SCUOLA/ Cosa vuol dire trasmettere ai nostri allievi la poesia dei “grandi”?

- Mauro Grimoldi

MAURO GRIMOLDI spiega come intende il suo lavoro di insegnante. Sono la fedeltà, la durata, la tenuta che scandiscono il progredire verso la maturità. E l’incontro coi “grandi”

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(Immagine d'archivio)

Caro direttore,

Ogni giorno i fanciulli, dal marasma bianco del banco di scuola, offrono la loro voce ai grandi e piccoli poeti. Perché così ha da essere: la poesia è opera finita e non finita allo stesso tempo: essa ha bisogno, per tornare a nascere e crescere e darsi, di qualcuno che le dia voce, e che sia voce alta.
Parlando del capolavoro dantesco, Mario Luzi osserva che “la Commedia dantesca è tra le opere d’arte più «seguite» e nello stesso tempo un’opera da fare, voglio dire proposta al continuo facimento dell’uomo e alla sua inesauribile perfettibilità”.Il semplice atto di dare la propria voce, di partecipare se stessi alle parole ricevute è, mi pare, il primo, ma compiuto, atto di questo continuo facimento. Atto conoscitivo e non accessorio, poiché compiuto alla presenza di chi ha già detto, il poeta, e di chi, obbedendo, impara a dire.
Da quest’atto nascono le parole che rimangono nella memoria e così, semplicemente restando, si legano all’esperienza di chi le incontra e si lasciano interrogare.
Può accadere, e accade infatti, che questo lavoro si accompagni all’esplosione inaspettata e potente della commozione, o dell’emozione, come per un’improvvisa eruzione dell’animo.

Tuttavia è la fedeltà, la durata, la tenuta che scandisce il progredire verso la maturità.
L’uomo cresce nel faticoso esercizio della routine, come su un terreno aspro e fertile:“restare, perseverare nella scarna, ostile, grigia realtà fino a quando essa non scopra al fedele e al paziente il suo volto intimo. Questo è arduo. Hic labor” scrive Hans Urs Von Balthasar.
La pazienza del passero di Pascoli guadagna il mondo, perché conosce la gioia della rinascita, mentre la rondine gitana ripete i canti esotici che ha imparato ma non sa la gioia “della neve, il giorno che dimoia”.
Tantae molis erat Romanam condere gentem (Eneide, I, 33, “tanto costava fondare la gente romana”);  Tantae molis erat se ipsam cognoscere mentem (“tanto costava alla mente conoscere sé”), parafrasa Hegel.
Ora più che mai, qui, su l’arida schiena del mondo, ove l’unica ginestra che risplende e profuma non è più accolta come segno, ma piccola oasi di sentimento in un inferno senza significato, è necessario, com’è stato per san Benedetto, che l’eroico diventi quotidiano e il quotidiano eroico.
Interpreto così il mio compito di adulto e insegnante.

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