SCUOLA/ Per amare la lettura occorre volere un po’ di felicità

- Alberto Brasioli

Si legge, afferma ALBERTO BRASIOLI, quando si intuisce il vantaggio di mettersi nel luogo sorgivo della lettura di un altro, nel punto che ha generato il suo sguardo sul mondo

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Dal film: Marcellino pane e vino, 1955, di L. Vajda (immagine d'archivio)

Premessa prima. Ho avuto la certezza oggettiva di non essere razzista quando un mio nipote – seconda elementare -, osservando la foto di un suo coetaneo che Avsi ci aveva affidato a distanza – un kenyota nero come l’ebano – ci ha chiesto: “E come mai non ha le scarpe?”. Ottima osservazione.

Premessa seconda. Ho avuto la certezza di aver avviato qualcuno alla lettura quando un altro mio nipote – terza elementare – mi ha portato da scuola un volume dell’Enciclopedia che riteneva dovesse interessarmi moltissimo per via di certi animali di cui dava notizia. Da sua madre ho poi saputo che aveva combattuto strenuamente per ottenere il permesso di far uscire dall’aula quel libro di sola consultazione e di peso non indifferente. Adesso è normale che anche gli altri ci suggeriscano di quando in quando alcuni testi fondamentali (ad esempio la serie di Code Lyoko. Stupenda. Nessun interesse, fortunatamente, verso i libri del maghetto della Rawlings) sui quali amerebbero conoscere il nostro parere. Sono contentissimi quando ci piacciono. “Ahhà – ridono – ti ho beccato eh? Lo sapevo che avresti detto così!”

Lo stesso vale, ovviamente, per i film. In primis Kung Fu Panda e La Pantera Rosa. Ma anche vecchie pellicole di guerra: Lo sbarco in Normandia, I cannoni di Navarone o il supremo: La battaglia di Midway. Insomma, si leggicchia. Ci si tiene aggiornati sui destini del mondo. Si conosce bella gente. Una pagina qua e una là. Esperienze forti, che facciano respirare.

Come è successo tutto ciò? Per grazia di Dio, naturalmente. La quale grazia ha assunto – nel nostro caso – la consistenza materiale di una convinzione sempre più radicata, esprimibile nella formula: si scrive “lettura”, ma si legge “fame del mondo intero”. I disappetenti, gli schifiltosi, raramente fanno la fatica di leggere. La formula ha anche una specie di codicillo, che provo a esprimere in forma di racconto. Un paio di estati fa portammo i nostri piccoli lettori agli scavi di Roselle, vicino a Grosseto. Posto magnifico, che avevo già visitato secoli fa, quando i lavori erano appena iniziati. C’ero andato in bicicletta, con mio padre. Allora la strada era sterrata e in un punto in forte pendenza la catena della bici del genitore si era schiantata. Da lì una serie di avventure che avevo raccontato ai ragazzi, scendendo dalla macchina. Al momento di venir via uno di loro ha chiesto di fermarsi un attimo perché voleva vedere bene una casa sulla quale però non sapevo cosa dire. Dopo poco lui mi fa: “Lo sai perché ti chiedo tutte queste cose? Perché quando porterò qui i miei bambini gli dirò anche che ci sono venuto con te, come tu ci hai detto di tuo papà. Non ti sembra una bella cosa?” Voi cosa pensate che abbia risposto?

Voglio dire, con questo, che la lezione che ho imparato dai miei nipoti – e da altri come loro – è che o uno impara a leggere per conto suo (e in questo caso non c’è bisogno di nessuno che gli faccia sorgere quel gusto) o uno si butta a leggere perché intuisce che quello dei lettori voraci (ma anche dei ciclisti voraci, o dei patiti di lepidotteri, di gechi o delle grandi battaglie) è proprio un bell’ambiente. Allegro, interessante, amichevole al massimo. Si legge quando si capisce che vantaggio – e che felicità – si può trarre dal fatto di collocarsi nel luogo sorgivo della lettura di un altro. Nel punto che ha generato quel suo sguardo così strano sul mondo. Il che non vuol dire affatto continuare a ripetere i suoi giudizi. Al contrario, significa assumersi la libertà di sperimentare la produttività di quello sguardo – o di quella parte di esso che si è fatta propria, o con la quale si sta dialogando – nel corso degli anni e in quello spazio che solo amore e luce ha per confine, come ha detto uno dei nostri.

