EDUCAZIONE/ Il piccolo San Lee ci spiega perché la menzogna non è un’arte

- Luigi Ballerini

San Lee è un ragazzino cinese adottato in America, protagonista de L’arte di sparare balle di Jordan Sommenblick. E ci insegna tante cose. Lo ha letto LUIGI BALLERINI

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Foto Imagoeconomica

San Lee è un ragazzino cinese adottato in America, sta finendo la terza media e dice un sacco di bugie. Non lo fa perché è cattivo o malizioso, sta solo cercando il suo posto nel mondo e desidera essere speciale, unico. Possiamo seguirlo passo per passo nell’ennesimo trasferimento in una nuova città, questa volta Houston, in L’arte di sparare balle di Jordan Sommenblick, in libreria per Giunti. E attrae subito la nostra simpatia.

Fin dalle prime pagine lo troviamo alle prese con la questione clou, che riportiamo prendendo a prestito le sue parole: “Ma cosa c’era di unico in me? Ero povero. Cinese. Adottato. Vivevo in una famiglia di disadattati. Avevo la fobia degli insetti, soprattutto i ragni. Non c’era niente fra queste cose che balzasse all’occhio urlando: Ehi guarda quanto sono speciale!”.

Suo padre è in prigione; dell’uomo sappiamo quanto basta, ossia che è un inguaribile truffatore, uno che ha fatto della menzogna il mestiere della vita ed ha portato alla rovina la sua famiglia, riempiendola di debiti e vergogna, costringendola a cambiar casa in continuazione. E così succede a San, come a molti altri nelle sue condizioni, che per abbandonare la strada di un padre odiato che non si vuole nemmeno più sentire al telefono nella chiamata settimanale concessa dal giudice, rischia proprio di seguirla uguale uguale.

Per essere speciale nell’ennesima nuova scuola, San decide infatti di assumere l’identità di un imperturbabile maestro zen spacciandosi per fine conoscitore della disciplina; sono complici negli eventi anche il suo essere asiatico e uno strano abbigliamento dettato in realtà dalla condizione di povertà: maglietta, pantaloncini e sandali, sebbene l’inverno in Texas sappia essere davvero rigido e nevoso. In realtà il castello di menzogne sembra pian piano costruirsi da sé. È bastato infatti innescare la miccia della curiosità altrui perché poi il ragazzo si trovi cucito addosso un ruolo che non è affatto suo, che spesso gli sta stretto, ma che porta con sé almeno un indiscutibile vantaggio: la vicinanza di Woody, affascinante coetanea coprotagonista di questa storia, che se risulta molto americana nella sua ambientazione anche culturale, resta universale nelle tematiche che affronta.

San ha certo una colpa, quella di non riuscire a sottrarsi, di gustare sempre più la sua nuova (falsa) immagine senza trovare l’energia e il coraggio di fermare il gioco prima che sia troppo tardi: d’altro canto farlo diventa ogni giorno più difficile e la paura di perdere la possibilità dell’amore troppo grande.

Inevitabilmente la situazione precipita; in realtà lo temevamo fin dall’inizio, ma ciò inaspettatamente rappresenta l’occasione per una nuova partenza. Più faticosa, certo, ma più sincera. E così, quell’amicizia che sembra promettere di più, potrà forse poggiare su basi finalmente solide.

La storia raccontata in prima persona da San non passa inosservata nel panorama editoriale per ragazzi. Lo scenario famigliare è quello cui, nostro malgrado, ci stiamo abituando: situazioni distrutte, ricostruite, allargate. D’altro canto la narrativa raccoglie ciò che trova sulla strada e restituisce, a volte amplificata, la realtà di tutti i giorni. Non si tratta mai di negare, semmai di giudicare.

Qui però abbiamo almeno un ragazzino in difficoltà pieno di risorse e di desideri che si ostina a non mollare. Come spesso i ragazzi fanno, sebbene a volte noi non lo riconosciamo. E gli adulti non sono mai presentati come nemici; talora faticano a capire, hanno le loro difficoltà, ma conservano l’occasione di essere punto di riferimento per i minori. Luogo di confronto e di accoglienza, facilitatore di riflessioni e giudizi.

Il finale, positivo e di rilancio, non è né ingenuo né facile. E nemmeno scontato oggi, dove spesso il cinismo viene scambiato per realismo. Ha piuttosto il sapore di un giudizio che non ha reso vana l’esperienza fatta, errori compresi.

Impara l’arte e mettila da parte, suonava un vecchio proverbio. San, come dice il titolo, un’arte l’ha imparata, forse anche precocemente da suo padre, ma il suo metterla da parte non appare tanto come un rinnegamento o uno sconfessamento, quanto il passaggio a un altro ordine di idee. Più vantaggioso e benefico. Mai aver paura della realtà, è pur sempre da essa che si riparte, potremmo concludere.

Sono certo che me la caverò, dichiara San nel finale. Anche noi ne siamo certi e facciamo il tifo per lui, come per tutti i bambini ai quali le menzogne appaiono come soluzioni praticabili.

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