SCUOLA/ I sindacati, ultimo Muro che minaccia la “domanda” dei docenti

- Gianni Mereghetti

Nel dibattito aperto da IlSussidiario.net sorprende la posizione del mondo sindacale, testardamente convinto che sarà il contratto a risolvere il problema degli insegnanti. GIANNI MEREGHETTI

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Caro direttore, puntuale come sempre IlSussidiario.net ha dato a tutti l’informazione utile a capire che cosa stia accadendo nel mondo della scuola in questo baillame scatenato dal ministro Profumo.

Sorprende la posizione del mondo sindacale, testardamente convinto che sarà il contratto a risolvere il problema degli insegnanti. Una posizione, quella sindacale, che non si sa come giudicare, se ingenua e idealista oppure se strumentale e ideologica, comunque sottesa dall’idea che tutto debba passare dal sindacato. È l’idea che la contrattazione sia l’alveo in cui tutto deve accadere dentro la scuola, quello che si e’ affermata in questi anni; l’idea che sia il sindacato il riferimento di ogni iniziativa degna di questo nome, l’idea che il sindacato debba alla fine occuparsi di tutto, dalla carta igienica dei bagni degli insegnanti alle funzioni strumentali. Ma è moderno che sia il sindacato a decidere la positività o la negatività di ogni iniziativa? I leader sindacali ne sono convinti, pensano di poter salvare la scuola con la contrattazione!

È sorprendente che vi sia ancora una posizione simile. È sorprendente non perché il contratto di lavoro non serva, anzi!, ma perché non basta. I sindacati dovrebbero domandarsi come mai anni e anni di contrattazione hanno portato la professione insegnante ad essere continuamente bistrattata, con contratti sempre più svuotati dall’interno. Il contratto è da rinnovare e da firmare e deve essere il migliore possibile, ma per esserlo urge invertire la logica con cui è fatto. Finora la contrattazione è stata fatta in modo deduttivo, figlia di un’ideologia che stabilisce a tavolino diritti e doveri e li applica. È il principio che ha dominato la contrattazione dal ’68 ad oggi, e all’inizio è stato giusto fosse così perché si trattava di delineare le condizioni migliori di una professione qual è l’insegnamento. 

Poi però la contrattazione si è sclerotizzata, è andata a incancrenirsi perché si è spezzettata in tanti particolari e ha prodotto come conseguenza quella di soffocare la vita dentro la scuola. Oggi sarebbe assurdo tornare a logiche degli anni 70, bisogna cambiare impostazione. Urge una nuova logica sindacale che si pieghi alla realtà e che quindi obbedisca a quello di cui ha necessità l’insegnante di oggi per poter vivere la sua avventura. Non serve più una contrattazione che elenchi i principi della democrazia sindacale. L’insegnante di oggi vuole essere libero di inventare scuola, di tentare strade innovative di didattica, di contribuire in modo geniale alla crescita di ogni studente.

La strada per rendere moderna la professione non è il contratto, perché la sua funzione è semplicemente quella di garantire la professione; oggi ci vuole di più, non basta ad un insegnante che sia garantito per contratto che insegnerà 18 ore, ciò di cui ha bisogno è la possibilità di diventare protagonista di ognuna di quelle ore. Ci vuole un sistema scolastico che premi chi crea scuola, chi sa innovare, chi fa diventare l’apprendimento un lavoro della persona.

La difesa ad oltranza del contratto, se è un attestarsi su posizioni corporative, rischia di essere un boomerang, mentre oggi bisogna sfondare ciò che ingabbia; è sempre più evidente che regge la sfida del tempo chi percepisce gli orizzonti nuovi che si aprono e che fanno vedere la realtà nelle sue diverse dimensioni. Il problema di oggi è questa apertura, che occorre tenere desta altrimenti ci si accontenterà di qualche vittoria sindacale, mentre ciò che in questi giorni è emerso in modo dirompente è l’esigenza di costruire insieme la scuola. A partire dalla questione dell’insegnamento e dalla domanda sul valore che ha dentro la società è iniziato un movimento che ha messo al centro dell’azione non le pur giuste rivendicazioni che ci sono, ma il desiderio che tutti hanno che la scuola torni ad essere quello da cui si è originata, un luogo dove sia educato il cuore dell’uomo, la sua domanda di verità e di bellezza. 

Così mentre chi ha scelto di battere la strada della rivendicazione è finito nei vicoli bui della rabbia e della protesta per la protesta, dentro la scuola c’è qualcosa di nuovo, il riformarsi di un popolo messo insieme dalla certezza che l’uomo è fatto per qualcosa di grande, e l’educazione si assume questo compito fino a creare opportunità sempre nuove. Il compito decisivo di questo tempo difficile è tenere viva questa apertura, di far crescere lo spunto ideale che la questione degli insegnanti ha riproposto, perchè una scuola vive solo se alimentata dall’ampiezza delle dimensioni della vita.

Tutti nella scuola dobbiamo scegliere se percorrere la strada delle nostre rivendicazioni di categoria o se lavorare per costruire qualcosa di nuovo, una scuola aperta alle dimensioni del mondo. È una scelta che ci vede impegnati tutti e da questa scelta dipende il futuro della scuola, se sarà una scuola chiusa dentro gli stretti confini delle regole o se sarà una scuola con un respiro ideale. Stiamo vivendo un tempo sempre più decisivo.

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