SCUOLA/ Morta, Scossa e Macabro: cosa ci insegnano i bambini “orrendi”?

- Luigi Ballerini

Morta, Scossa e Macabro, i tre bambini non proprio protagonisti del libro di Aquilino, hanno molto da insegnare non solo ai bambini ma anche agli adulti. Il commento di LUIGI BALLERINI

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Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)

Sono partito nella lettura con un pregiudizio, lo ammetto. Ma come si fa a pubblicare un libro con protagonisti tre bambini dal nome Morta, Scossa e Macabro? Soprattutto quando Morta è morta davvero, Scossa è una bambina elettrica che assomiglia a Tempesta degli X-Men e Macabro è un bambino pustoloso dalle ferite che non si rimarginano, orrendo. Orrendi per sempre, appunto è il titolo del libro di Aquilino uscito per Giunti e destinato a ragazzi di nove-undici anni.

Eppure la scrittura veloce, semplice senza essere banale, mi cattura subito e mi concede di conoscere meglio i piccoli protagonisti, che da una parte sembrano, dall’altra sono. Morta di nome e di fatto in realtà è una bambina che tutti vedono morta, ma che dentro desidera e sa di essere viva; Scossa è nervosetta, un po’ elettrica, capace di fare venire i capelli dritti a chi osa contrastarla o sfidarla; Macabro invece è un tenero bambino dalla ferita sempre aperta, una ferita che cerotti e bende non sono sufficienti né a coprire né a sanare.
 
I tre per la prima volta si sentono (telepaticamente) chiamare amico da qualcuno, uno sconosciuto lontano di nome Albein, un genietto disabile capace di costruirsi un paio di gambe bioniche ed emarginato a scuola perché, a detta di suo padre Reginald: “quando i compagni incontrano uno come Albein, lo detestano perché lui non solo è più intelligente, ma anche modesto”. E questo lo rende bersaglio di tutti.

Grazie a un ingegnosa invenzione del loro futuro amico (solo la prima della storia) i tre orribili vengono teletrasportati in una vera casa dove incontrano Reginald e Annette, papà e mamma di Albein, che inizieranno a prendersi cura di loro in una vera esperienza di accoglienza, attraverso errori e correzioni di prospettiva. È nella nuova casa e dopo alcune avventure che gli orrendi diventano gli Orrendi, un team potente con la missione di salvare bambini in difficoltà in giro per il mondo.
 

L’ultima parte del racconto, una missione dai toni rocamboleschi, perde un pochino dello smalto iniziale, come se tutto si fosse ormai compiuto; c’è da augurare all’autore di ritrovare e mantenere nei sequel quel registro sospeso tra il simbolico e il reale che è sotteso così bene all’inizio di questa sua opera e pare davvero promettente.

Resta interessante e decisiva la questione che il testo pone, quella dei bambini orrendi, che non piacciono a nessuno. Qualcuno un po’ farisaicamente e preda di un attacco di buonismo potrebbe obiettare che in realtà non esistono, che i bimbi sono tutti belli e cari. Peccato che sia una menzogna. Per non andare troppo lontano a volte possono apparirci orrendi persino i nostri stessi figli, quando non ci piacciono (più), quando deludono le nostre (indichiarate) attese, quando fanno di tutto per toglierci la pelle da addosso (e noi glielo permettiamo).

Eppure occorre partire da una certezza: non esistono bambini cattivi, esistono solo bambini incattiviti. Lo stesso vale per gli adolescenti tremendi, antipatici, stupidi, apatici o irresponsabili. Quando i ragazzi sono orrendi è perché è accaduto – o non accaduto – qualcosa, non si tratta di un dato di natura.

Di là dal romanzo – che ha tutti gli elementi per piacere ai ragazzi, persino ai meno “forti” nella lettura – ciascun membro dell’orrendo trio ha qualcosa da dirci al riguardo. Morta ci invita a non credere alle mascherate, non cedere mai alla tentazione di credere che un giovane possa davvero essere uno zombie, un cadavere ambulante nel mondo privo di desideri e interessi. In lui, da qualche parte, persiste sempre almeno un residuo di normalità che sopravvive e chiede di essere resuscitato, rianimato perché possa di nuovo darsi soddisfazione nella vita.
 

Scossa ci invita a ritarare lo sguardo su chi è troppo reattivo, su chi salta per poco divenendo capace di scenate e atti inopportuni. Senza chiedere concessioni e sconti ci avverte che a volte non è facile controllarsi, soprattutto quando si è imparato presto a fare così e certi atteggiamenti appaiono l’unica forma di rapporto possibile. Ci dice anche che in fondo non piace a nessuno essere sempre elettrici, perché ci sono solo svantaggi e perché sarebbe più facile stare con gli altri arricchendosi reciprocamente. Occorre allora saper riprendere questi ragazzi cambiando le regole del gioco, con fermezza, ma senza restituire tensione ed elettricità. Proponendo una nuova forma di rapporto, più conveniente.

Macabro, invece, ci aiuta a considerare le ferite dei bambini, che a volte non guariscono da sole, ma possono restare continuamente aperte, senza rimarginarsi. Accadrà se qualcuno saprà innanzitutto notarle e poi trattarle giudicando l’accaduto e ripartendo dal buono che comunque deve esserci stato nella storia personale fino a quel momento. Perché è dal buono che si parte sempre.

Alla fine questo trio, su cui ero così dubbioso, suscita una sconfinata simpatia, altro che repulsione. Verrebbe voglia di parlare personalmente con ciascuno di loro e sentire bene cosa hanno da dire. Anche perché, chi ha mai detto che debbano davvero restare Orrendi Per Sempre?
 

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