SCUOLA/ Quando la dislessia mette più in difficoltà le famiglie che i bambini

- Eleonora Carravieri

Dislessia o disturbi di apprendimento? La prima è in crescita, secondo le statistiche, ma molto spesso i dati tradiscono un approccio affrettato al problema. ELEONORA CARRAVIERI

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Immagine d'archivio

Il minestrone alla genovese necessita di un certo numero fisso di ingredienti, di un lungo tempo di cottura, di essere servito e condito con olio e odori freschi e naturalmente di commensali che sappiano apprezzare la differenza con quello surgelato. Questo preambolo per commentare l’abitudine della nostra società a consumare tutto velocemente: in ogni ordine di scuola gli insegnanti sono in allarme e una quantità di ragazzini sono inviati presso le Asl o gli specialisti privati competenti per diagnosticare un possibile disturbo d’apprendimento. In prima elementare perché il bambino non scrive ancora nel quadretto, in seconda perché ci mette troppo tempo sia a leggere che a scrivere, in terza perché fa troppi errori, in quarta perché fa ancora errori e non se ne accorge, in quinta perché non capisce i problemi pur sapendo le tabelline, in prima media perché “fatica a recuperare, mette molto impegno e energia ma… non si può che pensare che le sue capacità sono state sottovalutate e ora… siamo in ritardo”. La diagnosi è necessaria ma a volte, invece di rimettere in moto, frena.

Alla consultazione i genitori ripercorrono, a volte con sgomento, le settimane e gli anni di scuola dei figli; all’asilo andava tutto bene, ha cambiato ogni anno insegnante ma nessuno ha segnalato niente, mia moglie dice che fa fatica ma io lo trovo come i suoi compagni, è come me da piccola, anche suo fratello non leggeva volentieri poi ha cominciato e non si ferma più.

Le logopediste, in genere, sono il primo professionista interpellato, accolgono con ansia pressate dalle scadenze della diagnosi e dei test; se vedo  il bambino  troppo presto cosa scrivo sulla relazione? Meglio inviarlo prima al neuropsichiatra infantile (Npi)? Devo dedicare tempo anche alla raccolta delle informazione che la maestra mi ha suggerito o chiedo subito la cooperazione di uno psicologo? Insomma si rischia di non darsi il tempo dell’osservazione e della descrizione delle abilità specifiche.

E’ un periodo di stress per questi tre figure dopo l’approvazione della legge sulla dislessia di luglio 2011, che temono di perdere sia tempo che i tempi giusti. Il tempo ha un valore cardinale nello sviluppo sia di un bambino che inizia la scuola elementare che di quello che inizia le medie. L’insegnante deve darsi tempo per osservare caratteristiche, stile cognitivo e l’evoluzione delle abilità.

L’esperienza  aiuta a riconoscere chi esce dal ritmo della classe, è necessario però capire meglio la fatica del bambino, fornire informazioni descrittive alla famiglia, iniziare un dialogo che permetta ad entrambi di giungere ad una decisione, se necessario di chiedere a un terzo di valutare o anche solo di riprendere la propria specificità pedagogica.

La famiglia, sempre più spesso, vive come un esame queste comunicazioni, come se difficoltà, lentezza ed errori fossero un marchio fluorescente per il suo bambino, così si ferma in attesa e spesso confonde le segnalazioni con il malessere del bambino che inizia a perdersi tra codifica e decodifica, linea dei numeri, decine e tabella pitagorica.

La legge indica la necessità di una équipe multi professionale: il Npi, lo psicologo e il logopedista, per distinguere un disturbo specifico da una fatica aspecifica: tre figure per valutare con modalità differenti lo sviluppo dell’apprendimento che è multiforme, con una grande valenza affettiva e caratteristiche evolutive peculiari in ogni fascia d’età. Occorre una  diagnosi multidisciplinare per non perdere i tempi personali dello sviluppo, dell’evoluzione, dell’autostima, per limitare gli oneri economici a volte insostenibili, vista le lunghe liste d’attesa dei servizi pubblici, per potenziare il recupero anche nell’ambito scolastico attingendo all’energia e all’esempio del gruppo dei pari, o per valorizzare la mediazione  famigliare dove possibile.

La Regione Lombardia nel tentativo di rispondere ai bisogni del cittadino e di applicare la legge, ha istituito un tavolo di lavoro che nel 2012 cercherà di descrivere chi fa cosa e come, ribadire i tempi, non tanto della diagnosi ma anche della presa in carico. La Consensus Conference indica tempi così brevi di intervento (20-25 sedute) che possono servire solo a stimolare abilità peculiari o indicare input da approfondire in altri ambiti.

E’ di nuovo una questione di tempi e, tornando alla metafora, bisogna rendere un minestrone surgelato degno della tradizione culinaria italiana.

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