SCUOLA/ Il 5 in condotta può essere efficace, ma non basta a formare degli uomini

- int. Luigi Ballerini

Il Ministero dell’Istruzione ha diffuso l’altro ieri i dati relativi ai risultati del primo semestre dell’anno scolastico ’09/’10. Il dato più sorprendente è la pioggia di 5 in condotta. Ma quest’ultimo rappresenta ancora uno strumento educativo valido? Ne abbiamo parlato con LUIGI BALLERINI

pagella_votiR375_17set08

Pioggia di 5 in condotta. Il ministero dell’istruzione ha diffuso l’altro ieri i dati relativi ai risultati del primo semestre dell’anno scolastico ’09/’10. Insufficienze diffuse in matematica e lingue straniere, ma il dato che salta all’occhio è l’impressionante crescita di cinque in condotta. Eppure, visto il giro di vite annunciato dal Miur, c’era da aspettarselo. Ma l’antico metodo della minaccia del voto in condotta sortisce ancora qualche effetto o è destinata a passare di moda come molte altre trovate cosiddette rivoluzionarie? Ne abbiamo parlato con Luigi Ballerini, psicoanalista ed esperto di educazione

Dottor Ballerini, una pioggia di cinque in condotta. La situazione è davvero così grave oppure c’è dietro anche la volontà di dimostrare che le cose sono cambiate?

Direi che la situazione è effettivamente preoccupante e non si tratta di un fenomeno tipicamente nazionale, ma generazionale, di queste ultime generazioni di studenti. La scorretta modalità di rapportarsi col prossimo in classe è andata aggravandosi nel tempo. Il dato più evidente riguarda il modo che i ragazzi hanno di stare fra loro, caratterizzato spesso da una certa trivialità e cameratismo. A dir la verità l’aggregazione giovanile è stata quasi sempre contraddistinta da simili modi di fare, in cui predomina la logica di adesione alle regole non scritte del gruppo. Il problema oggi è piuttosto l’assenza di una qualsiasi idea di differenza gerarchica fra i ruoli, senza distinzione degli ambiti. Il docente non viene più visto come un individuo cui portare rispetto, ma, quando va bene, viene ritenuto alla stregua di un amico, magari un po’ più grande, al quale rispondere a tono. In classe o al parco l’atteggiamento è lo stesso, immediato (ossia non mediato dal rapporto) e reattivo.

Pare che alle medie il numero di cinque in condotta sia calato addirittura di 2.500 unità. Questo corrobora la tesi che vi sia maggiore volontà di disciplina alle superiori, visti anche i numerosi cambiamenti che coinvolgeranno questo ciclo?

È difficile rispondere con efficacia a questa domanda, proprio perché riguarda le intenzioni non dichiarate di coloro che, con vari provvedimenti, dicono di aver effettuato un giro di vite alla disciplina scolastica. Dubito comunque che vi sia stata un’ondata di educatori o genitori accorti che abbia ridotto il numero di studenti indisciplinati, considerando poi i modelli educativi attuali. Credo piuttosto che si tratti di un problema di organizzazione scolastica e che dunque ogni scuola, in particolar modo nell’ambito delle medie, si sia regolata da sé nello stabilire quali siano i criteri in base ai quali valutare o meno un alunno indisciplinato.

C’è differenza di comportamento indisciplinato fra un ragazzo delle medie e uno delle superiori? Se sì quali sono le principali diversità di comportamento?

 

Si tratta di fasce d’età differenti, questo è sicuro. È bene ricordare che nonostante siano più piccoli alle medie si corre il rischio che i ragazzi “la combinino grossa”, proprio per una certa mancanza nel considerare le conseguenze dei propri atti. Poi sicuramente si danno fenomeni diversi di comportamento relativi ai differenti interessi di un’età piuttosto che un’altra. Ma la differenza sostanziale risiede nel fatto che la responsabilità educativa di un insegnante al liceo è quella di portare dei ragazzi a un’età nella quale potranno essere imputati giuridicamente delle loro azioni. E quindi, come ben si può capire, la posta in gioco è assai elevata. E quello che un tempo si poteva descrivere come un comportamento “sopra le righe”, rischia di trasformarsi in un disagio assai complesso per la vita futura degli studenti. Si capisce quindi quanto sia essenziale e particolarmente delicata l’età adolescenziale dal punto di vista educativo.

 

Crede che la misura del cinque in condotta sia efficace a livello educativo?

