SCUOLA/ Gontero (Agesc): formazione professionale, ora risolviamo l’”anomalia” del Sud

- int. Roberto Gontero

Il rilancio dell’apprendistato è un’ottima molla per innescare l’ingresso nelle aziende, ma non deve essere visto come una sostituzione dei percorsi formativi. ROBERTO GONTERO (Agesc)

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Immagine di archivio

Avvicinare il mondo della scuola a quello del lavoro. Secondo i dati Isfol 2012 risulta che nell’anno formativo 2010-11 su 115.213 iscritti ai Centri di istruzione e formazione rofessionale, 88.517 (il 77%) si concentrano nelle regioni del Nord, 11.879 (il 10,3%) al Centro, 5.639 (il 4,8%) al Sud, 9.178 (il 7,9%) nelle Isole. Eppure, dalla stessa ricerca emerge che un giovane su due di quelli che frequentano queste scuole trovi il primo impiego dopo soli tre mesi. Purtroppo, il 50% delle Regioni non sostiene l’attività dei Centri di ormazione.

“I motivi sono da ricercare – dice il Presidente di AGeSC (Associazione Genitori Scuole Cattoliche) Roberto Gontero – in una scarsa attenzione delle istituzioni che non hanno focalizzato il loro interesse verso questo settore, quello della formazione professionale, che sta dando risultati ottimi laddove è stato sostenuto in maniera decisa e presente. Noi riteniamo, come genitori, di essere in dovere di chiedere allo Stato di sostenere l’istruzione professionale perché i risultati ottenuti, sia per ciò che riguarda la dispersione scolastica sia per quanto riguarda l’occupazione dopo la qualifica, sono molto elevati”. La formazione professionale ha debuttato nel 2003 con 20.000 allievi mentre oggi si registrano 200.000 studenti. “Questi percorsi – continua Gontero – hanno dimostrato la loro efficacia dal momento che il 50% dei diplomati trova lavoro nell’immediato, mentre il 36% prosegue nell’iter formativo. Fra l’altro, questi percorsi formativi si sono dimostrati utili anche contro la dispersione scolastica.

Nel nostro Paese, sempre secondo Gontero, il mondo degli istituti professionali è ritenuto, erroneamente, di serie B: “Noi riteniamo, invece, che queste scuole rappresentino un’eccellenza: un luogo dove i ragazzi, che per diversi motivi non possono frequentare gli istituti secondari superiori, possono trovare un’adeguata istruzione formativa ma anche culturale e tutto ciò, al Sud, è stato snobbato”. Un caso esemplare è il Veneto, dove questo tipo di scuola funziona e vede impegnati 18.630 alunni, ma sono previsti tagli che ne impediranno il funzionamento. 

“Sono tagli non ragionati – dice ancora Gontero – anche perché come nella scuola paritaria, queste scuole permettono allo Stato di risparmiare parecchi soldi. A fare le spese di tagli indiscriminati per far cassa sono le famiglie che hanno meno risorse culturali e i ragazzi che, se non sostenuti, rischiano di finire per strada ad ingrossare le statistiche della dispersione scolastica”. 

“Ci è sembrato – aggiunge Gontero – che negli ultimi provvedimenti del ministero dell’Istruzione ci fosse una tendenza, sommersa ma decisa, nel traslare i fondi che oggi sono circa 189 milioni di euro e, che nel 2000 erano 200 milioni, verso i centri professionali statali mentre si va a depauperare i centri degli istituti non statali. Noi, come genitori Agesc, abbiamo fatto notare che i fondi per questi due tipi di istituti non possono essere in contrapposizione ma devono viaggiare su binari paralleli, evitando di creare un’inutile guerra fra i poveri. Siamo da sempre convinti che sia d’obbligo rafforzare il pluralismo scolastico anche perchè la formazione professionale fatta da enti no-profit così come le congregazioni laiche, fa risparmiare lo Stato”.

Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, intervenendo alla seconda giornata della conferenza italo-tedesca sull’apprendistato a Napoli, ha affermato che è necessario un “patto forte con i sistemi di produzione e le aziende e il miglioramento del paese deve basarsi su tre elementi: gli studenti, la scuola e quanti operano nel mondo del lavoro”. “Il rilancio dell’apprendistato – prosegue Gontero – è un’ottima molla per innescare l’ingresso nelle aziende dei giovani che hanno terminato gli istituti professionali, ma deve essere visto come un’integrazione, e non in sostituzione, dei percorsi formativi triennali e quadriennali; e le carenze evidenziate nel Sud Italia e nelle isole sono la spia più evidente di questo limite”.

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