 

Al ginnasio – non so come la cosa mi sia venuta in mente proprio adesso – avevo una prof che ogni anno che Dio mettesse in terra ci faceva leggere la poesia “Alla luna” di Leopardi, infischiandosene bellamente del fatto che magari l’avessimo già studiata l’anno prima. Si vede che le era piaciuto molto come gliel’avevano spiegata all’Università. “Alla luna” è ovviamente una bellissima poesia. Lei, però, non andava molto oltre. Non veniva mai voglia a nessuno di sottoporle, che so?, una poesia di Lorca o un racconto di Hemingway (Guanda e Einaudi li andavano proponendo proprio in quegli anni), per poi parlarne insieme. Sapevamo che non ci avrebbe trovato niente di interessante. Con tutta la sua buona volontà, non sapeva nemmeno cosa volesse dire insegnare a leggere.

C’è anche un’altra cosa da aggiungere, a questo punto. E cioè che viviamo in un tempo straordinariamente ricco, strepitosamente, spaventosamente ricco di possibilità per noi lettori affamati. Prendiamo il caso di Juan Ramon Jiménez. Era il poeta preferito di una mia fiamma liceale. Il vertice della sua poesia era, per me e allora, costituito dal verso: “Al amanecer, el mundo me besa en tu boca, mujer” (l’amanecer è il farsi del primo mattino, per chi non lo sapesse); il resto poteva aspettare. Tanto più che potevamo, sì, farci regalare per il compleanno le sue poesie tradotte in italiano. Ma per il resto era notte fonda. E in effetti il mio Jiménez ha atteso fino a quando, grazie ai nuovi libri che si leggono sullo schermo, tutto Jiménez (ma anche tutto Antonio Machado, il vecchio Lorca e via di seguito) mi si sono dispiegati in tutta la ricchezza dei loro orizzonti.

 

Grazie a Flickr e a Google maps ho potuto finalmente camminare sulle sue (sulle loro) strade, visitare i loro paesi, guardare i loro paesaggi, conversare con altri maniaci della loro poesia sparsi per il mondo. Grazie, Internet. Che mi hai permesso di vedere i ponti di Pietroburgo nominati da Gogol o Dostoevskij, di seguire il tenente Slothrop e gli altri personaggi di Pynchon nella vecchia America e nell’Europa degli anni miei di bambino, che mi hai consentito di andare a pescare sul Tennessee o a caccia di scalpi con Cormac McCarthy, affiancare il padre di Nabokov sulla via della seta e quello di Philip Roth nella sua malattia e gli amici dell’esule russo a Berlino o di conoscere i motel in cui quel pazzo trascinava Lolita. E di risolvere certi sospetti relativi alle traduzioni grufolando direttamente nell’originale. E molto altro ancora. Tutte avventure che solo pochi anni fa sarebbero state semplicemente impossibili, se non altro per il tempo e il denaro che avrebbero richiesto. 

 

No. Non sono un feticista della carta. Possiedo – è vero – edizioni di Foscolo e Leopardi del tempo in cui entrambi erano ancora in vita. Ma trovo molto più comodo portarmi dietro la letteratura italiana quasi intera in una chiavetta USB o comperare per due lire qualsiasi libro (o almeno quelli nuovi, o quelli recenti più importanti) in formato elettronico. Una vera benedizione per chi sa quale immane sforzo muscolare richieda la lettura dell’Arcobaleno della Gravità nella Bur, per non fare che un nome. Quel che mi interessa non è il supporto. Quel che mi importa è stare con grandi uomini e grandi donne, capaci di farmi stupire incessantemente della straripante ricchezza del mondo che albeggia e mi bacia nelle loro fresche parole. Qualcun altro vuol condividere con noi questa forma della felicità, come l’ha chiamata Borges?           

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