 

Credo abbia una certa efficacia. Un ragazzo del giorno d’oggi che frequenta le medie inferiori o superiori ha bisogno di messaggi univoci. Il cinque in condotta ha il merito di parlare chiaro, di dare un messaggio netto e senza compromessi al destinatario. «Se non cambi modo di comportarti, avrai delle conseguenze sulla tua valutazione finale», questo messaggio può avere la sua efficacia. È quella che chiamiamo “sanzione”. Ci sono anche sanzioni positive (di cui solitamente non parliamo) che sono i voti alti, il 10 in condotta, i riconoscimenti da parte di insegnanti. E poi sanzioni negative. L’ideale sarebbe quello per cui i ragazzi inizino a considerare che un cinque in condotta adesso può rappresentare un licenziamento o l’esito infausto di un colloquio di assunzione nel futuro. Ossia che ogni contesto richiede un’adeguata modalità di affronto, anche comportamentale. 

 

Si parla anche di maggiore comunicazione fra la scuola e la famiglia, attraverso numerosi contatti via sms. Crede che ciò favorirà l’educazione dei ragazzi o è solo un metodo costrittivo fine a se stesso?

 

Personalmente preferisco parlare di vigilanza piuttosto che di controllo, tuttavia una certa dose di controllo specie alle medie non guasta. Di sicuro occorre un maggiore confronto fra docenti e famiglie degli alunni; non ho nulla in contrario ad esempio che se un alunno marina la scuola i genitori vengano informati via sms come le ultime iniziative lasciano intendere accadrà. Il problema però è cosa la famiglia se ne farà di questa informazione, quali provvedimenti penserà per la correzione del ragazzo. C’è quindi di mezzo il rapporto genitori-figli su cui, questa aumentata comunicazione, si innesta. Non dobbiamo ingenuamente sopravvalutare l’efficacia di un’informazione fine a se stessa.

 

Ovvero?

 

CONTINUA A LEGGERE L’INTERVISTA, CLICCA SUL SIMBOLO ">>" QUI SOTTO

 

È il rapporto in sé con i genitori ad essere spesso in crisi. Come si può pretendere che i ragazzi apprendano il rispetto per l’autorità, per l’insegnante o anche per le istituzioni, quando sovente in casa hanno genitori che si comportano da “amici”? Il ruolo del genitore deve essere chiaro fin da subito, mantenere non una distanza, ma una dissimmetria nel rapporto coi figli rispetto a quella che può essere l’esperienza di un’amicizia fra coetanei. Mentre spesso assistiamo a rapporti disordinati, in cui i genitori sono compagnoni se non addirittura complici delle “imprese” dei loro figli. Possiamo quindi immaginare, in un simile contesto, lo scarso effetto che può avere una nota, un cinque in condotta, un sms o una qualsivoglia sanzione disciplinare. Se il messaggio che passa in casa è “devi farti furbo” o “devi farti valere” la prepotenza può essere suggerita quotidianamente come forma di rapporto normale.

 

Abbiamo parlato dei genitori e della validità o meno dei provvedimenti disciplinari a scuola. Un’ultima domanda sul ruolo degli insegnanti: che cosa deve cambiare, a suo avviso, nell’esercizio di questa professione?

 

Per alcuni ragazzi la scuola rappresenta oggi l’ultima chance, per tutti un’opportunità straordinaria. La scuola costituisce l’opportunità di ristabilire rapporti fra soggetti in cui la forma sia rispettosa dell’altro e dell’apporto che l’altro può metterci nel buon andamento del lavoro di classe.

 

In “soldoni” che cosa occorre fare?

 

Occorre abbassare la soglia di tolleranza degli insegnanti per tutti quei comportamenti che sembrano di confidenza e vicinanza, ma che in realtà minano la possibilità del lavoro stesso in classe. Comportamenti incongrui infatti rendono più difficile il lavoro di chi desidera lavorare, più faticoso spiegare ed apprendere, aggiungono fatica e pesantezza inutile assieme ad una pericolosa distrazione comune. Nel riprendere e sanzionare anche col voto questi comportamenti l’insegnante svolge un compito di difesa della classe, di quegli individui che si sono alzati e recati a scuola con desiderio, magari confuso, di imparare. Il percorso scolastico comporta una convivenza lunga e stretta, spesso la condivisione dello stesso luogo e del tempo per molti anni. È importante che l’insegnante sappia favorire e incoraggiare quel tipo di familiarità che permette un lavoro comune, senza tensioni e inutili conflitti, ma soprattutto senza scivolare in possibili connivenze in cui tutto è permesso e giustificato, anche il venir meno del dovuto rispetto all’adulto e ai compagni. Come in ogni relazione sociale proficua e fruttuosa, anche a scuola il soggetto deve metterci del suo per fare andare bene le cose.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori