SCUOLA/ Io, maestra, vi racconto la mia piccola “rivoluzione” matematica

- Anna Di Gennaro

L’aggiornamento vero di un insegnante parte dalla capacità di far leva sui talenti dei propri alunni. Un’avventura – spiega ANNA DI GENNARO – che unisce curiosità e responsabilità

scuola_lavagna1R400
Immagine d'archivio

Sul portale d’ingresso all’Università di Berlino ricordo di aver letto: “Non ho doti particolari, sono solo molto curioso” A. Einstein

L’articolo di Ana Millan Gasca ha suscitato il mio interesse soprattutto dal punto di vista della comunità d’intenti che dovrebbe far convergere scuola e famiglia nella “liberazione” dei talenti di ciascun bambino. Lo stereotipo attribuito alla matematica di materia fredda e arida non corrisponde al mio sentire né alla mia esperienza di maestra tuttologa prima e di “maestra a quadretti” poi con l’avvento del tempo pieno coatto. Fin da bambina ho sempre subito il fascino della matematica e devo averlo peraltro contagiato a parecchi miei scolari, che hanno deciso di frequentare il liceo scientifico.

Finché la scuola elementare italiana è rimasta a part time, un bambino incontrava il maestro unico che si atteneva ai programmi del 1955. Il fascicoletto suggeriva, a grandi linee, di insegnare a “leggere, scrivere e fare di conto”. Ciascun maestro/a utilizzava le ore mattutine in modo autonomo cercando l’equilibrio tra le discipline nella preparazione didattica giornaliera, settimanale e mensile. La metodica verifica della programmazione avveniva attraverso la compilazione del consuntivo sul registro.

Esattamente come faceva la mia saggia maestra nella scuola elementare di via Giusti a Milano. L’esperienza, decisamente positiva, mi aveva convinta ad agire imitando la sua impostazione innovativa rispetto all’epoca. Conservo una significativa fotografia della mia seconda classe quando un fotografo aveva immortalato noi, trenta bambine, quasi tutte sorridenti, ai propri posti col libro di lettura aperto. Nell’aula i banchi erano disposti a gruppi di lavoro. Per spirito emulativo di ordine ed efficacia educativa, fin da giovane titolare di classe, avevo impostato il mio lavoro in modo sostanzialmente  molto simile, rispettosa dei tempi e dei modi di apprendere di ciascuno e del retroterra culturale delle famiglie meno abbienti che convivevano nella scuola pubblica.

Col passare degli anni divenivo sempre più consapevole della responsabilità affidatami dallo Stato. Vivevo la scuola intesa come ascensore sociale dove l’insegnamento/apprendimento della matematica aveva pari dignità rispetto alla lingua italiana. Durante il corso di preparazione al concorso magistrale all’Università Cattolica, il giovane prof. Cesare Scurati ci aveva caldamente consigliato di ripassare periodicamente la Lettera ad una professoressa di don Milani, che aveva suscitato tanto clamore.

Ogni nuovo ciclo scolastico riservava sorprese e spunti per iniziare: dalla linea (infinita) dei numeri disegnata in cortile alle proprietà delle operazioni, dai problemini sui fiorellini colti in giardino a quelli che avrebbero permesso a tutti di transitare alla scuola media sufficientemente attrezzati. Allo scopo si organizzavano vari incontri interdisciplinari di raccordo basati sulla stima e la fiducia reciproca. Era necessario esperire tutte le strategie necessarie all’adempimento completo della scuola dell’obbligo.

Quando nel 1985 vennero pubblicati e ci furono consegnati ufficialmente i nuovi programmi normativi, li scoprimmo decisamente molto più complessi e articolati rispetto ai precedenti. Occorreva cambiare registro in senso lato. L’equipe di esperti che aveva redatto quelle pagine aveva decretato la fine di un’epoca e ne prendemmo atto. Del resto l’aggiornamento è una costante di ogni professionista qualificato. Probabilità, statistica e informatica entravano ufficialmente a far parte del glossario normativo mentre il tempo scuola già cominciava a delinearsi più ampio.

