SCUOLA/ Pacifico (Anief): sui precari battaglia vinta, ma gli errori della Gelmini li pagheremo noi

- int. Marcello Pacifico

Per il momento si tratta di una “multa” da 65.000 euro, ma gli effetti del ricorso contro il decreto Gelmini sui precari, spiega MARCELLO PACIFICO presidente dell’Anief, potrebbero essere davvero sconvolgenti per il ministero e per le graduatorie

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Per il momento si tratta di una “multa” da 65.000 euro, ma gli effetti del ricorso contro il decreto Gelmini sui precari, spiega Marcello Pacifico presidente dell’Anief, potrebbero essere davvero sconvolgenti per il ministero e per le graduatorie. Se infatti, come già avevamo previsto su queste pagine, il ricorso al TAR darà ragione ai 20.000 precari coinvolti il governo dovrà spendere una cifra pari a quella di una finanziaria

 

Dottor Pacifico, in cosa è consistita la vostra battaglia legale per i docenti precari?

Questa battaglia è consistita semplicemente nel fatto che l’Associazione Nazionale Professionale ha voluto schierarsi al fianco di più di 8.000 docenti precari. Ci siamo battuti affinché su tutto il territorio nazionale si continuasse ad assumere il personale, sia in supplenza annuale sia di ruolo, in base al punteggio di ciascun docente e non in base al certificato di nascita o di residenza. La nostra Costituzione parla chiaro e dice che per accedere alla Pubblica Amministrazione bisogna essere reclutati a partire dal superamento di un concorso, non dal proprio domicilio.

Che cos’è cambiato rispetto a questo principio?

Fino al biennio 2007/2009 si è pensato di poter fare trasferire il personale, all’atto degli aggiornamenti legali, in un’altra provincia come da sempre è prassi in Italia. Si faccia presente che i nostri contratti di mobilità per il personale di ruolo concedono almeno a 100.000 docenti di ruolo su 800.000 all’anno, quindi uno su otto, la possibilità di poter scegliere una provincia diversa rispetto a quella di residenza. Nel 2009 il ministro Gelmini ha di fatto vietato il trasferimento per i precari affermando però nel contempo, con l’idea di “accontentarli”, di dar loro la possibilità di trasferirsi in altre tre province. Ma, attenzione, la loro posizione nelle graduatorie di queste province è in coda e non “a pettine”, ossia i precari aspettano il proprio turno in ordine di arrivo e non vengono inseriti in base al punteggio raccolto durante gli anni di lavoro.

Non sembra in effetti un grande vantaggio per i docenti precari

 

Il paradosso è che ora la legge che stanno per approvare in parlamento, con l’emendamento Gelmini alla Camera, afferma che nel 2011 un docente precario si potrà nuovamente trasferire in un’altra provincia con inserimento a pettine. Il parlamento quindi ha le idee chiare, conferma cioè che in Italia, all’atto dell’aggiornamento, ci si può spostare in altre province mantenendo la graduatoria a pettine. Ma il ministro ha deciso unilateralmente che questa possibilità non sia concessa per il biennio 2009/2011 e ha chiesto in questo il concorso del parlamento. Ora, è normale che una legge che risale al 2004, se è valida per il biennio 2007/2009 e lo sarà per il biennio 2011/2013, lo sia anche per il 2009/2011. O no? Una legge è valida sempre. O la si rispetta, e si rispetta così la volontà del parlamento, oppure, qualora il parlamento approvi alcuni emendamenti che sembrano però incoerenti e in contraddizione con il principio della legge, ci si rimetterà alla Corte Costituzionale con tutto ciò che ne deriverà.

 

A che cosa allude?

 

A un maggiore aggravio per le finanze dello Stato, per le tasche dei cittadini. Perché il ministero è già stato condannato a un risarcimento di 65.000 euro per le spese legali dei ricorsi, è stato poi costretto a spesare l’operato del commissario ad acta. Fra uno o due anni, qualora la corte costituzionale ci dia ragione, sarà portato a pagare 7.000 stipendi per 24 mesi a tutti gli insegnanti che avevano diritto ad essere assunti di ruolo. Ossia, più o meno, l’equivalente di una finanziaria. Tutto questo per gli errori di un ministro che potrebbe benissimo rispettare la legge, la volontà del parlamento, e fare inserire a pettine, quindi non secondo il proprio personale criterio, i docenti precari.

 

Quanti precari sono in ballo con i ricorsi?

 

Coloro che hanno presentato ricorso con noi sono più di 8.000, circa altri 8.000 sono ricorsi direttamente al Presidente della Repubblica. A questi si aggiungono 5.000 che hanno condotto l’azione privatamente. Un totale quindi di circa 20.000 precari.

 

Per quale motivo, a suo avviso, è stata scelta questa modalità per il prossimo biennio dal ministro?

 

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Questo è il mistero. Forse per evitare una sentenza del TAR del novembre 2008 per la quale all’atto del prossimo aggiornamento, ossia quello del 2009, i docenti avrebbero potuto trasferirsi inserendosi a pettine nelle graduatorie? Questo avrebbe complicato in effetti le cose al ministro. Ma in generale non si capisce perché lo abbia fatto, non si capisce perché abbia inventato le tre province “in più”, e non si capisce perché abbia voluto un emendamento da parte del governo che ribadisca la sentenza del TAR per il 2011 e non per il 2009. Soprattutto quando la legge a cui si fa riferimento è quella del 2004.  Il Decreto Legge 134 di fatto dice che dal 2011 i docenti precari che vogliano trasferirsi potranno essere inseriti a pettine. Non capiamo perché occorra saltare un biennio. E perché per farlo si stia affidando a una battaglia legale che porta a conflitti fra poteri dello Stato e che porterà a una pronuncia della Corte Costituzionale la quale inevitabilmente andrà a gravare sulle tasche dei contribuenti.

 

Quali scenari futuri prevede dopo la sentenza del Tar?

 

Il ministro potrebbe emanare un decreto per il quale obbligherebbe tutti i provveditori ad eliminare l’operato del commissario ad acta in merito al reinserimento dei docenti precari nelle graduatorie a pettine. Se ciò dovesse accadere noi chiederemmo di nuovo ai giudici del TAR di esprimersi sulla costituzionalità di tale provvedimento perché secondo noi si violerebbero gli articoli 1, 57, 91 della Costituzione che dicono espressamente che ciascun cittadino italiano ha gli stessi diritti, che candidati in possesso degli stessi requisiti hanno diritto allo stesso accesso e trattamento ai concorsi della Pubblica Amministrazione e, soprattutto, che in Italia bisogna assumere in base al merito di ciascun candidato e non in base a criteri soggettivi.

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