SCUOLA/ Quei casi di Bolzano e Genova che sfidano il mito del liceo

- Giovanni Cominelli

GIOVANNI COMINELLI commenta il gesto clamoroso di due fidanzati che a fine università sono tornati sui banchi di scuola per prendere il diploma di perito chimico. E trovare lavoro

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Genova, il porto (Imagoeconomica)

È un gesto rivoluzionario quello dei due giovani fidanzati genovesi, del quale ha dato notizia il 20 settembre l’edizione genovese di Repubblica. Laureata e laureando in scienze biologiche, hanno deciso di tornare indietro, sui banchi di un istituto di scuola media superiore, per prendere un diploma di perito chimico. Appartiene alla classe di notizie del tipo: un uomo morde il proprio cane… Essa segnala che, sotto la pressione irresistibile della crisi economico-sociale, della durata sempre più lunga della transizione dagli studi al lavoro, della impossibile coerenza tra l’indirizzo di studi prescelto e l’approdo professionale – quando ne esista uno – il blocco dei miti incomincia a disgregarsi.

Questo gesto rivoluzionario è solo l’inizio. Quali miti? Per esempio: quello del liceo generalista leggero o quello della laurea… Miti sociali largamente radicati nelle famiglie, nell’opinione pubblica forgiata dai giornali, nella politica, tra i ragazzi. Che hanno radici profonde in altre epoche. Quando le professioni liberali erano quelle che consentivano di accedere alla classe dirigente del Paese. Quando il Paese aveva una struttura prevalentemente agricola. Quando, dopo la riforma della scuola media unica nel 1962, si diffuse l’idea che la scolarizzazione di massa doveva portare tutti all’università.

Quando, attorno al ’68 e oltre, si realizzò una convergenza tra la vecchia concezione idealistico-gentiliana, quella neo-cattolica e quella neo-marxiana, secondo cui il lavoro tecnico e manuale generava la subordinazione dello spirituale alla materia, dell’umano al tecnologico, della libertà all’organizzazione capitalistica del lavoro. In una parola: il lavoro era alienazione. Il prefisso neo non è gettato a caso. Perché né nella dottrina sociale della Chiesa né nel marxismo classico né, tampoco, nel socialismo reale c’era traccia di quell’umanesimo fatuo, secondo cui il lavoro è solo alienazione. Al contrario, è variamente teorizzato, talora non senza retorica, quale strumento di “redenzione” e di realizzazione umana. Intanto, a partire dagli anni 70, i miti suddetti produssero un risultato: una liceizzazione galoppante dell’istruzione tecnica e professionale e un’espansione quantitativa dell’istruzione universitaria, trasformata in un enorme liceo, fatte salve alcune poche Facoltà scientifiche.

Ciò che veniva a mancare era il rapporto organico e stretto con la produzione e il mercato del lavoro. Sì, perché la cultura deve essere libera da interessi volgari! Non sia mai che la scuola e l’università ti preparino al lavoro. Così la scuola e l’università hanno incominciato a girare intorno a se stesse, con il motore in folle: la scuola produce candidati all’università, le università sfornano laureati. Di cui moltissimi pretendenti all’insegnamento, destinati alla disoccupazione o all’occupazione precaria.

Intanto, soprattutto negli ultimi anni, i Rapporti della Banca Dati Excelsior (a cura dell’Unioncamere, dell’Unione Europea, del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali), documentavano il distacco crescente tra le richieste del mercato del lavoro e i titoli di studio forniti dal sistema. L’ultimo Rapporto, pubblicato in questi giorni, certifica che “tra le assunzioni non stagionali vi sono oltre 74mila laureati, 244mila diplomati e 80mila persone con la qualifica professionale, 196mila candidati con la sola scuola dell’obbligo. Tra i titoli di studio più richiesti si ritrovano gli economisti, gli ingegneri, i ragionieri e i meccanici”. Fatti i conti: i laureati sono 74mila, tutti gli altri arrivano a 520mila.

Ora i nodi stanno venendo al pettine. Il capitale umano, relazionale, sociale delle famiglie basta sempre di meno per i figli. Il “lusso” di prendersi un diploma o una laurea staccati dal mercato del lavoro, tanto poi la famiglia provvede con il proprio capitale relazionale, si sta consumando. Questo nuovo trend durerà a lungo, almeno il tempo necessario della crisi nazionale e mondiale. Occorre dire che i due giovani liguri non sono i soli. Cito da una ricerca del Cisem (Centro di innovazione e sperimentazione educativa della provincia di Milano) del 2010: “Significativa… è l’esperienza della Provincia autonoma di Bolzano. I giovani di lingua e cultura italiana presenti sul territorio di tale provincia privilegiano percorsi liceali ed universitari, al termine dei quali restano inoccupati per lunghi periodi o si trovano nella condizione di fare un lavoro diverso rispetto a quello per cui si sono formati, con frustrazione delle ambizioni e delle aspettative personali e delle famiglie. Più della metà dei ragazzi di lingua e cultura tedesca presenti nel medesimo territorio sceglie invece in giovanissima età il canale dell’apprendistato, che consente di accedere immediatamente al mercato del lavoro, di formarsi e sviluppare un profilo professionale facilmente spendibile, con grande soddisfazione dal punto di vista della crescita personale, professionale ed economica. Sono cuochi, chef, operai specializzati, tecnici, operatori del turismo o del terziario… Sono persone realizzate”.

Lascio volentieri ai metafisici dell’umanesimo la discussione se sia meglio una laurea in filosofia o in scienze politiche o in scienze della comunicazione ecc… seguita da undici anni medi di transizione al lavoro, costellati da lavori precari, malpagati, frustranti, con un approdo diverso rispetto alla laurea almeno per il 60% o, invece, tre anni di apprendistato o cinque di diploma di perito chimico.

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