SCUOLA/ 1. Quando studiare Dante e avvitare una lampadina è “completare” il mondo

- Stefano Giorgi

Che cos’è davvero la formazione professionale? Attivare azioni di conoscenza su misura, non precostituite. Scoprendo se stessi e “completando” la realtà. Lo spiega STEFANO GIORGI, direttore del Cfp In-presa di Carate Brianza (Milano)

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C’è una novella di Pirandello che può darci l’idea giusta dell’importanza della educazione attraverso il lavoro: Ciàula scopre la luna. Questa novella narra di un ragazzo, Ciàula, che lavora in una solfatara e spinge tutto il tempo un carretto pieno di carbone, come fosse una bestia. Una notte accade qualcosa di imprevedibile:

«[…] Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.

Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna!

E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta».

Ciàula vede la luna e, guardandola per la prima volta con consapevolezza, sente di riacquistare la dignità di essere umano. Questa è l’esperienza della formazione professionale: i ragazzi, che spesso decidono di “assentarsi” per un tempo indeterminato dall’impegno con se stessi e con il mondo che li circonda, sono aiutati a svegliarsi.

In un romanzo di Chaim Potok, Il mio nome è Asher Lev, viene riportata continuamente questa espressione: «Non devi disprezzare il mondo di Dio, anche se non è completo»; «devi completare». O ancora nell’introduzione alla Storia degli ebrei, sempre di Potok, nella prima pagina c’è scritto: “Per qualche misteriosa ragione il mondo di Dio era imperfetto. Compito dell’uomo era aiutare Dio a perfezionarlo”.

Questo è il lavoro e anche il suo senso: il lavoro, cioè, è una forma privilegiata dell’espressione dell’uomo, appartiene al suo desiderio di costruire e di incidere sulla costruzione del mondo.

C’è un episodio all’inizio della avventura di In-presa (Centro di formazione professionale a Carate Brianza) che chiarisce questo punto: un ragazzo che stava facendo il tirocinio da elettricista ha sistemato le luci dell’aula dove si stava svolgendo la lezione di Diritto del lavoro e, interpellato dall’insegnante circa la concezione che lui aveva del lavoro, con orgoglio ha detto ai compagni:”La vedete quella luce lì? Quella lampadina? Prima non c’era, era rotta. Adesso c’è e l’ho fatto io! Ecco questo per me è il lavoro”. Cioè attraverso di me il mondo è più bello, più completo, più corrispondente al desiderio umano.

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La formazione professionale è questo: permettere ai ragazzi di avere una percezione positiva di sé attraverso un cammino di apprendimento, di conoscenza in contesti e con modalità diverse, ma ugualmente e fortemente dignitose, rispetto a quelle della cosiddetta istruzione; è come attivare azioni di conoscenza “su misura”, non rigide, non precostituite. È il metodo che l’esperienza lavorativa mette in campo: occorre partire dall’esperienza, affidando ai ragazzi la risoluzione di un problema come compito. Il percorso didattico che così viene sviluppato è dalla “consegna del problema” al “compito”; e il ruolo fondamentale dell’insegnante, del “maestro” – sia esso d’aula, di laboratorio o in azienda – è quello di far sorgere nei ragazzi delle domande su quel pezzo di realtà che viene posto loro dinnanzi.

 

Far sorgere delle domande è l’unico modo per rendere possibile un reale cammino di conoscenza; perché, mettendo in moto la persona, l’impegno per la trasformazione della realtà rende possibile la scoperta di sé. Scriveva don Giussani in Alla ricerca del volto umano: «I fattori costitutivi del soggetto umano non si colgono in astratto, non sono un pregiudizio, ma risultano evidenti nell’io in azione, quando il soggetto è impegnato con la realtà».

Facendo così non rinunci a nulla: non rinunci a Dante perché i ragazzi lo scoprono come capace di descrivere la loro esperienza quotidiana meglio di loro stessi; non rinunci alla matematica, al diritto, nemmeno alla filosofia. Il vero problema culturale è inerente la solidità e la struttura della persona: tutto al servizio dell’avventura della scoperta di sé. Il cammino della conoscenza permette ai ragazzi l’attivarsi in loro di risorse che non credevano possibili. Che occorre? Un maestro, certo che la realtà ha una positività che ognuno è degno di scoprire. Occorre un modo di far lezione che permetta di fare esperienza di ciò di cui si tratta; lezione che può avvenire non solo in aula o in laboratorio, ma anche in un ambiente di lavoro, laddove si accompagnino i ragazzi nella scoperta del senso di quello che si fa.

 

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La rivista La Nuova Europa ha recentemente pubblicato un breve articolo di Pavel Florenskij sulla lezione, dal titolo Lezione o lectio. In esso il grande filosofo e scienziato russo descrive benissimo, a mio avviso, l’avventura culturale nella formazione professionale: «La lezione ideale è una sorta di colloquio, di conversazione tra persone spiritualmente prossime. La lezione non è un tragitto sul tram che ti trascina avanti in binari fissi e ti porta alla meta per la via più breve, ma è una passeggiata a piedi, una gita, sia pure con un punto finale ben preciso… per chi passeggia è importante camminare, non solo arrivare […] la lezione non deve insegnare questo o quel genere di fatti, generalizzazioni o teorie, ma creare il gusto della scientificità, dare l’innesco, il lievito alla attività intellettuale. Non è tanto un principio nutritivo, quanto fermentativo e la fermentazione consiste nel gusto per il concreto acquisito per contagio; consiste nella scienza di saper accogliere con venerazione il concreto… l’aspirazione a vedere con i propri occhi e a toccare con le proprie mani».

 

 

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