SCUOLA/ Chiosso: le punizioni “hockey” di Rossi Doria? Bene, ma non ci sono ricette magiche

- int. Giorgio Chiosso

La disciplina scolastica? Il sottosegretario Rossi Doria ha suggerito la regola dell’hockey. Per GIORGIO CHIOSSO è importante il patto educativo scuola-famiglia

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Immagine d'archivio

Il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria deve anche essere un appassionato di sport come l’hockey. Parlando infatti al convegno Tenere la classe, la responsabilità degli adulti che si è svolto nei giorni scorsi a Trento, ha proposto l’introduzione nelle scuole della cosiddetta regola della sospensione che vige nell’hockey. In pratica, quando si viene espulsi, non si viene cacciati dal campo fino al termine dell’incontro come avviene ad esempio nel calcio, ma solo per qualche minuto rimanendo a guardare gli altri che continuano a giocare, poi si rientra in campo. Un modo, dice Rossi Doria, per riflettere su quello che si è fatto. Per il sottosegretario – che ha citato il caso di una scuola di Trento che già applica tale norma – una idea da sviluppare e proporre a livello nazionale. Nella scuola in questione, i ragazzi che si rendono autori di comportamenti contro le regole vengono sanzionati, invece che lasciandoli a casa, facendo loro svolgere dei lavori socialmente utili o restando in classe, ma sperati dai compagni. Una sanzione dunque alternativa e rieducativa. Secondo Giorgio Chiosso, professore ordinario di Storia dell’educazione nell’Università di Torino, “un esperimento senz’altro interessante, ma che deve tenere conto delle regole pedagogiche fondamentali dell’aspetto educativo”. Per Chiosso, è necessaria prima di tutto la condivisone sul metodo da applicare: tra i docenti e con le famiglie.

Professore, una riflessione a caldo su quanto suggerisce il sottosegretario all’Istruzione: le sembra una proposta valida?
Innanzitutto penso sia importante che ritorni sulla scena del dibattito generale il fatto che esiste un problema di disciplina nelle scuole. Un tema che invece per decenni è stato ovattato dentro una specie di buonismo e permissivismo mescolati, nella convinzione che qualunque azione non dico di tipo punitivo, ma di tipo correttivo fosse una azione anti libertaria, che violasse la libertà dell’altro, qualcosa che insomma metteva in discussione il libero sviluppo dell’energia altrui.
Qual è allora il modo giusto per discuterne?
Credo che il fatto che se ne ridiscuta, e soprattutto se ne ridiscuta non solo nell’ottica del voto di condotta, come è stato con recenti provvedimenti in un logica di tipo disciplinare militare, ma in un logica educativa, sia una cosa importante e significativa. Vuol dire tornare a prendere coscienza di qualcosa che gli insegnanti sperimentano tutti i giorni e cioè che è difficile tenere la disciplina nelle classi, e che ci sono molti casi complessi.
Il suggerimento di Rossi Doria in sostanza la trova d’accordo.
Credo che quella della sospensione a termine sia un primo elemento interessante.
Ma non sufficiente?
Sono convinto che in materia correttiva non esista alcuna ricetta magica. Quello tenuto a Trento e ripresa da Rossi Doria è sicuramente un esempio interessante,  non so però se è generalizzabile. Credo non ci sia infatti ambito così soggettivo e così legato alla situazione particolare come quello che tocca la sfera della disciplina e del comportamento etico.
Quale sarebbe allora il suo suggerimento al proposito?
Sarei dell’avviso che bisognerebbe lasciare libertà di iniziativa alle scuole, trovare dentro la loro autonomia delle regole condivise e approcci congruenti con il territorio e con i soggetti con cui hanno a che fare. Perché un conto è lavorare in una scuola bene del centro di Milano o di Torino, e un conto è lavorare nelle periferie di Napoli o Palermo, oppure lavorare in un piccolo paese di campagna. Credo ci sia una forma di autonomia scolastica educativa che vada esercitata, naturalmente escludendo i fatti gravissimi che sfiorano i reati penali.

Quali criteri base adottare?
L’unico criterio di cui tenere conto è che la correzione-punizione – correzione perché una punizione per essere educativa deve essere sempre correttiva -, non sia solo fine a se stessa altrimenti entra nella logica punitiva militare. Prima occorre individuare delle regole pedagogiche che funzionano; la libertà lasciata alle scuole deve essere inquadrata in queste regole. Mi sembra che Rossi Doria sostanzialmente si muova dentro questa logica.
Ci faccia un esempio del tipo di correzione che lei reputa valido ed efficace.
La correzione prima di tutto deve essere immediata, non si può intervenire a distanza di tempo di fronte a una situazione di sbaglio o di comportamento inadeguato. Ci vuole poi un intervento congruo e proporzionato, congruente al fatto commesso e proporzionato all’età e al contesto e soprattutto ci deve essere una decisione condivisa: che è il punto più delicato. E condivisa tra docenti e famiglie. Per capirci: un tempo era normale che io – parlo di sessant’anni fa – se dicevo a mio padre che a scuola ero stato punito, mi prendessi uno schiaffone senza che mio padre volesse neanche sapere il motivo della punizione. Oggi invece inizia un processo agli insegnanti per capire quali ragioni li hanno portati a rimproverare un figlio. La condivisone è problema serio e delicato.
E’ decisiva, dunque, la partecipazione della famiglia al processo educativo.
Se dopo un rimprovero qualcosa scatena la reazione dei genitori, è chiaro che otteniamo il risultato opposto: niente viola di più la regola educativa che la disunione degli educatori.

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