SCUOLA/ Pessina (preside Berchet): i nuovi licei della Gelmini, una riforma bella ma “monca”

- Innocente Pessina

Secondo il preside del Liceo Classico G. Berchet di Milano, INNOCENTE PESSINA, la riforma Gelmini è bene accetta in quanto foriera di ottime iniziative, ma incompleta finché non si penserà a una seria revisione degli organi collegiali

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Ci siamo, forse è la volta buona. Il prossimo anno scolastico dovrebbe aprirsi con la scuola superiore anche lei riformata. Qualcuno ha definito questa riforma “epocale”. Io non credo che lo sia. Certo, se pensiamo che l’ultima riforma del sistema scolastico superiore risale al ministro Gentile e al 1923, non abbiamo dubbi: è una riforma attesa da tanti, troppi anni. Se osserviamo però il suo contenuto ed entriamo nel merito delle questioni, non vedo queste grandi scelte “epocali”.

Ci troviamo di fronte ad una riforma che ha il grande pregio di razionalizzare l’esistente, di mettere ordine nella grande confusione di indirizzi, sperimentazioni piccole e grandi che ormai avevano frammentato in modo incomprensibile la scuola superiore.

I troppi anni di riforme mancate avevano costretto le scuole, bisognose di rispondere alle sfide dei tempi, a dare risposte occasionali, provvisorie e spesso improvvisate. Se poi aggiungiamo che la ragione di alcune sperimentazioni spesso seguiva più la necessità di salvare qualche cattedra che obiettive ragioni didattico/pedagogiche, riusciamo a capire il perché di questa babele scolastica.

Quindi benvenuta riforma/riordino Gelmini. Il Liceo Classico, di cui mi occupo da qualche tempo, non subisce grandi modifiche. Forse è un bene così. È una delle poche scuole che ha sempre funzionato bene. Nel passato, nel presente e probabilmente anche nel futuro. Infatti anche se l’area scientifica non è mai stata valorizzata adeguatamente, si può dimostrare facilmente che i molti studenti orientati alle facoltà scientifiche, sono riusciti a superare brillantemente questi studi.

Evidentemente il rigore dello studio umanistico detta un approccio, un metodo efficace anche ad affrontare altre discipline. La riforma prevede 27 ore nel primo biennio (quello che eravamo abituati a chiamare ginnasio) e 31 ore nei rimanenti tre anni liceali. Non cambia molto, appunto. Prima erano 26 o 28 con sperimentazione nel ginnasio e 31 o 32 nel liceo triennale. Nel complesso si introduce obbligatoriamente la lingua inglese per tutte le classi e si aumenta di un’ora la matematica nel totale dei cinque anni. Anche lo studio della Storia dell’Arte viene reso dignitoso portandolo a due ore negli ultimi tre anni.

 

In fondo è proprio quello che tutti i licei classici avevano già fatto in tutti questi anni: hanno introdotto lo studio della lingua straniera, soprattutto l’inglese e potenziato le ore di matematica con le sperimentazioni PNI. Evidentemente era proprio quello che le nuove esigenze dei tempi chiedevano. Rispetto però a questo più moderno assetto dei Licei Classici che si era consolidato un po’ ovunque ed in tutto il territorio, la riforma/riordino Gelmini offre meno matematica e meno inglese. In particolare l’inglese con solo due ore rispetto a tre negli ultimi tre anni. Questo vuol dire che saremo costretti a rinunciare allo studio della letteratura inglese o, molto più probabilmente, a potenziare lo studio dell’inglese con dei corsi pomeridiani. A pagamento? Beh, se non avremo una quota organico aggiuntiva, non vedo altre alternative. Il sospetto che in questi tempi di vacche magre si debba fare conto sul poco che verrà dato e che non ci si debba illudere è sana cautela. Staremo a vedere.

Si parla poi molto di autonomia e flessibilità. Addirittura si dice che nel primo biennio la flessibilità può arrivare al 20 per cento, 30 nel secondo e 20 nuovamente nell’anno terminale. Di più, le scuole possono organizzarsi autonomamente un personalissimo piano dell’offerta formativa calcolando le ore per ogni disciplina su tutto il percorso scolastico quinquennale.

 

 

Questo vorrebbe dire che si possono studiare percorsi facendo più ore di una certa materia in alcuni anni e meno in altri, addirittura toglierla, o “curvare” delle sezioni verso l’area scientifica a discapito di quella letteraria e viceversa. Insomma, fantasticando così, parrebbe aperta la possibilità di rispondere più agilmente alle legittime richieste dell’utenza e del territorio.

Sulla carta è una bella pensata. Ma sarà veramente così?

Permettetemi almeno il dubbio che i nostri Collegi Docenti, comprensibilmente preoccupati di non perdere posti e di salvare insegnamenti, porranno resistenza a qualsiasi cambiamento. Finché non avremo il coraggio di rivedere ruoli, funzioni e responsabilità, in buona sostanza il sistema di governance della scuola, non andremo molto lontano. Questa del ministro Gelmini è una riforma monca. Potrà diventare una buona riforma solo se sarà accompagnata dalla riforma degli Organi Collegiali, del reclutamento dei docenti e della loro valutazione. Proprio quello che coraggiosamente tentava di fare, in parte, la proposta Aprea. A proposito: che fine ha fatto?

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