SCUOLA/ Lucignolo contro i buoni maestri: chi vince la battaglia?

- Anna Di Gennaro

ANNA DI GENNARO e VITTORIO LODOLO D’ORIA fanno il punto sulla difficoltà professionale dei docenti, che si trasforma di frequente in un disagio psicologico e fisico che può comportare una serie di problemi, specie nelle relazioni personali

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Foto: Imagoeconomica

Molti validi testi sono stati considerati sorpassati. Tra questi la storia del burattino Pinocchio che non aveva voglia di andare a scuola ma preferiva il paese dei balocchi dove non gli veniva richiesta alcuna fatica. La metafora della vita, da pezzo di legno a bambino in carne e ossa, resta estremamente attuale. Crescere comporta impegno e perseveranza, autodisciplina e desiderio d’imparare.

Solo la conoscenza ci permette di scegliere mentre l’ignoranza ci precludere la possibilità di farlo con cognizione di causa. Oltre ai genitori e alla famiglia occorrono maestri: finalmente questo nome semplice, nobile e genuino torna a riempire di significato i discorsi pubblici dei non addetti ai lavori e gli articoli degli opinionisti di conseguenza. Ciascuno di noi ha avuto maestri di vita: talvolta professori indimenticabili talaltra educatori dell’oratorio, sacerdoti o adulti incontrati quasi per caso.

Tuttavia l’osservazione sistematica della salute psicofisica della categoria docente ha evidenziato negli anni, a partire dal lontano 1979 quando venne pubblicato uno studio intitolato Insegnare logora? Studi e Ricerche Cisl-Sinascel e Università di Pavia su campione statistico di 2.000 educatori, una crescente perdita di prestigio sociale causato dagli stereotipi delle lunghe vacanze e dal privilegio del mestiere part time.

L’obiettivo del suddetto studio era quello di appurare quanto fossero a rischio di usura le prime vie respiratorie ed in particolare le corde vocali dei maestri intervistati cui venne chiesto di compilare un questionario. Inaspettatamente già allora il 30% degli intervistati dichiarò di fare abitualmente uso di psicofarmaci ai tempi prescritti unicamente da medici specialisti. Da molti anni però li prescrivono anche i medici di medicina generale e il loro uso e abuso è divenuto un serio problema.

L’opuscolo ingiallito della succitata ricerca ci è stato gentilmente fornito da Giovanni Polliani che allora presiedeva il sindacato che contava nella scuola il maggior numero di iscritti. Sventuratamente nessuno proseguì nelle indagini di quella profetica intuizione e, dopo la riforma previdenziale di Giuliano Amato del 1992 che aboliva le note baby pensioni, dall’osservatorio privilegiato del collegio medico di verifica della ASL Città di Milano alcuni specialisti registrarono l’aumento vertiginoso di richieste di inidoneità da parte della categoria insegnante rispetto alle altre categorie professionali.

 

La curiosità di comprendere lo strano fenomeno di frotte di docenti “molto strani” fece sorgere la domanda. Ma allora solo i matti vogliono fare gli insegnanti o solo gli insegnanti diventano matti? Quei medici inizialmente burloni però non rimasero indifferenti ed anzi approfondirono, studiarono e cominciarono a contare anno dopo anno l’evolversi della rischiosa situazione venutasi a creare in modo così clamoroso.

 

Ne nacque la prima ricerca comparativa intitolata GETSEMANI del 2002, pubblicata da SOLE 24 ORE SCUOLA. Anche il Maestro era caduto in preda al panico dopo soli tre anni d’insegnamento e – nell’orto degli ulivi – si era sentito solo e abbandonato.

 

Per comprendere meglio la situazione è bene considerare che la popolazione degli insegnanti e la loro condizione di salute potrebbe essere rappresentabile con una piramide a tre piani.

 

L’apice: composto da coloro che sono vittime di una psicopatologia franca come molti di coloro che si considerano vittime di complotti. Si dovrà pensare, insieme al mondo medico-scientifico, ad individuarli, agganciarli e curarli affinché non arrechino danni a se stessi e agli studenti ignari del rischio di logoramento mentale cui va soggetta la classe docente. L’intervento, ad opera di personale specializzato, deve tendere a perseguire la guarigione della persona.

 

Lo strato intermedio: popolato da coloro che sono in condizione di burnout. Deve essere messo a punto quello che gli anglosassoni chiamano il social support, che si traduce nella creazione di strutture di ascolto, informazione, condivisione, counselling e – all’occorrenza – sostegno psicologico. L’obiettivo delle suddette iniziative consiste nell’evitare all’insegnante in difficoltà quei sentimenti di vergogna e isolamento, tipici della persona che si trova ad affrontare questa fase transitoria. Intervenire per tempo è fondamentale poiché la situazione, anziché regredire, può evolvere verso la patologia psichiatrica e giungere a perdere le facoltà di critica e giudizio, scambiata per azione di mobbing dall’interessato.

 

La base: vi si trovano coloro che sono in buona salute. Ci si deve occupare di preservare la loro condizione che è a rischio di logoramento psicofisico. Formare e informare tutti i docenti e i loro dirigenti scolastici – potenzialmente a rischio essi stessi – prevenendo adeguatamente come indicano le recenti indicazioni legislative in tema di sicurezza negli ambienti di lavoro.

 

Quale sarà la risposta delle istituzioni all’interrogazione parlamentare? L’attendiamo da tempo! Un appello indirizzato al ministro perché affronti la piaga del disagio mentale professionale, considerato il fatto che ha già trovato il consenso di oltre 2000 firme certificate a sostegno.

 

C’è solo da augurarsi sia meno superficiale di quella precedente del 2004 quando venne ipotizzato l’e-learning quale miracolosa panacea alla delicata questione medico-psicosociale la cui ricaduta è sulla scuola. Che ne dicono e come affrontano – da questo punto di vista – l’emergenza educativa le associazioni di categoria di insegnanti e dirigenti, nonché le organizzazioni sindacali?

 

(Anna Di Gennaro e Vittorio Lodolo D’Oria)

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