sono stati sostituiti ovviamente da quelli su auto, dovendo peraltro affrontare la concorrenza dei mezzi privati e più recentemente del car sharing e di Uber. Cosa hanno fatto le norme nel frattempo? Hanno preso atto di tutti questi cambiamenti e li hanno accompagnati, senza avere la pretesa di guidarli o di impedirli. Questo è avvenuto in tutti i casi considerati tranne, per ora, l’ultimo.

Cosa direbbero i taxisti se la famiglia Von Turn und Taxis facesse ora ricorso sostenendo di avere ancora il monopolio e chiedendo un risarcimento danni per l’usurpazione del nome? E cosa avrebbero detto i primi taxisti su auto se i loro colleghi su calesse avessero fatto ricorso contro di loro accusandoli di concorrenza sleale?

Prendiamo alcune frasi, riportate dagli organi di stampa, e riferite alla motivazione della sentenza di ieri che vieta il servizio UberPop, ma proviamo ad adattarle, con gli inserti in parentesi, immaginandole riferite a un eventuale ricorso di più di 100 anni fa dei taxisti su calesse. Come possiamo constatare si adattano perfettamente:

1) L’attività (di taxi su auto) “interferisce con il servizio taxi organizzato dalle società, svolto dai titolari di licenze (di taxi su calesse)”.

2) È “un vero salto di qualità nell’incrementare e sviluppare il fenomeno dell’abusivismo”.

3) Lo svolgimento di Expo (quello di Milano 1906, ovviamente) è (per i taxi su calesse) “occasione di ottimi guadagni che, in assenza di una inibitoria, andrebbero condivisi con soggetti concorrenti che esercitano il servizio di trasporto in maniera abusiva”.

Si tratta, sostiene il giornale Repubblica del 26 maggio 1906, di “…concorrenza sleale dunque, secondo il giudice, provata anche dai prezzi più bassi praticati dagli autisti di (taxi su auto) per il fatto di non avere gli stessi costi fissi che un tassista (su calesse) normalmente deve sostenere”.

Direi che ogni commento ulteriore è superfluo. Noto solo che l’idea che costi fissi più bassi, che si traducono in prezzi più bassi, siano indicatore di concorrenza sleale è argomento che qualora stabilmente utilizzato nel tempo ci avrebbe evitato la quasi totalità del progresso tecnico di cui ha beneficiato l’umanità. Non avremmo avuto la concorrenza sleale del treno sul calesse, dell’auto sul treno, dell’aereo sull’auto e sul dirigibile, né quella di internet sul telefono, del telefono sulla posta a cavallo e di quest’ultima sul piccione viaggiatore.

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