Le sopravvenute esigenze di lavoro delle famiglie indussero a formare sempre più numerose sezioni a tempo pieno sino a prevalere in quasi ogni scuola. Unica alternativa di scelta per i genitori poco convinti dell’orario prolungato era il tempo modulo: tre insegnanti su due classi con due rientri settimanali pomeridiani. In tal caso le discipline venivano impartite da tre insegnanti. Un team liberamente scelto che si assumeva la responsabilità di lavorare condividendo cattedre e obiettivi educativi.

Conservo il libretto accuratamente sottolineato a matita. Per aiutarci nell’impresa si decise un primo autoaggiornamento attraverso l’ indispensabile lettura, lo studio e la condivisione delle parti meno chiare. Comprendere come organizzare le ore a disposizione pareva impossibile se comparate alla mole ivi descritta. Ci si preoccupò di organizzare seminari con vari esperti, ma occorreva impegnarsi maggiormente nonostante i mugugni e le prese di posizione nostalgiche. Personalmente, assieme a pochi altri, decisi di dedicare tempo e denaro all’aggiornamento continuo anche al di fuori dell’orario scolastico normativo.

I corsi si svolgevano annualmente  di sabato ed erano a pagamento, ma la posta in gioco  troppo alta. L’abbonamento alle maggiori riviste scolastiche non bastava più. Tuttavia non tutti potevano investire tempo, denaro ed energie intellettuali in aggiornamento. Col senno di poi, torno a perorare la causa dell’anno sabbatico per tutti i docenti di ogni ordine e grado, come avviene – obbligatoriamente ogni sette anni – negli USA.

 

Proprio da lì giungeva la conferma di ciò che avevamo intuito strada facendo: ciascun bambino normodotato possiede alcuni talenti sui quali occorre far leva, direi quasi da “risvegliare”. La teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner dovrebbe indurre ad accurate riflessioni tutti coloro che si occupano e preoccupano di intercettare e valorizzare il punto di leva da cui partire, le predisposizioni innate, piuttosto che accanirsi sul tallone d’Achille del solito Pierino “poco attento alle spiegazioni”. Un atteggiamento mentale che ribalta le posizioni statiche di alcuni genitori, non solo di insegnanti poco informati. “Mio figlio è come me, non digerisce la matematica ma gli piacciono le lingue straniere”. Dubbie proiezioni dei propri desideri sull’innocente pargolo.

Da sempre l’ignoranza è la madre di parecchie sventure. Se molti scommettitori sapessero che il calcolo probabilistico serve per non illudersi di vincere puntando somme più o meno ingenti su un numero della lotteria che tarda ad uscire, già avremmo raggiunto uno degli obiettivi.  Dal 1996 nacque il gruppo di ricerca “Pensare in matematica” del dipartimento di Pavia, il cui referente scientifico era il prof. Mario Ferrari. Cominciò un’intensa attività di formazione e di raccordo con l’attiva realtà culturale del comune di Rozzano. Laboratori itineranti e confronto sulle attività soprattutto giocose – sia aritmetiche sia geometriche – portarono ad una fioritura di relazioni stabili sull’attività scolastica sempre più soddisfacente e ampia.

Altri interessanti input ci provenivano dall’Università Bicocca per quanto concerne le gare di logica. Problemi senza numeri la cui soluzione richiedeva maggior impegno e concentrazione di quanto non s’immaginasse e una forma mentis più duttile. Come da copione, i bambini stessi avevano molto da insegnarci. Divenire capaci di leggere e produrre grafici non era più un’impresa titanica mentre la capacità di comunicazione conseguente comportava buone capacità di analisi e sintesi dei dati.

L’uso della lingua scritta migliorava di pari passo come pure l’osservazione critica della realtà e l’interpretazione dei segnali provenienti dal mondo circostante. L’avventura della conoscenza nasce dalla curiosità di ogni bambino che incontra un maestro vero da seguire. Probabilmente anche il “ghibellin fuggiasco” l’aveva trovato. A giudicare dal bel libro di Bruno D’Amore: “Più che ‘l doppiar de li scacchi s’immilla. Incontri di Dante con la matematica”.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori