SCUOLA/ Quella lezione del passato per capire a che servono gli insegnanti

- Olga Sanese

OLGA SENESE risponde all’articolo di Felice Crema pubblicato ieri su queste pagine, spiegando cosa ritiene possa servire a migliorare i risultati dell’insegnamento nelle scuole

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Ringrazio il Professor Crema e ilsussidiario.net per l’opportunità che mi dà di approfondire una delle tante questioni dibattute all’interno della scuola. È un onore per me – che sono alle prime armi – poter dialogare attraverso questo giornale con accademici di tale portata. D’altronde, come diceva Epicuro, non bisogna aspettare la vecchiaia per fare filosofia e interrogarsi sulla realtà.

Nel suo articolo, il Professor Crema mi citava come esponente di un filone di pensiero – al quale non immaginavo nemmeno di appartenere – secondo cui io accuserei “altri di non destinare sufficienti risorse alla scuola o di non riconoscerle quel prestigio che ancora la scorsa generazione riconosceva agli insegnanti” e che agirei “come se fosse solo responsabilità di ‘altri’ ”, non dei professori, la situazione in cui ci troviamo a dover insegnare. Invece, i professori, secondo Crema, non “seguono queste piste di riflessione”, in quanto hanno “un alibi per non affrontare l’aspetto del problema in cui il contributo degli insegnanti è indispensabile”. E, sempre Crema, metteva a capo dell’opposta corrente di pensiero il Professor Teruzzi che aveva pubblicato, sempre su queste colonne, un articolo sulla massificazione dei licei e sulla diminuzione degli iscritti nei tecnici e professionali, di cui l’Italia avrebbe più bisogno.

Personalmente non mi riconosco nel suddetto modo di pensare. Anzi. Il mio articolo, nel quale si lamentava sì un’assenza di risorse, ma anche di comportamenti corretti, finiva con un meno male che ci sono gli insegnanti che, nonostante tutto, affrontano i problemi della scuola.

Per quanto riguarda, invece, il “perché essere rigidi con gli studenti quando poi, in realtà, la vita li porterà, nella grande maggioranza dei casi, a compiti che con l’alta cultura non hanno molto a che fare?” e sulla “proposta, anche di vita, che la scuola fa alle giovani generazioni e le condizioni effettive in cui essi saranno chiamati a vivere” ci sarebbe molto da dire.

Da sempre il dibattito sulla scuola è incentrato sullo scopo dell’istruzione, se questa debba essere di preparazione alla vita o al lavoro. Un po’ come la concezione dell’arte che, a periodi alterni, è specchio del verum o intrattenimento dilettevole (per non parlare di quando è stata definita come la parte visibile dell’invisibile). Bene, io credo che otium e negotium non debbano essere in contrasto fra di loro, ma debbano convivere in tutte le persone.

A tal proposito mi ha colpito molto quell’articolo di Camon sulla Mastrocola in cui parlava del suo bravissimo piastrellista che però viveva completamente avulso dalla realtà: sapeva fare bene il suo mestiere, ma ignorava guerre, trame di film, autori della letteratura, riforme fiscali e quant’altro. A un certo punto Camon s’interroga se costui conduca una vita qualitativamente interessante e conclude dicendo che “lo studio sta al vivente come la medicina al malato: se dessimo ascolto ai bambini che non le vogliono ingoiare non ci sarebbe più nessuno”. Idem per la scuola.

Una volta, infatti – come su queste colonne spiegava la stessa Mastrocola – “si credeva che i giovani, sapendo la Divina Commedia, sarebbero stati dei ragionieri migliori! Migliori come uomini, e quindi di certo anche come ragionieri”. L’humanitas e il quid animo satis accomunano l’operaio e il filosofo da sempre, perché la scuola ha insegnato loro un metodo, uno stile di vita prima che un mestiere.

Ma ancora più persuasivo, a tal proposito, è il libro Non per profitto della filosofa americana Martha Nussbaum, nel quale la scrittrice spiega che lo studio non deve per forza avere un secondo fine, un guadagno economico (dopo la scuola si avrà tutto il tempo di ragionare in questi termini): subire “il fascino di vedere il modo con gli occhi degli altri” è alla base della democrazia.

Per concludere, non credo che abolire i licei sia l’unico modo per costringere i ragazzi a iscriversi ai tecnici; i cultori delle scuole professionali dovrebbero trovare degli appigli più allettanti per condurre la maggior parte dei ragazzi nelle loro scuole. Di sicuro sarebbe auspicabile che tutte le scuole fossero di serie A, ma, per riuscire in questo, non resta che ritornare alla scuola seria di una volta.



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